A lezione di stand up con Patton Oswalt | Rolling Stone Italia
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A lezione di stand up con Patton Oswalt

È un attore fenomenale che ha recitato nelle comedy più divertenti di sempre, un doppiatore e un grande nerd. Però, prima di tutto, un comedian, uno dei grandi, con un Emmy e un Grammy sulla mensola a ricordarcelo. L'intervista

A lezione di stand up con Patton Oswalt

Patton Oswalt

Foto: press / courtesy of Independent Artists Media

In Seinfeld? C’era. In Community? C’era. In Parks and Recreation, Modern Family, Brooklyn Nine-Nine? Anche. E non dimentichiamo Zoolander, Magnolia, Ghostbusters. O la sua voce in Ratatouille, BoJack Horseman, I Simpson, Futurama, Rick & Morty, Minecraft. Per non parlare di Talking for Clapping, il suo special da stand-up comedian che nel 2007 ha dato una scossa al genere, portandolo alla vittoria di un Emmy e di un Grammy.

Un breve elenco da una lunghissima filmografia e discografia per dire che è difficile, per non dire impossibile, non essere mai incappati in Patton Oswalt. I registi, gli sceneggiatori e gli addetti al casting di Hollywood amano Patton perché è l’attore perfetto per dare tantissimo con pochissimo. Ha quella voce e quel physique du rôle che danno subito un colore a un personaggio, laddove un attore minore non riuscirebbe nemmeno a trovare il tempo di mostrare una personalità oltre le poche battute. Lui arriva, c’è, e che sia un ruolo comico o drammatico, delivera, come dicono dalle sue parti.

Ma tutto questo è quasi un contorno, un modo per occupare il tempo quando è in pausa dal suo primo amore: la stand-up comedy. Patton, infatti, ha cominciato così, negli anni ’90, un periodo in cui stand-up faceva rima con alternative rock. E proprio in questo spazio tra comicità, musica e nerdismo – è un vero geek da D&D e sci-fi – Oswalt ha trovato il suo spazio.

Forse spesso sottovalutato, Patton è uno dei veri, uno di quelli che trattano la stand-up come un mestiere artigianale da affinare. E quel Grammy e quell’Emmy sulla mensola ne sono un felice riconoscimento: «Io non faccio comicità per uscire dalla comicità. C’è tanta gente che fa stand-up per entrare nel cinema e in TV e poi non farla più. Io faccio TV e cinema per poter continuare a fare stand-up».

Quando hai capito di essere abbastanza bravo da dire: ok, ora ci provo?
È strano, non ho capito di esserne capace finché non ci sono salito davvero, finché non ho trovato il coraggio di salire sul palco e arrivare in fondo. Ho strappato un paio di risatine. Non era granché, ma mi sono detto: okay, su questo posso costruire. Ma, ancora più di quello, ho capito molto presto che amavo tantissimo stare in giro con gli altri. Mi piaceva quello stile di vita. Appena ho iniziato a frequentare i comici e gli open mic mi sono detto: è questo che voglio fare.

Mi sembra ci voglia molto coraggio per fare il salto e iniziare con la stand-up.
Sali sul palco e ci sei solo tu, e cominci. Con le tue idee: e quelle o funzionano o non funzionano. C’è ancora chi pensa che i comici lavorino su prontuari di battute, e non è così: creiamo tutto dal niente. Quindi sì, c’è quella sensazione strana, quel freno che ti fa dire: e se poi non funziona? Lo faccio da abbastanza tempo da essere ormai piuttosto sicuro che, se ho un’idea, riesco a svilupparla in qualcosa di divertente. E se non funziona, riesco a rendere divertente il fatto che non funzioni. Ma questo viene solo da anni e anni di esperienza.

Pensi sia un talento con cui si nasce o qualcosa che si costruisce salendo sul palco giorno dopo giorno?
Si nasce con ogni genere di talento, ma poi il talento va affinato. Da una parte c’è il talento, ma poi vengono la pratica e la disciplina. Sono due cose che devono andare di pari passo. Conosco un sacco di persone disciplinatissime che però non hanno quella base di talento in ciò che cercano di fare. E conosco altrettante persone con un talento pazzesco che non hanno nessuna etica del lavoro, nessuna disciplina. Penso a tanti comici brillanti di una volta e mi chiedo: dove sono finiti? Non hanno tenuto duro. Volevano che le cose cadessero dal cielo perché avevano talento. Ma il talento ti porta solo fino a un certo punto. Devi continuare ad affinarlo, a raffinarlo, a metterti alla prova.

