Nemmeno Owen Williams ricorda tutte le band in cui ha suonato. Negli ultimi 15 anni, il cantante, autore, chitarrista e batterista gallese è stato una presenza fissa della scena indie pop DIY britannica, soprattutto come membro dei Joanna Gruesome, gruppo punk di Cardiff. L’orecchio fuori dal comune per la melodia ne ha fatto uno dei migliori e più sottovalutati songwriter britannici.
I Tubs sono nati come uno dei suoi tanti progetti. Inizialmente concepiti come side project degli Ex-Vöid, la band formata con l’ex cantante dei Joanna Gruesome Lan McArdle, hanno attirato l’attenzione della stampa inglese col disco d’esordio Dead Meat. Poi, con lo scioglimento degli Ex-Vöid, i Tubs si sono ritrovati quasi per caso a occupare gran parte del suo tempo. Da allora la band, che comprende anche il bassista Max Warren, collaboratore di lunga data di Williams e suo compagno nei Joanna Gruesome, Taylor Stewart alla batteria e Dan Lucas alla chitarra, ha pubblicato nel 2025 lo splendido Cotton Crown, tornando questi giorni con il suo migliore album di sempre, Hard Life, pubblicato per la storica etichetta indie Merge.
La differenza più evidente tra i Tubs e i progetti precedenti di Williams è il ruolo centrale assunto dalla sua voce, profonda e affascinante, che definisce il suono della band. In molti l’hanno paragonata a quella del leggendario Richard Thompson. Williams ride raccontando che i detrattori della band, soprattutto negli Stati Uniti, dicono che somigli a quella di Eddie Vedder dei Pearl Jam o a quella «del tipo dei Counting Crows».
Passare continuamente da una band all’altra significa che la produzione discografica di ciascun progetto si limita spesso a EP e singoli. Williams speiga con sincero orgoglio, e con una punta di sorpresa, che al momento è membro di sole due band: quasi un record per uno che ha collaborato con così tanta gente. Questo gli ha permesso di lavorare nello sviluppo di una narrazione più ampia coi Tubs, facendone una delle migliori guitar band del Regno Unito.
Il personaggio che aveva creato per raccontare le prime canzoni dei Tubs su Dead Meat era «uno stronzo», ammette Williams. La percezione di questo narratore si è poi fatta più ambigua in Cotton Crown, dove il suo stile autoironico è stato contaminato dal dolore per la perdita della madre, la cantante folk Charlotte Greig, morta suicida. In copertina, Greig è ritratta mentre allatta Williams. A lei è dedicata anche la devastante traccia di chiusura, Strange. Mettendo insieme autoironia e una brutalità quasi disarmante, Williams canta: “A volte, quando sono tutti fatti / mi chiedono se sto bene / io dico che mi rende più interessante / così ridiamo e va tutto bene”.
Ripensando alla canzone, Williams si è reso conto «che, quando fai una cosa del genere, dai alle persone il permesso di prenderti di mira. Mi interessava l’idea di essere, per alcuni intendo, una figura tragica. Con Cotton Crown cercavo di smontare un po’ quel personaggio», dice, prima di sorridere: «Ma probabilmente dovrei restare nel personaggio quando faccio le interviste…».
Preoccupato di essere stato «troppo aperto» in quell’album – Williams ha anche pubblicato di recente il libro Atrocity Exhibitions: Grieving in the TikTok Underworld sulla natura insidiosa degli algoritmi che imparano a conoscere il nostro dolore – per Hard Life si è dato l’obiettivo di lasciarsi alle spalle quella pesantezza e «scrivere un bel disco pop». Hard Life lo è, senza dubbio. Le canzoni spaziano dall’indie pop al synth pop anni ’80, passando per rock e folk.
L’album introduce inoltre anche nuovi e affascinanti elementi nella narrazione. Qui vengono presentate due versioni di Williams: una è quella di un tipo piuttosto ingenuo ma benintenzionato, schiacciato dalla vita ma deciso a fare del suo meglio; l’altra gli sta alle spalle, giudica le sue scelte e il suo atteggiamento prendendolo in giro. “Dici che vuoi trasferirti a Londra / Beh, chi pagherà l’affitto?”, dice la seconda voce nel singolo Who’s Gonna Love You Now?, prima che la sua controparte concluda la storia nel ritornello di Heaven or London: “Sono andato a Londra e ho perso la testa”.
I suoi pensieri sull’amore e su se stesso oscillano continuamente tra un sarcasmo corrosivo e una sincerità autentica, spesso a distanza di un solo verso. In Stoop to Me, Williams si definisce “un tipo paziente”, rivolgendosi a una persona che non ricambia il suo amore e aspettando “il giorno in cui finalmente ti abbasserai al mio livello”. Nella splendida Now and Then, invece, gli sta bene che una persona che lo tradisce “finga e basta” di volerlo, mentre il ritornello ripete: “Puoi amarmi, di tanto in tanto”.
Queste due personalità diventano ancora più evidenti grazie all’ampio uso delle doppie voci nel disco. Una è quella di Williams nel suo registro naturale, l’altra è una seconda voce più acuta che lo segue ovunque, quasi fosse una presenza che incombe su di lui: a volte è un angelo, molto più spesso un diavolo.
Se Strange dipingeva Williams come una figura tragica, in Heaven or London il musicista reagisce: “Non c’è più posto in paradiso / non per il figlio di una suicida”, ammettendo di essere “ormai troppo lontano dalla salvezza”. Didn’t I Say? offre invece una prospettiva leggermente più empatica mentre affronta il dolore di una separazione: “So che a trent’anni è più difficile / È triste, non posso mentire”.
«Il sottotesto è che mi sto facendo a pezzi da solo», dice Williams parlando dei testi di Hard Life, pieni di contraddizioni. In Heaven or London, per esempio, canta che sta “truffando me stesso fino a una morte prematura”. «Il libro affronta la questione se usare la foto di me e mia madre sulla copertina di Cotton Crown fosse la cosa giusta da fare, oppure se stessi semplicemente sfruttando il trauma per ricavarne qualcosa. Ho scritto il libro nello stesso periodo in cui scrivevo questo disco, quindi l’album funziona come un esame di coscienza su quello che stavo facendo. È una cosa strana, c’è molta autoriflessione. Continuo ad attaccarmi e contraddirmi, cercando i punti deboli nella mia stessa logica».
Basta un solo ascolto di Hard Life per provare pena per Williams, dispiacersi per lui, sentirsi frustrati e arrabbiati per le sue scelte e, allo stesso tempo, dimenticare completamente tutto questo e lasciarsi trasportare dalle canzoni indie pop meglio costruite che ascolterete quest’anno.
Molto di ciò che fanno i Tubs continua a seguire i rigidi principi DIY con cui Williams e i compagni di band sono cresciuti: si autogestiscono e impiegano molte meno persone rispetto alle band di simili dimensioni. La loro ambizione, però, emerge soprattutto dal mondo narrativo che hanno costruito attraverso questi primi tre album.
Il quarto album della band è già praticamente finito. «Sono sempre un disco avanti», dice Williams lasciando intendere che farà evolvere il suo personaggio. «Si parte da uno stronzo molto poco empatico, sulla ventina, si passa a uno stronzo in lutto, fino ad arrivare a uno stronzo che comincia a pensare di essere davvero uno stronzo». Nel quarto album, suggerisce, «il personaggio, io cioè, in un un modo o nell’altro maturerà».










