I Pulp, Jarvis Cocker, gli ABBA, gli Oasis e il pop che salva il mondo | Rolling Stone Italia
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I Pulp, Jarvis Cocker, gli ABBA, gli Oasis e il pop che salva il mondo

Arriva su MUBI il documentario di Garth Edwards ‘Pulp: What Do You Do for an Encore?’. Abbiamo intervistato il regista e Jarvis, tra ricordi, “acidi”, omaggi alla band svedese e sì, anche il tour dei Gallagher

I Pulp, Jarvis Cocker, gli ABBA, gli Oasis e il pop che salva il mondo

‘Pulp: What Do You Do for an Encore?’ di Garth Jennings

Foto: MUBI

Quanti ne abbiamo visti, negli ultimi anni, di biopic musicali, di documentari che raccontano gli artisti del rock e del pop? Risposta: tanti, pure troppi, a dirla tutta. Amy Winehouse e Bob Marley sono stati maltrattati in due film orribili, di Freddie e Michael ci hanno raccontato favolette, il Boss è depresso e via discorrendo. I doc celebrativi sono certamente più utili per trasmettere un’eredità alle nuove generazioni, ma anche in questo caso qualcuno funziona meglio, qualcuno meno. Il fatto che il costosissimo film sulla reunion degli Oasis e questo, ben meno pretenzioso, su quella dei Pulp escano a due settimane di distanza permette di fare alcune riflessioni interessanti. La prima è che il Brit Pop anni Novanta è stata un’epoca gloriosa. La seconda è che Jarvis Cocker è stato un personaggio molto più interessante dei Gallagher Bros e anche di molti altri semi-guru della musica di quegli anni. E la ragione è molto probabilmente legata al suo essere sparito quando i Pulp erano all’apice della carriera, consapevole che se non si ha più niente da dire il declino è irreversibile. E allora meglio ritirarsi e aspettare il momento giusto. Anche se passano 24 anni, e dato che More è un disco magnifico, l’attesa è stata ben ripagata.

Prima di vedere il documentario Pulp: What Do You Do for an Encore?, mi è capitato di incrociare Jarvis Cocker in una estemporanea performance al Barbican Centre di Londra lo scorso marzo. Era una serata tributo per Marianne Faithfull, Cocker ha cantato un pezzo che aveva scritto per lei, Sliding Through Life on Charm. Nonostante i 62 anni, l’energia e le movenze erano le stesse di trent’anni prima. Ed è quello che ti cattura sin dalla prima scena del documentario diretto da Garth Jennings, regista di Guida galattica per autostoppisti e Sing, ma anche di due videoclip della band negli anni Novanta. L’idea di raccontare la storia di Jarvis e dei Pulp è stata sua. «A dire il vero non avevo mai fatto la regia di un concerto, e ci sono riuscito perché ho avuto a disposizione una squadra di persone espertissime in questo senso», mi ha detto Garth quando abbiamo parlato del film. «Ma mentre lavoravo sul girato mi sono accorto che serviva qualcosa di più, per trasmettere quell’energia incredibile a un pubblico più giovane dando loro un contesto. Allora abbiamo iniziato a fare ricerche e a lavorare sull’archivio».

«Sì, non è stata una mia idea», mi ha confermato Jarvis, proprio un giorno prima del suo sessantatreesimo compleanno, il 19 settembre. «Pensavo che avremmo semplicemente girato un film-concerto. Poi Garth ha detto: “Be’, ho deciso di inserire del materiale d’archivio”. Credo di non aver obiettato perché, se mi avesse detto che avremmo inserito delle interviste, che avremmo chiesto alla gente cosa fossero i Pulp, avrei pensato che sarebbe stato un po’ noioso. Ma mi ha detto che aveva una persona, credo avesse lavorato all’archivio del film su Senna che avevo trovato straordinario. Quindi immagino di aver fatto un bel respiro profondo e di aver pensato: “Ok, questo film sarà così: ci saranno alcune parti in cui sarà come se stessi morendo e vedessi la mia vita scorrermi davanti agli occhi”. Ma forse è un buon allenamento, fare pratica prima di morire davvero. Eravamo in tour, Garth stava lavorando al film e siamo riusciti a vedere un montaggio preliminare poco prima di Natale dell’anno scorso. È stata un’esperienza strana. Garth era un fan dei Pulp, penso che questo abbia aiutato, perché ha scelto il materiale d’archivio in modo molto delicato, e ha attinto parecchio dal libro che ho scritto circa quattro anni fa [Good Pop, Bad Pop], basato su materiale che avevo conservato in soffitta. Immagino che in un certo senso il film funga da introduzione ai Pulp per chi non ci conosce. È una cosa che ho notato durante i concerti: sono venuti a vederci molti giovani e ne sono stato molto felice, ma suppongo che non fossero ancora nati quando i Pulp hanno iniziato. Quindi il film dice loro che possono recuperare il tempo perduto».

