La notte scende sulla collina e, per un momento, non esiste più un palco. Le voci arrivano dal buio, si accavallano, si cercano. Qualcuno canta con gli occhi chiusi. Qualcuno abbraccia uno sconosciuto. Qualcuno piange senza nascondersi. Le ultime luci del giorno hanno lasciato il posto alla luna e, sotto di lei, le persone si stringono attorno a canzoni che conoscono a memoria. La persona per cui sono venute non è lì. Eppure, se ci si guarda bene intorno e si ascoltano le voci, è difficile pensare che non ci sia veramente.
La mattina del 29 luglio mi squilla il telefono. È Andrea Scarso, in arte Caterino Riccardi, chitarrista dei Fireplaces e appassionato organizzatore di concerti in Veneto. So già perché mi sta chiamando. «Dimmi solo quando e dove». «Anfiteatro del Venda, 29 agosto». «Ci sono». Fine della conversazione. Un mese dopo, sono immerso nel verde dei Colli Euganei, a Galzignano Terme. È un verde fitto e avvolgente, che mi riporta a un altro bosco, molto più lontano: quello appena fuori Dublino, dove Glen Hansard ha vissuto gli ultimi anni della sua vita e dove, alla fine dello scorso luglio, l’ha persa a soli 56 anni in un tragico incidente stradale. Morte, però, è una parola strana quando si parla di qualcuno così attaccato alla vita come Glen. Perché ci sono persone che sembrano continuare ad abitare il mondo anche dopo che se ne sono andate. Restano nelle canzoni, certo. Ma anche nei gesti degli altri, nelle amicizie, nei luoghi, nelle storie che continuano a essere raccontate.
Nel backstage dell’Anfiteatro del Venda succede esattamente questo. I musicisti arrivano, si abbracciano e condividono storie. C’è chi prova a intonare qualche canzone, chi si avventa sulla tavolata di cibo fatto in casa, chi si ferma semplicemente a guardare il panorama. Tra le facce che già si conoscono e quelle degli sconosciuti, l’atmosfera è esattamente la stessa. C’è la gioia, ma ci sono anche la rabbia e il dolore. C’è il bisogno di ricordare e, forse ancora di più, quello di stare insieme. Bellezza e condivisione sono le due parole d’ordine della serata. Per usare le parole di Carlo Puddu, amico del cantautore e membro fondamentale della sua famiglia lucchese, «per Glen la bellezza non era un lusso, era una responsabilità. E la condivisione non era un gesto: era un modo di abitare il mondo».

Foto: Redferns
Torniamo indietro di 12 anni. Glen Hansard è al Lucca Summer Fest per assistere al concerto di Nile Rodgers. Si ferma a guardare la vetrina del negozio di dischi Sky Stone & Songs. Quello che non sa è che i titolari sono suoi fan accaniti, e da tempo hanno il sogno di organizzare un suo concerto per celebrare i vent’anni dell’attività. Dopo essere stato trascinato dentro tra abbracci e strette di mano, gli viene chiesto se la cosa sia fattibile. La sua risposta: «Con i manager è complicato, ve lo faccio gratis, dopodomani, se trovate un posto.» E il posto naturalmente viene subito trovato. Lorenzo Mei ricorda così quel primo concerto al centro culturale Malanima: «Entrò, non sembrava una star. Sembrava un amico che torna a casa. Aveva la chitarra in mano e un sorriso timido, quasi grato. E accanto a lui quella sera ricordo c’era anche sua madre. Glen guardò il Malanima come si guarda un posto che ti sceglie. Non disse molto. Si sedette, accordò la chitarra, e iniziò a suonare. La sua voce si arrampicò sulle pareti, scivolò sul pavimento, entrò nelle persone. Io rimasi immobile, quasi incredulo. Non eravamo a un concerto. Eravamo dentro un momento».
Un legame fin da subito profondo quello di Glen con Lucca, destinato a rinnovarsi a più riprese nel corso degli anni, per quelli che passeranno alla storia come i suoi concerti segreti – come quello del 2024 in un vecchio stabilimento in riva al lago Massaciuccoli, proseguito anche durante un blackout dovuto a una furiosa tempesta – e in altre occasioni spontanee che testimoniano quanto il cantautore fosse legato alla città toscana. Racconta Puddu: «Nel 2020, alla prima riapertura dopo il lockdown, Glen venne a Lucca per passare qualche giorno di vacanza. In quei giorni, al Lucca Fest, era in programma una serata dedicata ad un libro su Bob Dylan. Un paio di sere prima, a cena, Glen mi chiese se poteva fare qualcosa per il festival. Gli risposi che già il fatto di averlo con noi sarebbe stato un grande onore. Se poi avesse voluto cantare A Hard Rain’s A-Gonna Fall, sarebbe stato un sogno. Il pomeriggio successivo mi chiamò. “Carlo, sto provando un po’ di cose di Dylan. È un problema se ne suono qualcuna di più?”. Gli dissi naturalmente di no. Finita la presentazione, Glen salì sul palco. E invece di una canzone ne suonò dieci. Quasi un’ora di musica regalata così. Un concerto intero fuori programma, senza scaletta, senza preparazione, senza chiedere niente in cambio. Soltanto per la bellezza del momento».
