Il 7 aprile del 1985 George Michael sale per la prima volta sul palco del Beijing Workers’ Gymnasium. Balla, canta, si muove come un ossesso davanti a un pubblico che resta immobile per gran parte dell’esibizione. Chi prova ad alzarsi in piedi viene subito richiamato dalla polizia presente per assicurarsi che il primo concerto di una band internazionale in Cina non sfoci nel caos più totale.
Ai Wham! e al loro manager Simon Napier-Bell, in fin dei conti, interessava proprio la natura mitica dell’impresa, ampiamente riportata sulle prime pagine dei più importanti tabloid. Al governo, invece, interessava dimostrare al mondo la propria cauta apertura culturale. Ma questo evento improbabile, di cui siamo tornati a parlare di recente con l’uscita del documentario Wham! 10 Days in China, ha avuto il suo impatto sulla storia musicale del Paese.
Negli anni ’80 dopo decenni di slogan maoisti e chiusure verso l’esterno, Deng Xiaoping porta la Repubblica Popolare Cinese a una svolta economica con una serie di riforme che riaprono il Paese al commercio internazionale. Arrivano i primi fast food, i parchi divertimento, i primi prodotti stranieri, dalla Coca-Cola all’elettronica; la vita dei cittadini cinesi cambia in fretta e, per alcuni, anche in meglio. Sono anni di ritrovata libertà, ma la censura del Partito resta vigile affinché dalle finestre ormai aperte del Paese entrino il minor numero possibile di mosche, parafrasando una famosa citazione del vecchio Deng. La curiosità è reciproca: anche per l’Occidente la Cina diventa una terra di grandi opportunità, commerciali e mediatiche.
Simon Napier-Bell annusa l’occasione. Capisce che è la sua occasione per mantenere la promessa fatta a George Michael e Andrew Ridgeley di farli entrare nella storia. Dopo varie telefonate con burocrati e funzionari, capisce che il miglior modo per fare affari in Cina è con un invito a pranzo. Come lui stesso racconta nel libro I’m Coming to Take You to Lunch, ci vogliono circa due anni di trattative, 13 viaggi a Pechino e un’infinità di banchetti per riuscire nel suo obiettivo.
Durante i suoi incontri parla solo di estetica, politica e soldi, mai di musica. Quando viene a sapere che anche i Queen sono in trattativa per un concerto in Cina, gioca d’astuzia. A uno degli innumerevoli pranzi porta due dossier: uno con le foto di George e Andrew, il ritratto di due bravi ragazzi provenienti dalla classe operaia, e un altro con le immagini di Freddie Mercury in outfit eccentrici. Il messaggio è sottile quanto chiaro.
George e Andrew non sono comunque i primi musicisti occidentali a esibirsi nella Cina denghiana. Quattro anni prima il Governo aveva invitato ufficialmente Jean-Michel Jarre, pioniere della musica elettronica francese. Come ambasciatore dell’innovazione tecnologica occidentale, il compositore si era esibito tra Pechino e Shanghai in una tournée fatta di luci laser e sintetizzatori, anche con brani appositamente composti per l’evento, una sorta di grande omaggio e scambio culturale, riassunto nell’album Les Concerts en Chine. La figura di Jarre era di facile traduzione: compositore, innovatore tecnologico e ambasciatore di quella modernità scientifica che la Cina di Deng Xiaoping stava cercando di raggiungere. Al confronto, Michael e Ridgeley erano due personaggi più difficili da comprendere, ingranaggi di una complessa macchina culturale pop fatta di moda, desiderio, fama e consumo. Una vera novità.
Dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, il concetto di musica era estremamente distante dal ritmo coinvolgente di Wake Me Up Before You Go-Go. Popolare, ma non pop. Il jazz della Parigi d’Oriente degli anni ’20 e ’30 aveva lasciato spazio alle canzoni rosse. Numerosi musicisti si erano trasferiti a Hong Kong e Taiwan per continuare a creare e porre le basi di quello che sarebbe poi diventato il popolarissimo mandopop. La musica veniva riprodotta da grandi megafoni posizionati ovunque nelle strade e nelle piazze. Era qualcosa di condiviso, come del resto l’arte in generale, che doveva essere concepita come funzionale alla trasmissione degli ideali socialisti.
La maggior parte della musica straniera in Cina arriva inizialmente sottobanco, attraverso un fitto mercato nero discografico, oppure intercettando le frequenze radio delle vicine Hong Kong e Taiwan. In questo contesto non possiamo omettere il ruolo di Teresa Teng, regina indiscussa del mandopop taiwanese e diva nell’Asia degli anni ’70 e ’80. Le sue ballate romantiche hanno definito un genere che oggi è generalmente conosciuto come musica popolare cinese moderna, ma la cantante è stata bandita dalla Repubblica Popolare per gran parte della sua carriera. Il motivo? Le tensioni politiche con Taiwan e i testi delle canzoni, considerati troppo sentimentali ed etichettati come pornografici. Nemmeno questo però riuscirà a fermare la sua crescente popolarità in Cina attraverso il fiorente mercato nero. La sua musica era praticamente ovunque, dai night club fino agli stessi uffici governativi. Purtroppo Teresa Teng morì giovanissima, qualche anno dopo aver ricevuto finalmente l’invito ufficiale per esibirsi in Cina.