E per quanto assurdo possa sembrare, gli ABBA hanno avuto una grande importanza in questo processo. Per chi non lo sapesse, a Londra, da alcuni anni, è attiva un’esperienza che si chiama ABBA Voyage, un concerto virtuale in cui gli ABBA appaiono in forma di ologrammi, affiancati da una vera band che suona le loro canzoni. Uno spettacolo immersivo che è anche un perenne sold-out, con i fan che vanno vestiti con magliette sgargianti, paillettes, parrucche e lustrini. «Ero andato a trovare Garth nel suo ufficio a Parigi e avevo appena visto ABBA Voyage. È venuto fuori che lui l’aveva visto già tre volte, e ne era entusiasta. A entrambi piacciono gli ABBA, ma quello che mi ha affascinato è che non è come guardare semplicemente uno schermo. La band era composta da musicisti in carne e ossa che, in certi momenti dello spettacolo, scendevano tra il pubblico. Volevo realizzare qualcosa del genere, uno spettacolo che si sviluppasse in modo da raccontare la storia delle canzoni trasmettendone l’atmosfera. Un’altra cosa che ho notato guardando lo spettacolo è che gli avatar scomparivano, il coinvolgimento del pubblico calava. Questo mi ha fatto capire che il vero fulcro di un concerto sono le persone sul palco, devi credere in loro e credere che stiano parlando proprio a te».

PULP: WHAT DO YOU DO FOR AN ENCORE? | Official Trailer | In Cinemas from Sep 18 & on MUBI Sep 25

E in questo senso Pulp: What Do You Do for an Encore? funziona alla grande, perché ti porta in mezzo al pubblico della O2 Arena di Londra in un attimo, salvo poi farti viaggiare nel tempo, almeno per chi gli anni Ottanta e Novanta li ha vissuti davvero, in una maniera diversa da Oasis: Don’t Look Back in Anger. Qui la storia dei Pulp si intreccia con la storia di una generazione che ha vissuto trasformazioni epocali. Nel caso di Cocker, nato a cresciuto a Sheffield, non proprio un posto accogliente negli anni Settanta e Ottanta (non lo è neanche adesso, a dire il vero), viverle in prima persona, con tutto quello che stava succedendo nel Regno Unito, ha significato molto.

«Il momento in cui ho pensato che la Gran Bretagna stesse per cambiare è stato quando mi sono trasferito a Londra per la prima volta nel 1988, in pieno movimento Acid House. Sono andato al mio primo rave nel 1989. Pensavo davvero fosse un grande movimento sociale. Funzionava così: ascoltavi le radio pirata, scoprivi che c’era un rave in corso, dovevi chiamare un numero, non potevi mai sapere esattamente dove si tenessero perché si svolgevano sempre da qualche parte fuori Londra. E se la polizia arrivava per prima, lo facevano chiudere. Quindi era una specie di gioco di gatto col topo. Ma la prima volta che sono riuscito ad andare, ho capito subito che era qualcosa di diverso. In coda, tutti erano silenziosi e ben educati. Così ho pensato: “Va bene, ma che sta succedendo qui?”. E poi, quando sono entrato e ho visto una ruota panoramica, un sacco di fumo e una musica che non avevo mai sentito prima, mi è sembrata una di quelle esperienze che avevo sempre sognato potessero accadere. E mi piaceva che le persone lo facessero solo per sé stesse. Noleggiavano l’attrezzatura e la portavano da qualche parte. E ho pensato: “Ecco, è proprio questo. Sembra che la gente arrivi da tutto il Paese per partecipare a questa cosa”. Ero cresciuto frequentando i locali notturni a Sheffield, e lì si era sempre un po’ nervosi, capitava spesso di essere picchiati: la gente si ubriacava pesantemente e cercava di rimorchiare una ragazza o un ragazzo. E se non ci riuscivano, ti picchiavano per passare il tempo. Negli “acid housing” non c’era violenza, nessuno si ubriacava, certo, c’era una componente legata alla droga importante, ma pensavo che alla fine la gente se ne sarebbe dimenticata e avrebbe capito che era semplicemente bello essere in comunità, e allora avremmo potuto fare una rivoluzione e cambiare la società. Ma non è successo, oggi ci sono ancora i festival, alcuni sono molto belli, ma il controllo è aumentato rispetto a quei tempi. Ma forse un giorno riusciremo a batterli. Chi lo sa».

E a proposito degli Oasis, quell’emozione collettiva Jarvis Cocker l’ha sperimentata personalmente. «Avevamo suonato allo stadio dello Sheffield Wednesday, il giorno dopo ho preso il treno con mio figlio e siamo andati a vedere gli Oasis al Wembley Stadium. La prima cosa di cui mi sono accorto è che hanno molti più fan di noi. Ed è stata la prima volta che ho visto un concerto dall’area riservata agli ospiti, sul terreno di gioco, quindi eravamo circondati dalla folla su tutti i lati. Non avevo mai vissuto un’atmosfera del genere a un concerto prima d’allora. Tutta la folla cantava ogni parola di ogni canzone. Era come trovarsi a un raduno religioso. È stato incredibile. Mi piacerebbe andare a vederli di nuovo. Dopo sono andato nel backstage e ho parlato brevemente con Noel, e lui mi ha detto che era piuttosto sorpreso, il pubblico aveva superato le loro aspettative».

Il tour dei Pulp invece sta per finire, «e alla fine porterò tutti a vedere ABBA Voyage, gliel’ho promesso». E poi, cosa succederà? «Non abbiamo in programma di fare alcun tour. Quello che dovrebbe succedere perché possa accadere sarebbe scrivere un altro disco. Al momento, tutti si prenderanno un po’ di riposo. E probabilmente, forse verso la fine dell’anno, proporrò di vedere se riusciamo a scrivere qualcosa. Ma queste cose non si possono prevedere. Qui in tasca, sul mio taccuino, ho un po’ di idee annotate, ma finché non le provi davvero, non sai se valgono qualcosa. Ma incrocio le dita. Spero torneremo in tour. E sarebbe meglio prima piuttosto che dopo, visto che domani compio 63 anni. Quindi potrei non essere più in grado di saltare sui monitor ancora per molto».