Che tipo di comico volevi essere all’inizio? Avevi in mente un modello?
Prima di iniziare amavo gente come Richard Pryor, George Carlin, Steve Martin, cose così. Poi, quando ho cominciato, i miei modelli sono diventati i miei amici comedian. Sono la mia influenza più grande, le persone a cui aspiravo a somigliare, di cui guardavo il materiale ogni singolo giorno, vedendolo crescere e prendere forma. È diventato quello il mio punto di riferimento.

Ho letto che hai iniziato in un modo diverso, in ambienti diversi – con la comicità alternativa, in locali più legati alla musica, negli anni Novanta.
Ho iniziato nei comedy club canonici, ma intorno al 1989 il boom dei comedy club è finito. Tantissimi locali hanno chiuso perché il mercato era saturo. Così quelli che sono rimasti a farlo, come me – ovvero quelli che amavano davvero quel mestiere e non pensavano necessariamente ai soldi – hanno dovuto trovare altri palchi. Caffè, librerie, music club. Io ero molto dentro la musica, conoscevo un sacco di band. E così, sì, a volte mi sono ritrovato a esibirmi insieme a una band o roba del genere. Era tutto un altro mondo, il mondo di quelli che dicono: lo farò a ogni costo.

Ma ti esibivi prima di una band, condividendo il palco?
A volte sì. A volte è difficile esibirsi davanti al pubblico di una band perché molta gente, quando viene a sentire musica, ha una certa disposizione mentale. Comicità e musica sono due disposizioni molto, molto diverse. A volte è difficile far aprire un comico per una band. Ed è ancora più difficile per un comico venire dopo una band.

Patton Oswalt: Talking For Clapping | Official Trailer [HD] | Netflix

Hai parlato del boom della stand-up a fine anni Ottanta. Anche oggi sembra di essere dentro un nuovo grande boom dettato dai social. Ora i comedian riempiono arene e stadi.
Non lo dico per cattiveria, ma anche questa volta il mercato si saturerà, crollerà, e quelli che resteranno a farlo saranno quelli che lo vogliono davvero. E questo creerà una nuova forma di comicità alternativa che la porterà in direzioni nuove. È sempre una questione di costruzione, crollo e poi di ciò che nasce dal crollo.

E come si resiste a tutte queste ondate?
Bisogna farlo. La vita creativa non è una linea retta, e non lo è mai stata. So che la gente vorrebbe che lo fosse. Anch’io vorrei che potesse esserlo, sarebbe molto meno stressante. Ma non funziona così. Quindi devi fare del tuo meglio tra alti e bassi. Alti e bassi che possono essere davvero brutti.

Nella comicità immagino ci sia molta pressione. Stai chiedendo una reazione, una risposta.
Stai chiedendo qualcosa, è vero. Ma con gli anni cominci ad acquisire la sicurezza per cui non stai più chiedendo: li stai invitando a venire con te. Che secondo me è una posizione molto più accogliente e più forte in cui stare, soprattutto per un comico.

Pensi che il tuo modo di scrivere sia cambiato dall’inizio?
Il mio modo di scrivere è sempre stato simile: annotare idee e temi da esplorare. Ma poi devo scrivere sul palco. Scrivo salendo sul palco e provando ciò che penso possa funzionare. Poi scopri molto in fretta cosa tiene e cosa no, e da lì aggiusti. Sono diventato molto bravo – non che abbia chissà quale dote: lo faccio da così tanto tempo che riesco a scrivere bene e ad aggiustare al volo mentre sono sul palco, partire da un’idea e vedere dove va.

Uno spettacolo di stand-up non è solo battute. È una performance completa fatta di movimenti, presenza, corpo. Un comedian non è semplicemente una persona che dice battute.
Quello che descrivi è molto preciso perché molti dimenticano che un comico è davvero bravo quando, dal modo in cui racconta una storia, crea immagini, suoni, odori, sensazioni nella tua testa. Non è solo una persona che parla. È una persona che intreccia immagini, suoni, odori, a volte anche il tatto. I comici davvero bravi non ti danno la sensazione di stare guardando qualcuno che parla dentro un microfono. Sei in viaggio con loro.

