Se dovete vedere American Horror Story per dirci quanto era meglio prima, forse potete evitare. Più che altro perché siamo nel 2026, e ormai l’abbiamo capito che la serie di punta di Ryan Murphy è diventata un’altra cosa (anche se forse ora in onda – o meglio, in streaming – ce ne sono almeno una decina di sue serie di punta: vedi The Shards e Monster – La storia di Lizzie Borden). Se prima si raccontavano storie dell’orrore – americane – con un inizio, uno sviluppo e una fine, negli anni ci siamo concentrati più sulle facce che sul resto. Più sulle Kim Kardashian che sui fatti di Amityville. Più sulla forma e sull’estetica. È andata così, che vi devo dire.
E questo capitolo, il numero 13, è forse l’apice di questo cambiamento, almeno stando alle prime tre puntate. Per ora la trama non si capisce un granché, è come se fosse un grande miscuglio delle stagioni precedenti. Jessica Lange interpreta due ruoli, ma pure gli altri sono divisi tra quello che sono stati e quello che sono diventati. Uno sforzo di comprendonio che probabilmente gli spettatori casuali non faranno, ma forse gli spettatori casuali di questa serie non ci sono nemmeno più?
Io credo che AHS sia diventata a tutti gli effetti una sorta di comfort show. La versione Upside Down di chi a ottobre comincia il rewatch di Gilmore Girls. Il negativo di chi sogna di bere Pumpkin Spice Latte (qualsiasi cosa sia) mentre indossa sciarponi caldi e si fa le foto tra le foglie che cadono. Lo show perfetto per chi a quelle foglie vorrebbe invece dare fuoco, magari come parte di un rituale esoterico. La serie giusta per chi ottobre vuole viverlo come mese dei mostri, delle streghe. Se si chiama Spooky Season, un motivo ci sarà. Ecco, credo che American Horror Story sia prodotto ormai praticamente solo per queste persone. Uno show da mettere come sottofondo mentre ceni se sei uno che ama il macabro: Alexa, play “Gente accoltellata da un clown infernale” mentre giri la minestrina.
Poi vabbè, c’è il ritorno di quell’attrice gigante che è Jessica Lange. Si potrebbe anche togliere l’audio e rimanere lì a fissarla mentre fuma. Ma in 13 tornano anche gli altri. Come Sarah Paulson che è di nuovo la Suprema o Emma Roberts con i suoi «surprise, bitch!». Ma mica era morta? Non è il luogo per fare i precisetti.
La trama (o quel che l’è) ruota intorno alla storia di un nuovo personaggio, Ben (Joey Pollari), ossessionato (come Taylor Swift) dal numero 13. La sua vita cambierà quando si ritroverà a fare il caregiver a un signore anziano che vomita un liquido color catrame, il tutto ambientato in un superattico di Manhattan dove è esposto il Cenacolo Vinciano («quello originale, quello di Milano è una replica», cit.). E già nei primi episodi, che durano pochissimo, pare molto chiaro che a Ryan Murphy freghi solo di creare un contenitore per superfan che raccolga tutti i mondi che ha creato. «La mia stagione preferita?», ha detto recentemente. «Roanoke, perché non è piaciuta a nessuno». Per ora i numeri gli danno ragione, pare che la prima puntata negli USA sia stata un successo di stream.
Intanto noi possiamo serenamente dire che se American Horror Story era nata come una serie per il grande pubblico, ora è più che altro un rifugio per appassionatissimi. E questa stagione più di tutte sembra creata ad hoc per chi AHS l’ha amata, la ama e continuerà ad amarla. Nonostante tutto. Prendetela come un best of, una cosa come le VIP Experience che ti vendono ai concerti per fregarti dei soldi. Alla fine se sei fan le compri lo stesso, e ti diverti. Immaginate una grande reunion scolastica con tutti i vostri mostri preferiti. D’altronde, chi è che non è andato a scuola con dei mostri? Almeno qui sono come Jessica Lange, e da lei quasi quasi ti faresti uccidere volentieri.
