George e Andrew arrivano nella Terra di Mezzo con un grosso bagaglio di pregiudizi. Accecati dai flash della stampa costantemente presente durante il loro viaggio, non comprendono pienamente né l’impatto culturale del loro evento, né quanto i fan in realtà apprezzassero già la loro musica. «Nessuno si ricorderà di noi qua dopo il tour», afferma convinto George Michael mentre viene ripreso durante un massaggio in una spa prima del secondo concerto a Guangzhou.
Ma è proprio in quella folla silenziosa al Beijing Workers’ Gymnasium che un giovane Cui Jian trova la conferma della sua vocazione: diventare il padre e pioniere della musica rock in Cina. Ma la nascita del rock cinese è ben lungi dall’essere una semplice importazione occidentale o un’illuminazione arrivata solo dopo il 1985. Tra i grandi meriti di Cui Jian c’è infatti quello di aver fuso la musica folkloristica cinese con influenze americane e britanniche di autori come Simon & Garfunkel, Buffalo Springfield, Cat Stevens, George Harrison, i Beatles e i Rolling Stones. Nel 1986 Cui dà voce a una rabbia tutta cinese salendo sullo stesso palco su cui aveva visto esibirsi i Wham! per intonare Nothing to My Name (Yiwu Suoyou), brano che nel 1989 diventerà uno degli inni dei manifestanti di Piazza Tiananmen. Siamo oltre il semplice fascino per l’Occidente: il rock cinese nasce con una propria e chiara identità.
Il rock rimarrà comunque fortemente censurato in Cina e ai margini dell’industria per gran parte degli anni ’90. Ed è qui che assume un ruolo fondamentale il fenomeno del dakou, che in cinese significa “tagliato”. Le etichette discografiche occidentali iniziano a spedire in Cina dischi e cassette invenduti da destinare al riciclo. Questi prodotti, spesso tagliati o danneggiati e resi teoricamente inutilizzabili, vengono venduti clandestinamente. Decenni di storia del rock e del punk arrivano tutti insieme al pubblico, dai Nirvana a Blondie, dai Ramones ai Joy Division. I retrobottega di alcuni rivenditori diventano così il ritrovo segreto di una generazione di ragazzini che iniziano ad ascoltare e comprare dischi rock clandestinamente.
Dopo i Wham!, per diversi anni, i grandi concerti internazionali sono rimasti eventi isolati ed eccezionali. I Roxette nel 1995, Björk nel 1996. Nel 2006 (e poi nel 2014) sarà invece il turno della prima rock band a includere Shanghai come tappa del proprio tour mondiale: i Rolling Stones. La censura resta un ostacolo: le scalette vengono modificate e i brani tagliati per eliminare tutto ciò che le autorità ritengono pericoloso per la stabilità politica o l’armonia culturale.
Oggi, tra social e reti VPN, è ormai una cosa semplice intercettare tutto quello che la fitta maglia del Governo non lascia arrivare ufficialmente in Cina. Anche se poi questo si è tradotto in un ecosistema culturale chiuso in sé stesso, la Cina ha oggi una sua, non trascurabile, influenza internazionale e delle scene piuttosto interessanti, soprattutto nel mondo del rock indipendente e del rap. Gli input dall’estero sono arrivati velocemente, ma presto sono stati rielaborati come propri. Paradossalmente, proprio questo lato trasgressivo e rockettaro, nato nei retrobottega dei negozi di dischi, ha trovato la sua perfetta dimensione in Cina.
L’ultimo pezzo di questa storia è arrivato con i social. Brani come Blueprint Supreme del rapper cinese Skai Isyourgod sono diventati virali grazie a TikTok, Douyin in Cina, come colonna sonora di trend legati al fenomeno del Chinamaxxing in un Occidente che oggi scopre nuovi suoni in un mix tra melodie dell’opera cantonese, gong e Memphis rap.
I Wham! non hanno portato il pop in Cina. Per dieci giorni, però, hanno reso più accessibile una porta che il Paese aveva già iniziato ad aprire sotto stretta sorveglianza. Ciò che è passato attraverso quella porta, però, non è rimasto materiale occidentale a lungo: copiato, contrabbandato e censurato, è stato trasformato in qualcosa di propriamente cinese. Più di quarant’anni fa George Michael intonava la sua hit Freedom! davanti a una folla silenziosa, ma desiderosa di conoscere i suoni e le icone culturali al di là dei propri confini. Ed è in quel titolo, quasi rivoluzionario per la Cina di quegli anni, che si può oggi leggere il messaggio per un’intera generazione musicale.