Mi tornano in mente le parole di Bono davanti alla navata gremita della cattedrale di Saint Patrick a Dublino, il giorno del funerale di Glen: «187.321 migliori amici… come si fa?». Carlo sembra avere una risposta: «Glen incarnava ciò che tutti in fondo vorremmo che il mondo fosse. Lo aveva nella musica, nello sguardo, nel sorriso, nelle parole. Lo aveva nella convinzione ostinata che si dovessero fare cose belle, condividerle, renderle contagiose». Da Patti Smith a Bruce Springsteen, da Finneas che lo ha definito la «stella polare dei cantautori» fino al grande amico Eddie Vedder, le belle parole dei colleghi su Glen Hansard non sono certo mancate. Ma oltre ai grandi nomi della musica, Glen, grazie al suo animo da busker, alla sua innata capacità di accorciare le distanze, e a una disponibilità che sembrava non conoscere limiti, aveva passato la vita a costruire legami silenziosi e capillari con le persone incontrate in ogni angolo del mondo. Bastava assistere a un suo concerto per accorgersi di quanto rapidamente riuscisse a trasformare sconosciuti in amici inseparabili.
All’Anfiteatro del Venda l’impressione è proprio questa: più che a un concerto dedicato a un artista scomparso, sembra di trovarsi a una riunione di famiglia. Nessun promoter, nessuna pubblicità, solo un grande passaparola sui social media, nelle stesse pagine in cui ciascuno ha commentato raccontando la propria storia con Glen. Ma cos’è che ha davvero spinto tutte queste persone a salire in macchina e raggiungere questo luogo sperduto da ogni angolo d’Italia? Come sottolinea Andrea Scarso, organizzatore e anima della serata, «questo concerto non nasce soltanto dal desiderio di ricordare un musicista, ma soprattutto dal bisogno di continuare qualcosa che, con la sua musica e soprattutto con il suo modo di stare al mondo, Glen aveva cominciato». Anche la decisione di destinare l’intero incasso della serata alla Dublin Simon Community e a Linea d’Ombra nasce da qui. La prima, da anni impegnata al fianco delle persone senza dimora a Dublino, era una realtà particolarmente cara a Glen, il quale organizzava ogni anno per loro una buskerata prenatalizia in Grafton Street coinvolgendo artisti come Bono, Sinéad O’Connor e Shane MacGowan. La seconda, con sede a Trieste, offre sostegno alle persone migranti lungo la rotta balcanica. Due realtà unite dalla stessa idea di fondo, da sempre condivisa anche da Glen: prendersi cura di chi si trova ai margini, senza bisogno di apparire o essere celebrati.
Per Andrea tutto era cominciato anni prima, nel 2015, durante un concerto di Hansard al Teatro Antoniano di Bologna. «Dopo qualche brano, Glen ha invitato il pubblico ad avvicinarsi al palco e io mi sono messo in prima fila. Durante Talking with the Wolves, vedendo il fonico avvicinarsi al microfono con uno shaker, ho tirato fuori dalla borsa le mie maracas e ho cominciato a suonare anche io. Glen mi ha visto e, con un sorriso che andava da un orecchio all’altro, mi ha fatto subito cenno di salire. Ho suonato con lui quattro o cinque brani e, alla fine del concerto, mi ha detto: “Hai mica da fare il resto del tour?”».
Dopo quell’incontro, Glen e Andrea hanno suonato insieme, in Italia e all’estero, almeno in una ventina di altre occasioni. Ma, racconta Andrea, i ricordi più preziosi sono quelli lontani dal palco. «Poterlo incontrare nella sua dimensione più intima, bere pinte di Guinness con lui nei pub attorno a Dublino, ridere, parlare, condividere momenti semplici». Uno di questi momenti è rimasto impresso nella sua memoria più di altri. «Un giorno di novembre ero ospite nel cottage di Mark Geary. Mi ero appena svegliato da un pisolino, stavo per farmi un caffè in cucina e mi sono ritrovato faccia a faccia con Glen. Era venuto a farci visita senza dire nulla. Era solito fare passeggiate nel bosco ed entrare a sorpresa a casa di Mark, che era il suo vicino di casa. Quel giorno mi porse un sacchetto marrone con dentro il suo famoso berretto nero e mi disse: “Le due camicie a quadri che mi hai regalato mi piacciono moltissimo. Questo è solo un tentativo per sdebitarmi. Spero ti piaccia. È di buona fattura”».

