Forse sta tutto lì, nei quattro versi che racchiudono sia il culto di un’artista a cui basta parlare di sé per far sfracelli, sia uno dei motivi che rendono la sua musica a volte poco interessante: “Basta trovare una sola persona al mondo / che non pensi che sei insopportabile / E ho un annuncio importante da fare / ho trovato la mia”. Non è un annuncio importante quello di Cleveland! ed è questo il punto.
Questa mattina Taylor Swift ha pubblicato quattro nuove canzoni. Sono l’appendice, anzi il bis dell’avanspettacolo pop di The Life of a Showgirl. Sommate agli altri 12 pezzi del disco danno vita a The Life of a Showgirl: The Encore, nuova copertina, nuova vita per l’album uscito un anno fa in attesa del prossimo progetto, che a questo punto mi auguro sia davvero il ritorno alle radici country-pop suggerito dall’arrangiamento via Bleachers di I Know You, I Knew It, dal nuovo interesse delle radio specializzate americane nei confronti della cantante, dalle fantasie alimentate dallo sketch al SNL sulla Taylor’s Version del debutto (roba di Easter egg, lasciate stare). Me lo auguro perché spero che l’eventuale riavvicinamento al country porti un diverso tipo di storytelling, quello che Swift ha imparato a riconoscere e amare da adolescente ascoltando i dischi che uscivano da Nashville.
Patient Zero, Cleveland!, Pink Clouding e Babylon non sono le classiche bonus track registrate durante le session del disco, gli scarti insomma, anche se sembrano tali. Sono il frutto di un nuovo viaggio in Svezia per collaborare con Max Martin e Shellback, co-autori e produttori, in una sorta di giro d’onore dopo l’exploit dell’album più criticato di Swift, ma anche il suo di maggior successo da molti punti di vista. Non hanno l’appeal spudoratamente pop dei pezzi migliori dell’album del 2025, tipo Opalite che sarà anche un po’ vacua ma è uno di quei pezzi che un anno dopo si fa ancora canticchiare. E non hanno nemmeno l’intelligenza poetica di altri testi della popstar. Sono, come dire, piatti.
La canzone su cui si punta come singolo è Patient Zero, racconto tiepido di una (ipotetica?) telefonata della fidanzata di un ex che è campione di rapporti tossici, virus sentimentale malefico che dopo aver fatto ammalare la paziente zero (la narratrice, cioè) è passato a una nuova vittima. Solidarietà femminile a tinte cupette, colori musicali freddi, un beat fastidiosamente semplice, con la nota positiva della presenza del violino del concertista e direttore d’orchestra svedese Fredrik Burstedt. Diretto dalla cantante, il video ha come protagonisti Dakota Johnson e Colin Farrell, oltre alla fotografia di Emmanuel Lubezki, triplo premio Oscar (per Gravity, Birdman e Revenant – Redivivo). Sarà presentato in anteprima agli MTV VMA di domenica 27, quando Taylor sarà la prima a ricevere un Artist Director Honors, premio alla carriera riservato ai registi dei videoclip che hanno lasciato un segno (ciaone David Fincher, Spike Jones, Michel Gondry, Anton Corbijn, Hype Williams e compagnia girante).
Da vittima a carnefice, in Pink Clouding la narratrice ripensa con l’accompagnamento nelle strofe di un sintetizzatore che fa molto anni ’80 a un ex che ha trattato maluccio e a cui ha fatto promesse mai mantenute poiché inebriata dal piacere di essere amata. Ci ripensa con un prosaico “giuro su Dio che ancora oggi mi sveglio con la paura di aver lasciato delle cicatrici a una brava persona”. Non è la prima volta che Swift canta i suoi difetti, lo ha fatto in passato con più autoironia e verve, ma è una canzonetta che negli anni ’80 un produttore esigente avrebbe relegato al lato B di un singolo.
Uno dei temi di The Life of a Showgirl, quello che l’ha reso indigesto a chi preferisce la Swift alle prese con sfighe amorose rispetto a quella felicemente fidanzata (all’epoca) e sposata (oggi) è l’appagamento per il rapporto con Travis Kelce, l’uomo che ha cambiato la profezia. Si torna lì in Cleveland!, dalla città dov’è cresciuto il marito, a Cleveland Heights per la precisione, da cui i versi “He already took me to Cleveland and showed me The Heights”. La canzonetta è briosa, ma la logica del testo è talmente elementare da risultare respingente. L’elenco di critiche mosse alla cantante, dal fatto che non è “più hot come una volta”, che non è mai stata una “girls’ girl”, che si veste da schifo, che è una whore e una bitch, parole che Swift evita di cantare ma che evoca chiaramente con le rime, e che insomma lui potrebbe trovarne una migliore e magari più giovane sono messe a tacere dal tautologico “my baby likes what he likes” e lo scontato “è l’amore della mia vita”. Il pop non è ingegneria aerospaziale, ma c’è un limite a tutto. Il paradosso: è la canzone che resta in mente di più dopo i primi ascolti.
È anche questa una storia scontata e musicalmente incolore, ma è più interessante Babylon, ancora con Burstedt e la pedal steel (oltre a chitarra e mandolino) di Anders Pettersson, il musicista che dava un bel sapore country a The Life of a Showgirl (non il disco, ma la canzone con Sabrina Carpenter) e che qui purtroppo sparisce nel mix. A differenza dell’autobiografismo apologetico della canzone su Kelce, Babylon si riallaccia alle storie in terza persona contenute nei dischi migliori di Swift, Folklore ed Evermore. Il protagonista è un “liberated libertine” che fugge da un posto di provincia in cerca di qualcosa di più, soldi e successo immagino, per poi ovviamente rimpiangere quel che si è lasciato alle spalle. La nostalgia rende miserabile lui e chi gli sta attorno tra cui la moglie che va in bagno a chiamare la madre per dirle che le cose così non vanno.
Non è la Swift migliore, ma quel pre-ritornello sui ricordi, dalla zia che mette il vestito buono per andare in chiesa al divieto di mangiare appoggiando i gomiti sul tavolo fino alla felpaccia comprata al centro commerciale, è già qualcosa. Ricorda vagamente non la popstar più potente del pianeta che si lamenta perché qualcuno le dice che non sa ballare, non la honeymooner che ci spiega quant’è felice con parole scontate, non la popstar che s’accontenta di basi piatte perché sa che tanto non le serve altro, ma la musicista che pur restando dentro i confini rassicuranti del pop si prende qualche rischio e la cantautrice che costruisce mondi.

