Pensi che il modo in cui la gente reagisce oggi sia diverso rispetto a quando hai iniziato?
Ci sono alcune premesse e battute che non funzionano più come una volta, semplicemente perché sono vecchie, trite, e la gente le ha già sentite. Ma il meccanismo di base non è cambiato. Imposti qualcosa e poi arriva la sorpresa con qualcosa che non avevi visto arrivare, un’angolazione, un punto di vista a cui non avevi pensato, che ti fa ridere. Quella è la punchline.

Una questione che trovo problematica su internet – non solo legata alla comicità – è che appiattisce il tempo. Da un lato quindi ogni battuta può tornare come un boomerang, anche se magari nel tempo è cambiata la sensibilità sull’ironia. Dall’altro perché i reel possono falsificare un bit: un tempo comico può cambiare completamente se ne si taglia anche solo un secondo. Qual è la tua idea su cosa sta succedendo alla comicità oggi?
Con tutti gli svantaggi che internet ha – il togliere le cose dal contesto, o il poterle usare come arma fuori contesto per servire qualsiasi imbroglio tu stia cercando di portare avanti – mi piace però che abbia dato accesso a voci che normalmente non verrebbero ascoltate. L’unica cosa che trovo negativa è che molti giovani comici non hanno quello che ho avuto io, cioè del tempo nei locali vuoti, con nessuno a guardarti. Quel tempo per capire qual è davvero la tua voce, chi sei sul palco.

E che consiglio daresti?
Oggi ogni fase della carriera viene filmata. La gente mette online i propri set agli open mic. A queste persone vorrei dire: concediti quattro o cinque anni di oscurità per trovare la tua voce. Non filmare ogni singolo momento. Lasciati crescere in silenzio e tirerai fuori qualcosa di meglio. Ma per fortuna mi pare che stia arrivando un’altra generazione che sta tentando di restare offline il più a lungo possibile. Sarà molto interessante.

Quando hai capito di aver trovato la tua voce?
Ci ho messo sei o sette anni prima di sentirmi me stesso sul palco. La cosa strana è che stavo andando piuttosto bene come comico, ma avevo del materiale dimenticabile, che non aveva niente a che fare con me. Ero solo diventato molto bravo a stare in tournée e a fare le cose più elementari per strappare risate. È stato solo quando mi sono trasferito a San Francisco che mi sono detto: meglio che inizi a trovare qualcosa di unico per emergere. Quindi, di nuovo: ci vuole tempo, ci vogliono disciplina e perseveranza, salire e riprovare di continuo per capire qual è la tua voce. Ci vuole solo ripetizione.

C’è stato un momento nella tua vita in cui hai pensato: basta? Qualche periodo molto difficile nella carriera?
Ci sono stati periodi in cui mi sono autosabotato, in cui pensavo: ma fa tutto parte del gioco. Ci sono momenti in cui mi sono detto che non era il lavoro per me. In cui mi chiedevo: dovrei tornare a casa? Che ci faccio qui? Ma in un certo senso penso che quegli ostacoli li abbia costruiti da solo per darmi qualcosa da superare e diventare sempre più divertente. Era quasi come se avessi bisogno di quegli ostacoli.

Poi hai iniziato a fare serie TV e cinema, portando la tua comicità dalla stand-up alla televisione. È stato facile o difficile?
Comicità e recitazione, in TV o al cinema, sono due discipline completamente diverse. Quindi non ho voluto essere un bravo comedian che cerca di far ridere. Ho trattato la recitazione come un altro lavoro, un’altra competenza da imparare. L’ho affrontata esattamente come affronto la comicità: sono un principiante e devo imparare. Credo sia questo che ha funzionato davvero. Non ci sono andato con l’atteggiamento di chi dice: ho già fatto tutto questo, sarò bravissimo. No, devi imparare a fare bene il tuo mestiere.

E questo dialoga con la tua carriera da comico, o ti porta un pubblico che si aspetta altro da te?
Io non faccio comicità per uscire dalla comicità. C’è tanta gente che fa comicità per entrare nel cinema e in TV e poi non farla più. Io faccio TV e cinema per poter continuare a fare comicità.

