Il bacio postumo di Gino Paoli e Ornella Vanoni | Rolling Stone Italia
Rivedersi alla fine

Il bacio postumo di Gino Paoli e Ornella Vanoni

‘Quando ti rivedrò’ racconta una forma di vicinanza meno visibile della quotidianità e forse proprio per questo più difficile da sciogliere: due persone che continuano a cercarsi oltre tutto ciò che le ha separate

Il bacio postumo di Gino Paoli e Ornella Vanoni

Gino Paoli e Ornella Vanoni

Foto: Nicolò Paoli

Il problema, con Gino Paoli e Ornella Vanoni, è sempre stato trovare il sostantivo giusto. Coppia lo furono, ma per un tratto troppo breve perché la parola possa riassumere tutto ciò che venne dopo; amanti, certo, e su questo le cronache non lasciano molto spazio alle sottigliezze, anche se parliamo di un amore cominciato quando l’Italia comprava ancora i dischi in vinile senza bisogno di specificarlo; ex è tecnicamente corretto ma ha la grazia di una voce da modulo; amici è evidentemente insufficiente; grande amore funziona, purché non lo si pronunci con troppa enfasi e violini già accordati. Marito e moglie, invece, non lo furono mai, fatto che almeno ci risparmia l’errore più comodo: trasformare retroattivamente una relazione irregolare, intermittente e ostinata in un matrimonio che nessuno dei due ebbe mai la premura di contrarre.

È anche per questo che, ascoltando per la prima volta Quando ti rivedrò, l’ultima canzone inedita di Paoli, viene spontaneo cercare un’immagine che abbia a che fare con la morte e con l’amore, ma il Sarcofago degli sposi, che pure sarebbe disponibile da 2500 anni per ogni evenienza romantica post-mortem, non è quella giusta: è troppo nuziale, troppo composto, troppo da coppia che affronta l’eternità dopo aver scelto il servizio buono.

Per Gino e Ornella serve piuttosto Il bacio di Rodin, quei due corpi di marmo che si cercano con una semplicità quasi scandalosa e che in origine erano Paolo e Francesca, due amanti tutt’altro che regolari, concepiti per la Porta dell’Inferno e poi sottratti dal grande scultore francese alla scenografia della dannazione fino a perdere, progressivamente, Gianciotto, l’adulterio, il delitto, Dante e perfino l’Inferno, per diventare semplicemente quello che il titolo popolare ha finito per sussurrare: un bacio.

È esattamente questo il movimento che oggi compie Quando ti rivedrò sulla storia di Paoli e Vanoni; giacché il tempo, quando lavora abbastanza a lungo, ha una strana vocazione da editor: taglia note, circostanze, testimonianze, calendari, chi lasciò chi, chi telefonava troppo e chi troppo poco, chi spariva, chi tornava, chi amava qualcun altro nel frattempo, e alla fine, di tutta quella complicazione, lascia sopravvivere un’immagine sorprendentemente semplice.

Quella semplicità è una canzone uscita il 23 settembre, nella notte fra il compleanno di Ornella, nata il 22 settembre 1934, e quello di Gino, nato il giorno dopo dello stesso anno. Una canzone pensata per due voci e rimasta invece sospesa su una sola, perché Vanoni avrebbe dovuto raggiungere Paoli a Nervi lunedì 24 novembre per registrare la sua parte, ma morì tre giorni prima. Paoli decise che nessun’altra cantante avrebbe potuto sostituirla; chiamò Paolo Fresu. Quattro mesi dopo, morì anche Gino. A quel punto il titolo, che quando era stato pensato significava una cosa anche terrena, aveva ormai acquistato un senso che nessuno aveva previsto e che nessuno avrebbe più potuto sottrargli.

Quando ti rivedrò, infatti, non dice se ti rivedrò. Nel “quando” l’incontro è già dato per certo; resta da capire soltanto che cosa sarà sopravvissuto. Paoli lo chiama “questo filo che / tra di noi / non si è fermato mai”. Se il filo fosse una corda robusta, una convivenza, un conto cointestato, difficilmente ci si scriverebbe sopra una canzone; il filo è ciò che resta quando tutto il resto, più concretamente, non tiene. E infatti Paoli passa subito alla verifica dei danni con una sequenza da interrogatorio: “tu che non mi guardi”, “tu che non mi ascolti”, “tu che non mi parli”, “tu che non ti accorgi”, “tu che non mi ami”. Cinque capi d’accusa che avrebbero un certo peso specifico, se non arrivasse quella piccola meraviglia sintattica che li cancella tutti insieme: “che non è vero”. In fondo è un’idea molto paoliana dell’amore: ciò che rimane quando i fatti sembrano sostenere ostinatamente il contrario.

Poi però la canzone cambia registro e Paoli smette di descrivere ciò che Ornella fa per cominciare a descrivere ciò che Ornella è, e l’elenco procede con una precisione anatomica: gli stessi occhi, la stessa bocca, la stessa voce, le stesse mani, la stessa storia, la stessa anima. L’ordine non è casuale, perché si parte dal corpo e si finisce nella metafisica, quasi fosse un riconoscimento dopo una lunghissima assenza, prima verificando i dati sensibili e poi quelli che nessuna anagrafe potrebbe certificare.

