L’eredità di Dolly Parton è già una guerra di famiglia | Rolling Stone Italia
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L’eredità di Dolly Parton è già una guerra di famiglia

Bryan Seaver, nipote della cantante ed ex capo della sicurezza, è accusato di minacce e di voler «distruggere l’intero brand». Lui sostiene che le sue parole siano state estrapolate dal contesto

L’eredità di Dolly Parton è già una guerra di famiglia

Dolly Parton cheerleader per i Dallas Cowboys nel 2023

Foto: Ron Jenkins/Getty Images

A meno di un mese dalla morte di Dolly Parton, attorno alla sua eredità è scoppiata una guerra legale. She’s Alive, la società che gestisce e tutela le attività professionali della cantante, ha chiesto a un tribunale di Nashville un ordine restrittivo contro Bryan Seaver, nipote di Parton ed ex responsabile della sua sicurezza. Seaver, che era stato scelto dalla stessa Parton per annunciarne la morte, è stato licenziato la scorsa settimana insieme alla sua società di sicurezza. Secondo gli atti depositati in tribunale, avrebbe cominciato una «campagna di minacce, intimidazioni e coercizione» già alcune settimane prima della morte della cantante, proseguita contro dipendenti, avvocati e partner commerciali.

Tra i messaggi attribuiti a Seaver, come riporta Rolling Stone Us, ce ne sono alcuni inquietanti. Avrebbe infatti minacciato di «distruggere l’intero brand», detto che «tutti devono preoccuparsi di quello che potrei fare» e annunciato un podcast con l’obiettivo di danneggiare le partnership commerciali di Parton se non fosse stato pagato. In un messaggio inviato a uno degli avvocati di Parton, Seaver avrebbe anche aggiunto: «Non sono uno dello spettacolo. Sono un killer». Nello stesso messaggio, riportato negli atti, avrebbe spiegato di aver venduto 27 milioni di dollari di munizioni e armi alla polizia haitiana il giorno della morte della zia: «Lo spettacolo non è il mio mestiere. Ho passato la mia carriera a distruggere cose, a spiare leader africani e arabi. E a proteggere Dolly». L’accusa ha citato queste frasi insieme ai riferimenti di Seaver alla propria esperienza come contractor militare, alle armi e alla violenza per sostenere il carattere intimidatorio delle sue comunicazioni.

Sempre secondo gli atti, il clima creatosi avrebbe portato alcuni dipendenti a dimettersi e l’avvocato che si occupava del trust e dell’eredità di Parton a lasciare l’incarico. She’s Alive sostiene inoltre di aver dovuto predisporre servizi di sicurezza privata per alcuni dipendenti, anche nelle loro abitazioni. L’ordine restrittivo richiesto, punta a tenere lontano Seaver ad almeno 300 metri da dipendenti, legali e partner commerciali della società e a impedirgli di interferire con le sue attività.

Seaver, invece, ha dato un’interpretazione diversa di quelle conversazioni. E a TMZ ha confermato il proprio passato professionale: «Sono un militare di carriera e un contractor militare e mi occupo di accordi per la fornitura di armi a governi stranieri. Sono un professionista della sicurezza e sono un killer». Ma ha sottolineato: «Nulla di ciò che viene riportato in questa causa era una minaccia e confermo gran parte delle cose che ho detto». Secondo lui, infatti, i messaggi sarebbero stati estrapolati dal contesto: erano conversazioni private con Danny Nozell, manager di Parton, tra due persone «che sfogavano la rabbia e piangevano insieme al telefono mentre affrontavano il lutto».