Sei un comico, un attore, un doppiatore. Sei stato costretto a specializzarti in così tante cose differenti?
Io ho sempre voluto fare tante cose diverse. Altri sono concentratissimi sul voler fare una cosa sola. Quindi va bene qualunque cosa funzioni, qualunque sia la versione migliore della tua vita. È quello che secondo me la gente dovrebbe fare. E la versione migliore della mia vita è fare tante cose diverse.

In Italia ti conosciamo soprattutto per un certo tipo di ruolo, questi personaggi un po’ svitati, outsider, che interpreti nelle serie TV. C’è come un filo che lega alcuni dei tuoi personaggi. È una tua scelta di specializzarti in quella parte, o è il modo in cui ti scritturano?
Sono molto aperto a prendere quello che mi viene offerto e che trovo interessante. Ma non ragiono per generi. Se il copione è interessante, se è un progetto davvero bello, se c’è un gruppo di persone creative che prova a creare qualcosa di nuovo, allora voglio farne parte. Quindi no, non ho mai davvero provato a curare o a controllare la mia carriera. Ho capito molto presto che non è una cosa che ti è concessa. E allora mi sono goduto il caos.

Patton Oswalt's Star Wars Filibuster (Extended Cut) | Parks and Recreation

Dopo tutto questo tempo, ti capita ancora di sorprenderti sul palco? Magari una battuta su cui contavi che fallisce o qualcosa che non avevi notato fosse così divertente che riceve una grande reazione?
Mi sorprendo di continuo. Se non mi sorprendo io, non si sorprende il pubblico. Perciò provo sempre a scrivere roba di cui mi dico: non so come farò a rendere questa cosa divertente. Di solito è proprio quella la roba su cui dovresti lavorare, quando non riesci a vedere dove andrà la battuta. È lì che succedono le cose sorprendenti.

In un’intervista hai detto che ormai ti godi di più il tempo in cui il pubblico non ride, il momento in cui costruisci la battuta.
È l’attesa. Non ho più l’ansia e il bisogno di avere una risata a ogni secondo. È un invito a seguirmi, a farsi portare da qualche parte.

Quando prepari uno special lavori in modo diverso?
Sì, perché devi fare dei set che superano un’ora. Poi tagli, sfoltisci, rendi tutto più asciutto. Ma è tutto in funzione dello special. Poi, una volta fatto lo special, puoi portarlo in tournée finché non esce. Quando esce, devi fare tutto materiale nuovo. Io provo a fare in modo che il mio special assomigli il più possibile a una serata in cui mi vedi fare comicità a teatro.

In Italia la stand-up è agli albori: non abbiamo, per esempio, gli album degli special, che invece da voi in America sono enormi. Su quelli lavori in modo diverso? C’è più editing rispetto a uno special televisivo?
Anche lì voglio che il set sia il più grezzo e vicino possibile alla cosa dal vivo, così come è stata registrata. Ci sono un paio di momenti in cui, se qualcosa non funziona del tutto o c’è una transizione strana, puoi tagliare. Ma cerco di farlo il meno possibile. Voglio che l’album ricrei la sensazione di essere allo spettacolo dal vivo. Con tutti i difetti. Mi piacciono i piccoli errori e i momenti strani. Rendono tutto più umano.

Vai a vedere spettacoli di stand-up? Ci sono giovani comici che ti senti di consigliare?
Se vedo un giovane comico davvero forte, di solito lo chiamo ad aprire i miei show. Ma non voglio dare consigli non richiesti. Molte volte, dando consigli, finisci per fare male a qualcuno perché lo rendi più simile a te. Quindi il mio grande consiglio ai giovani comici è: non chiedete agli altri comici di guardare la vostra roba e darvi consigli. Sviluppatevi da soli e costruite la vostra voce.

Sembra proprio che ami ancora questa forma d’arte.
È il massimo. Per me è la cosa più… la cosa più pura, più diretta. Ho un’idea, salgo sul palco, la dico, ottengo una reazione. Boom. Non c’è niente di simile. Niente.

E allora te lo chiedo: chi è il tuo stand-up comedian preferito in questo momento?
Per me è un pareggio tra Anthony Jeselnik e Maria Bamford: sono i due migliori in circolazione adesso.