La paura fa 40: Dylan Dog e il suo tempo | Rolling Stone Italia
L’orrore ricomincia

La paura fa 40: Dylan Dog e il suo tempo

L’Indagatore dell’Incubo ha scandagliato meglio di chiunque la contemporaneità, poi ha rischiato di esserne vittima. Oggi celebra il traguardo facendosi in quattro. Un omaggio

La paura fa 40: Dylan Dog e il suo tempo

Foto: courtesy Sergio Bonelli Editore

Frequentare i paraggi dell’incubo, e farsi carico di un ruolo – anzi, un caso – da sogno: tenerci stretti mentre diventavamo più o meno grandi. Dylan Dog lo ha fatto per quattrocento e ottantuno mesi, e albi. «Essere ragazzi, che crudeltà», rifletteva l’Indagatore dell’Incubo in quello per certi versi più indimenticabile: numero 74, Il lungo addio. Dentro quella mostruosa e familiare paura dei tempi e dei corpi che cambiano, del crescere e del non riconoscere più nulla, va detto che DyD non ci ha mai lasciati soli. Celebrare i suoi quarant’anni vuol dire celebrare anche un mucchio di tempo, un percorso determinato o infinito nel quale quel bizzarro investigatore del bizzarro, apparso come una stella polare a pochi mesi dalla cometa di Halley e da Chernobyl, ha finito per starci a fianco. Con il suo stile unico, i suoi orrori e le sue ombre, l’attitudine alla catarsi, la sua identità forte anche troppo, anche quando rischiava di sbiadire.

Dalla trafficata Craven Road alla pianura sonnolenta e sospesa dell’Oltrepò pavese sarebbe un mucchio di spazio, più che di tempo. O di entrambi: un altroquando, per citare un altro locus e un’altra storia leggendaria del viaggio pazzesco di DyD, stare dentro il tempo eppure completamente fuori, mettersene al riparo a un certo punto. Il tempo quale dimensione fondamentale della storia di Dylan Dog: lo raccontava alla lettera il suo numero 100, esattamente con quel titolo, La storia di Dylan Dog. Era il 1995 e quel numero a colori lasciava quasi più domande che risposte. A guardar bene dentro i suoi quarant’anni, Dylan Dog è tutta una storia di domande e di risposte. Un paio, le prime e le più importanti di tutte: di cosa avere paura a metà degli anni Ottanta, e come farla, la paura. Tiziano Sclavi, dall’Oltrepò natio alla Londra immaginata aveva idee precisissime, e tutte terribilmente giuste.

A Londra per la verità non c’era mai stato in vita sua. Almeno fino a sei anni fa, quando lo raccontò al Guardian: complicato il regno di Sua Maestà, per uno con la paura degli aerei e con una claustrofobia da trasformargli l’idea del tunnel della Manica in una galleria dell’orrore. Agli inglesi aveva spiegato di nuovo perché proprio Londra, la sua nebbia così perfetta. E poi quel suo nome improbabile ma necessario, perché quanto a mistero loro avrebbero sempre battuto il Belpaese quattro a zero: «Se invece che Dog si fosse chiamato Quagliarulo, chi l’avrebbe comprato?».

Il primo numero di ‘Dylan Dog’. Foto: courtesy Sergio Bonelli Editore

Dylan Dog era stato all’inizio il suo average Joe, quel nome provvisorio messo lì per lì come per mille altri progetti. Poi non lo ha più cambiato. A lungo, a lunghissimo non ha mai cambiato nemmeno stile, esattamente come la sua camicia rossa e le sue Clarks, né la tavolozza di orrori sovrumani, errori umani, declinazioni e paradigmi. Tanto da diventare in fretta egli stesso segno particolare del terrore, distintivo degli anni Novanta e materia per t-shirt, diari scolastici, pins e campagne di sensibilizzazione sociale. Catalizzatore degli incubi nobili di un secolo alla fine, di mostri romantici da vecchio cinema e deformità della contemporaneità, infine interprete delle inquietudini imprevedibili, e forse indicibili, di un altro in arrivo.

In seguito, più che dai suoi mostri, Dylan Dog ha avuto paura di essere ammazzato dal tempo, sempre lui. Preda del terrore di essere un morto che cammina ben prima di esserlo, vista la sua allure e quel destino di rimanere in ogni caso e più o meno sempre la seconda testata più venduta di casa Bonelli, dopo l’inossidabile Tex. Ma ai tempi un’altra domanda parve un’urgenza: come lo salviamo? Venne la cura Roberto Recchioni, e per moltissimi fu peggiore del Male: il progetto ambizioso, c’è chi dice troppo, portare Dylan nel terzo millennio, come se nel vecchio stesse poi male. Se il nuovo tempo non piaceva affatto a noi, ma perché mai doveva piacere a lui, e da lui farsi piacere? I motivi, ça va sans dire, erano quelli più comuni di tutti.

Già nella golden age dei ruggenti anni Novanta, Bonelli aveva la sua policy di trasparenza e partecipazione, fare consapevoli i suoi lettori e sentire la responsabilità di spiegare le ragioni di ogni periodico e inevitabile aumento di prezzo. Nel mezzo della crisi più dura e sotto la minaccia dello spettro più inquietante, quello del Mercato, il piano era quello: un Dylan sopravvivente. È sopravvissuto, comunque. E in quel complesso decennio DyD ha regalato invero anche alcune perle. E poi è tornato indietro da quella linea narrativa, o da quel buco nero secondo i più ortodossi, con un drastico colpo di spugna, una retcon così energica da far impallidire la doccia di Bobby Ewing in Dallas. Il Male, ma non benissimo.

Come in quello storico numero cento, il finale non è stato davvero la fine. Sotto la guida di Barbara Baraldi, da tempo Dylan è tornato al mondo di sempre, alle minacce conosciute, alla vecchia vita e all’amica Morte: una comfort zone anche per il suo pubblico. Giuda Ballerino, che viaggio andata e ritorno: con il suo numero 481 l’old boy diventa un po’ più old, e la sua horror fest se l’è meritata da un bel pezzo.

Foto: courtesy Sergio Bonelli Editore

L’idea (non la sola: le iniziative sono diverse, dall’edizione in libro alle notti di celebrazioni in tutta Italia, fino all’Horror Show al Teatro Eliseo a ottobre) è quella della copertina che si fa in quattro, ogni variante con un diverso coefficiente di rarità. Ad illustrare le quattro cover sono i titolari di cattedra, Cestaro Bros, il decano Claudio Villa, il maestro delle ombre Corrado Roi e lo storico (e si suppone introvabile) Angelo Stano. Perché stavolta la scelta in edicola sarà letteralmente a scatola, anzi a busta, chiusa: nessuno saprà quale copertina gli capiterà.

Un’iniziativa che, al solito, ha diviso la fanbase in due fronti, tra hype collezionistica e chi invece ragionando di conto l’ha presa così così. Armi di difesa personale, di guerrilla per i più critici, certamente meno romantiche della sua Bodeo 1899, forse persino più necessarie. O meglio, un veicolo: magari non sofisticato come l’intramontabile Maggiolone targato Dyd666 ma decisamente più al passo coi tempi. Un autunno dylaniato che comunque promette il botto: lo spirito nobile dell’impresa è quello che vada avanti uno show prezioso e unico nel suo genere, dentro i suoi significati e in un certo senso i suoi valori, e che festa sia. Diceva quarant’anni or sono Groucho, in una tavola di quella gloriosa alba dei morti viventi, seduto al cinema e volto a favore di chi lo guardava per la prima volta: «Ssst, buio in sala! L’orrore ricomincia».