Il tributo a Glen Hansard all’Anfiteatro del Venda, 29 agosto 2026. Foto: Diego Capellini
Intanto l’anfiteatro si è riempito. Il sole sta tramontando sulla pianura sottostante, lasciando il cielo in un’esplosione di colori. Sopra di noi, una luna arancione e piena accompagna l’inizio della serata. Ciò che colpisce è che ciascuno degli artisti che si susseguono sul palco ha una storia personale connessa al cantautore. Cristian Secco, in arte Chris Horses, ricorda così il suo primo incontro con Glen: «Era agosto del 2017, io e Andrea Scarso siamo andati a sentirlo in Svizzera con la sua vecchia Peugeot senza aria condizionata. Una volta lì ci siamo ritrovati per caso nella via dietro il palco. In quel momento è arrivato Glen con la chitarra in mano, di ritorno da una sessione di busking pre-concerto. Andrea lo ha subito intercettato urlando il suo nome, e lui ci è venuto incontro spostando di peso una transenna, e mi si è presentato stringendomi la mano e guardandomi fisso negli occhi».
Quando il cielo è ormai completamente buio, tocca ai Truma, storica band di Chioggia capitanata da Riccardo Vianello. Con loro la serata cambia passo. Il palco si allarga, il volume sale e l’anfiteatro comincia a trasformarsi in quello che Glen avrebbe senza dubbio amato di più: un luogo in cui nessuno sembra davvero sapere dove finisca il pubblico e dove cominci la band. Vianello ha portato la sua famiglia a vedere Glen per la prima volta nel 2012 a Monaco di Baviera. Dieci anni dopo ha avuto l’occasione di conoscerlo di persona e cantarci assieme quando con i Truma ha suonato al Whelan’s di Dublino. Due anni più tardi, reincontra Glen al soundcheck prima del suo indimenticabile concerto al Vittoriale. Durante l’esibizione, a sorpresa, sente chiamare il proprio nome. «Riccardo, from Truma, where are you?». Ricky corre sul palco e insieme i due cantano Gold degli Interference, che Glen ben ricordava essere uno dei pezzi preferiti del cantante dei Truma, i quali ne avevano persino registrato una versione nel loro dialetto.
«Una persona sempre curiosa, disponibile, enorme. Voleva sempre sapere di te, aveva sempre gli occhi accesi, cercava sempre qualcosa con cui nutrirsi, voleva sempre capire chi aveva davanti. Ricordo le giornate in studio a Dublino. Vivevo a casa di Mark, e Glen ogni giorno entrava con i suoi cani per vedere se c’era qualcosa da mangiare, o semplicemente un caffè, o per portarci in qualche pub a suonare canzoni tradizionali con i vecchi della città. Un giorno per registrare mi serviva una chitarra elettrica e gli chiesi se ne aveva una. Arrivò dopo cinque minuti con la chitarra del film The Commitments. Tra tutte le centinaia di chitarre che poteva prestarmi scelse proprio quella».

Foto: Diego Capellini
Poi arriva il turno di Mark Geary, ospite d’onore della serata, amico di Glen da sempre e suo vicino di casa per oltre vent’anni. Prima di cominciare la sua The Forest racconta al pubblico di come il brano sia nato durante le quotidiane passeggiate in mezzo al bosco con Glen durante la pandemia, in un periodo in cui tutto il mondo si era fermato. Continua accompagnato dalla band e dalla sezione fiati, finché la serata non si conclude con i Fireplaces, che invitano tutti i musicisti della serata sul palco. Arriva Drive All Night, brano di Bruce Springsteen che Glen aveva fatto proprio in innumerevoli occasioni, poi Her Mercy, l’inno definitivo del cantautore, cantato a squarciagola da tutti i presenti. Alla fine i microfoni vengono spenti per l’inno tutto irlandese The Auld Triangle. Il pubblico si avvicina al palco, e la distanza tra chi suona e chi ascolta scompare definitivamente. Non ci sono più palco e platea, ci sono soltanto persone che grazie alla musica hanno trovato un modo per stare insieme, e che sono riuscite a trasformare il proprio dolore in qualcosa da condividere.
Eccola qui la vera eredità di Glen Hansard. Una musica straordinariamente capace di mettere insieme sconosciuti e vecchi amici, artisti affermati e persone salite su un palco quasi per caso. Una musica piena di speranza, che non chiede di dimenticare il dolore, ma di attraversarlo insieme. Non una risposta o una cura definitiva al male del mondo, ma un modo per non affrontarlo da soli. Perché alla fine di Glen non resterà soltanto la musica, ma anche e soprattutto il modo in cui l’ha sempre vissuta: guardandosi negli occhi, senza barriere, senza distanze, senza arroganza, senza paura di mostrare le proprie fragilità, godendosi indistintamente ogni emozione, ogni persona, ogni canzone. Mentre il pubblico comincia lentamente a disperdersi tra i sentieri dei Colli Euganei, resta nell’aria qualcosa che somiglia terribilmente a una promessa: continuare a vivere, ogni momento, tutti insieme.















