Una coppia tedesca era arrivata a La Maddalena confidando in quest’estate che non finisce più e senza più villeggianti italiani tra le palle. Lassù in Renania s’era fatta scrupolosamente l’itinerario, giovedì gita lì, sabato la casa di Cini Boeri (sono tedeschi appassionati di architettura brutalista, come tutti i tedeschi), domenica si torna a casa. Resta il venerdì, possiamo fare Punta Tegge, me l’ha consigliata Gertrud, lì è tutto scogli, non ci sarà nessuno. Però già verso le dieci e un quarto avevano sentito, in lontananza, un’eco. Voci al microfono. «Esercenti», «tax credit», «Giornate degli Autori», ma non capivano bene. Sarà la radio del bar un po’ troppo alta, e hanno continuato a leggere Meine geniale Freundin – Werner, arrivato al secondo volume; Sandra l’aveva già letto tutto anni fa, consigliata sempre da Gertrud.
E però quelle voci s’erano fatte sempre più vicine, e non erano più voci al microfono. «Finanziamenti», «fase di sviluppo», «Paolo Strippoli», e i due tedeschi smarriti ancora non capivano. Però sentivano le voci sempre più prossime, e passi, passi sugli scogli improvvisamente non più silenti, la luce rotta dalle ombre di gambe, braccia, shopper della Marche Film Commission. Werner e Sandra si sono girati e hanno visto, di colpo, settanta persone marciare verso l’acqua lucente dell’una e tre quarti, dopo il convegno e prima del pranzo. Non lo sapevano, ma stavano vedendo il cinema italiano.
Sceneggiatori, produttori, ospiti vari (eccomi) si danno appuntamento ogni fine settembre in quella Temptation Island che è La Maddalena per il festival più bello del mondo, cioè i tre giorni del Premio Solinas, quarantunenne fighissimo che segnala gli sceneggiatori di domani e tiene insieme quelli di oggi, e con quest’anno pure il fregio (meritato) d’esser tornato idealmente da Venezia con un doppio premio. Se agli italiani in concorso manco un’osella, una grolla, niente di niente, I figli della scimmia di Tommaso Landucci, molto bello, vincitore del Solinas nel 2021, ha vinto a Orizzonti proprio per la miglior sceneggiatura (scritta con Damiano Femfert) e per il suo protagonista Riccardo Scamarcio.

Foto: Azzurra Primavera
Il Solinas è vivo e fa vivere il cinema (e le serie), crea le writers’ room (come ormai si dice anche a Prati), spariglia le carte. Quest’anno a vincere il premio principale, nello sgomento di qualche produttore, è stata Antonella Gaeta (con Ardalan Nabavinejad, insieme firmano il soggetto La cerimonia), che è una sceneggiatrice di lungo corso, tanti film con Pippo Mezzapesa fino al doc King Marracash. Al Solinas si partecipa del resto in forma anonima e non c’è limite d’età, proprio come si è transgenerazionali e spesso anonimi l’un per l’altro ma amicissimi, ogni anno di più, in questi tre giorni di parole e di mare.
In realtà io arrivo il giorno 2 – comunque in tempo per disturbare i due poveri tedeschi – e scopro d’essermi perso la sceneggiatrice che s’è fratturata il dito del piede scivolando sugli scogli dopo il bagno di mezzanotte della prima sera, perché le temptation sono appunto infinite. E difatti quest’edizione mi conferma che, quando si può fare il bagno, non c’è consegna che tenga – ogni sceneggiatore ha sempre una consegna imminente, chissà se è vero o se millantano tutti per fingere che il cinema italiano abbia bisogno di loro.
Ci sono le parole e c’è il mare, dicevo. Ci sono i convegni che ristabiliscono l’importanza del fare rete, in questo «sistema» (altra parola ricorrente) che tende a sparpagliarsi negli altri 362 giorni. C’è sempre più presente l’industry, in forma di case di produzione classiche del vecchio cinema e di emissari delle nuove piattaforme. Ci sono gli aspiranti sceneggiatori di domani (tra i finalisti anche il figlio di Sorrentino, anonimo anche lui fino al disvelamento dei nomi dei tre finalisti su seicento partecipanti: non si tacci quindi il Premio di nepobabysmo) e gli sceneggiatori avviatissimi che fanno loro da tutor, e che al Solinas si fanno un po’ da tutor anche fra loro, e questo è il bello.
Il giorno 3, tradizionalmente libero da panel (come ormai si dice anche a Prati), era quello in cui, negli anni passati, le temptation si facevano autarchia: barchini e gommoni – non autorizzati ma accettati – organizzati da gruppuscoli di sceneggiatori, produttori e ospiti vari per andare nell’azzurro di Spargi e Budelli. Dall’anno scorso, il Solinas ha pensato bene di stipare tutti quanti su due barconi per continuare a fare rete, ma soprattutto il bagno (i più attrezzati si sono noleggiati pinne e maschera – col boccaglio! – il giorno prima).
Arriviamo a Santa Maria («quella laggiù è la casa di Benigni»: perché gli sceneggiatori continuano a scrivere, quando i film si scrivono da soli?) e ci sono tantissimi turisti direi cechi e polacchi, perché quest’estate non finisce mai, o forse perché tutti i Werner e tutte le Sandre avevano pensato di rifugiarsi qui per evitare il cinema italiano, che invece sbarca e sbraca a decine. «Gli altri siamo noi», dice una in un impeto di umbertozzismo: gli altri cioè quelli che prendono il barcone per fare il giro delle isole (il mio però è un gozzo ligure del ’60 tutt’altro che cafone, ci tengo a precisarlo quantomeno fra parentesi). «Siamo un film di Virzì», dice più filologicamente un altro.

Foto: Azzurra Primavera
In rada, davanti alle piscine di Porto della Madonna piene di pescetti, tutti abbiamo la tentazione di buttarci, ma siamo qua fermi solo per la pasta col granchio blu («e un sugo di cozze tritate»: lo chef ci tiene a svelarci il suo segreto). «Alla peggio, uomm’ammare», dice un produttore, in accordo con me che come lui scalpito per tuffarmi. Ma non ci sarà il tempo, o forse è perché cediamo al vermentino, se restiamo sul ponte. Tanto c’è un’altra sosta, un’altra spiaggia.
Il cinema italiano si fa così? Sì, e ogni anno lo si capisce un po’ di più. Anzi: si dovrebbe fare così, come nei giorni bellissimi del Solinas. In un tempo di lamentazioni continue (tante pure comprensibili), di incassi magri nelle sale post-Venezia, di incertezze produttive distributive di qualsivoglia tipo, meglio farlo al mare, nella gioia. Chissà che non la ritrovi anche il pubblico, nelle storie degli sceneggiatori vecchi e nuovi, a cominciare da quelli fabbricati qui.
Finiamo in mare aperto, in direzione dell’ultima sera, di un concerto jazz in piazza con le musiche strappacuore di Legrand. Di qua Bonifacio, di là Palau. «I delfini!», grida uno sceneggiatore, o un produttore, o un anonimo, chi lo sa. E tutti ci incantiamo a guardarli, grande metafora di quello che il cinema italiano, forse, può essere ancora.