Il dettaglio più bello è che nella registrazione Ornella c’è comunque, seppure in forma non corporea: è nella tromba di Fresu, che il 10 dicembre 2025 registrò la propria parte alla Fonoprint di Bologna e raccontò poi che il suo ottone era diventato «la voce di Ornella». È una soluzione musicalmente elegante e concettualmente perfetta, perché un’altra cantante avrebbe occupato il vuoto, mentre una tromba lo rende udibile senza fingere di colmarlo; non imita Vanoni, non prova a rifarla, non nasconde l’assenza ma la trasforma in suono, e c’è qualcosa di straziante nel fatto che lo strumento scelto funzioni grazie al respiro proprio là dove la morte ha reso impossibile il respiro della voce che avrebbe dovuto esserci. Pochi giorni prima, lo stesso Fresu aveva suonato L’appuntamento al funerale di Ornella, mantenendo una promessa che lei gli aveva fatto strappare tempo addietro.

La voce di Paoli, invece, arriva da una registrazione che non avrebbe dovuto essere definitiva: Adriano Pennino, autore della musica, ha raccontato che Gino arrivò nel suo studio a Roma in un pomeriggio di pioggia, ancora col cappotto e con la sigaretta, prese il microfono soltanto per mostrargli come aveva sistemato le parole sulla melodia e cantò una volta sola; quella volta è rimasta.

Gino Paoli, Paolo Fresu - Quando ti rivedrò (Lyric Video)

Quando dentro questa storia di cose provvisorie che diventano definitive tornano le mani è impossibile non pensare a Senza fine. Tutta la mitologia sentimentale di Paoli e Vanoni comincia nel 1961 con una canzone che compie due atti molto temerari, cioè: 1) abolire la fine e 2) prendere in esame le dimensioni delle mani di Ornella: “Tutto è ormai nelle tue mani / Mani grandi / Mani senza fine”.

Sessantacinque anni dopo tornano “le stesse mani”, ma non più dentro l’illusionismo di Senza fine. Nel testo, fino a quel momento, c’era stato il “tu”, il tu che non guarda, non ascolta, non parla, il tu con gli stessi occhi, la stessa bocca, la stessa voce ecc.; ma ecco che improvvisamente arriva il “noi”: “gli stessi giorni”, “le stesse notti”, “la stessa storia”, “lo stesso amore”, “la stessa vita”. Due pronomi diventano uno e, nello stesso momento, si sale di livello, perché quando Paoli dice “tu” descrive parti del corpo, mentre quando dice “noi” descrive il tempo, giorni, notti, sere, storia, amore, vita. La persona appartiene al corpo, la coppia appartiene al tempo, e forse nessuna formula racconta meglio Gino e Ornella, che non furono davvero una coppia nello spazio, non abitarono stabilmente la stessa casa, ma rimasero in qualche modo legati, in una forma di vicinanza meno visibile della quotidianità e forse, proprio per questo, più difficile da sciogliere.

È questo il motivo per cui i versi di chiusura acquistano tutta la loro forza: “e torniamo a ridere / e torniamo a credere / che si può riprendere / dove si è fermato il tempo”. Le parole sono rimaste identiche, ma la realtà le ha trasformate, come accade a certe canzoni quando la vita si incarica di portarle più lontano di quanto avessero previsto. Quando ti rivedrò compie così qualcosa di simile al marmo di Rodin: lascia cadere circostanze, definizioni e cronaca, finché rimane soltanto il gesto essenziale, due persone che continuano a cercarsi oltre tutto ciò che le aveva separate.

Che a consegnarci questa immagine sia stato proprio Gino Paoli rende la cosa ancora più commovente. Poco incline alle cerimonie sentimentali, allergico alle pose, burbero spesso per pudore prima ancora che per carattere, davanti alle emozioni preferiva una battuta storta a una dichiarazione ben confezionata. Eppure ha lasciato a Ornella una canzone che la ricompone attraverso gli occhi, la bocca, la voce, le mani, la storia, l’anima, quasi volesse restituirla intera prima di raggiungerla. E, nel farlo, ha lasciato anche a noi una forma per riconoscere quegli amori che non diventano famiglie, non si lasciano mettere in ordine dalle definizioni e continuano a esistere ben oltre il punto in cui la biografia avrebbe voluto dichiararli conclusi.

Sessantacinque anni prima Gino aveva scritto per Ornella una canzone che diceva che l’amore poteva essere senza fine. Gli è servita una vita per aggiungere l’altra metà della frase, quella che a 27 anni (quando si crede che l’amore cancelli il tempo) non si ha alcuna voglia di conoscere ma che a 91 (quando, semmai, si spera che l’amore sopravviva al tempo) può diventare una consolazione: la fine esiste, certo, ma forse è proprio lì che ci si rivede.