Quei cattivi guagliuni di Officina 99 | Rolling Stone Italia
Odio mosso da amore

Quei cattivi guagliuni di Officina 99

“22.9.1991 un giorno come tanti”, cantano i 99 Posse. È la data dello sgombero del centro sociale occupato, un’ex officina alla periferia di Napoli diventata una comunità attiva. La sua storia, il suo presente, la sua influenza

Il primo servizio fotografico dei 99 Posse by Lo Squalo a Officina 99. Foto: press

“22.9.1991, un giorno come tanti, ma non certo per qualcuno”. La voce di Luca ’O Zulù Persico entra così in Curre curre guagliò. Prima ancora del ritmo, del basso e della storia dei 99 Posse, arriva una data. Il 22 settembre 1991 è il giorno dei sigilli di Officina 99, quello del primo sgombero. Quattro mesi prima, il 1° maggio, nello stesso angolo della periferia orientale di Napoli era cominciata la storia di un gruppo formato da studenti, precari, disoccupati e militanti che aveva deciso di trasformare uno spazio abbandonato in un luogo politico e culturale. Trentacinque anni dopo, quella data continua a vivere dentro una canzone. L’edificio è ancora lì. La domanda è capire che cosa, invece, sia rimasto fuori da quelle mura.

Nel 1991 Gianturco era una delle principali aree industriali di Napoli: capannoni, officine, depositi, fabbriche dismesse o in declino, nell’aria odore di nafta e benzina. Una periferia produttiva ormai segnata dall’abbandono. L’edificio destinato a diventare Officina 99 era un’ex officina per la rettifica dei motori, inutilizzata dal 1977. Gli occupanti ci erano arrivati dopo altri tentativi: prima la Sala d’Armi dell’Università Federico II, poi l’ex scuola Stefano Falco, al civico 99 di via Gianturco. La struttura non era però adatta a ospitare stabilmente il centro e il gruppo si era spostato nell’edificio adiacente, al civico 101. Il nome è rimasto quello della scuola. Il luogo è diventato Officina 99.

Erano giovani. Molti venivano dai collettivi universitari e dal movimento della Pantera. Altri arrivavano dalle lotte dei precari e dei disoccupati. Avevano alle spalle l’esperienza dell’autonomia operaia e davanti un decennio che non assomigliava più agli anni ’70. Il muro di Berlino era caduto da meno di due anni, l’Unione Sovietica stava per dissolversi, la prima guerra del Golfo aveva appena mostrato il volto militare del nuovo ordine internazionale. In Italia Tangentopoli stava per travolgere il sistema dei partiti provocando di lì a poco la fine della Prima Repubblica. Nel giro di pochi mesi, sarebbero arrivate le stragi di Capaci e via D’Amelio. La politica tradizionale perdeva credibilità mentre fuori dalle sue strutture cominciavano a cercarsi altri modi di organizzarsi.

Officina 99 nasce dentro questa frattura. Non è semplicemente un centro sociale di quartiere. Il suo orizzonte è la città. Nel capannone si discute di questione meridionale, di lavoro, reddito, casa, università, repressione, fascismo e spazi pubblici, ma si organizzano anche concerti, spettacoli teatrali, proiezioni e incontri. La politica convive con la musica, la musica con la socialità e la socialità con l’organizzazione. Poi arriva lo sgombero, l’occupazione viene interrotta. Le porte vengono sbarrate e i sigilli mettono fine, almeno provvisoriamente, all’occupazione. Ma la storia di Officina 99 non finisce. Nel gennaio 1992 un corteo partito dall’Università torna a Gianturco e lo spazio viene rioccupato. Quello che è stato concepito come un edificio occupato da poche decine di persone comincia a diventare un simbolo. Il 22 settembre è però già diventato materia musicale. Quel giorno entra nel repertorio dei 99 Posse come una data-simbolo: non più solo un episodio della storia di un edificio, ma l’immagine di una stagione politica.

Il 9 ottobre di quello stesso 1991 nascono i 99 Posse. Luca ’O Zulù Persico, Marco “Kaya Pezz8” Messina, Massimo JRM Jovine e gli altri musicisti che attraverseranno le diverse formazioni del gruppo trasformando l’esperienza di Officina in una lingua sonora. Il nome è già una dichiarazione: 99 come Officina, Posse come le formazioni del rap e del raggamuffin che stanno prendendo piede in Europa. La Napoli musicale di quegli anni diventa così un laboratorio. Gli Almamegretta lavorano sul dub e sulle contaminazioni mediterranee; i Bisca attraversano rock e linguaggi urbani; intorno ai centri sociali cresce un pubblico che non considera incompatibili cultura locale e influenze internazionali, Sergio Bruni con i Massive Attack. Il napoletano può convivere con il dub, l’elettronica con la musica politica, il campionamento con il racconto della città.

99 POSSE - RIGURGITO ANTIFASCISTA

Marco Messina, che di quella trasformazione sonora è stato uno dei protagonisti, oltre a essere sempre un 99 Posse, oggi insegna sound design all’Accademia di Belle Arti di Napoli. È un dettaglio che dice qualcosa sulla distanza percorsa da quella generazione: le tecnologie che allora sembravano strumenti quasi clandestini della cultura alternativa sono diventate una disciplina accademica. Ma la cosa che Messina dice di non aver perso è la ragione per cui aveva cominciato. «La nostra voglia di far musica è la stessa di allora. Così come la voglia di parlare, denunciare, fare gruppo». I suoni, naturalmente, sono cambiati. I 99 Posse hanno attraversato dancefloor, punk-rock, drum’n’bass, elettronica. «Abbiamo aggiornato i brani non nei versi ma nei suoni».

La domanda, però, è che cosa sia sopravvissuto di quella intera stagione che ha attraversato tutti gli anni ’90, non soltanto della band. Messina per un periodo, racconta, aveva pensato che fosse rimasto molto poco. «Gli anni successivi alla stagione dei grandi movimenti sono stati segnati da un progressivo disinteresse per la politica e per ciò che accadeva fuori dalla propria esperienza individuale. Poi qualcosa negli ultimi anni ha cominciato a muoversi. La storia è fatta di corsi e ricorsi», dice. E usa un’immagine precisa: «Una brace rimasta sotto la cenere. Negli ultimi anni, ho osservato segnali diversi, soprattutto tra i più giovani. Ai concerti dei 99 Posse sono tornati ragazzi che cantano parole scritte quando ancora non erano nati».

Può essere nostalgia, riscoperta di un repertorio attraverso Internet o semplice interesse musicale. Ma può anche indicare un ritorno della necessità di confrontarsi con questioni collettive. Messina osserva tra i suoi studenti e tra il pubblico che accorre ai live una maggiore attenzione verso ciò che accade fuori dalla dimensione individuale. Guerre, crisi climatica, precarietà e disuguaglianze hanno reso più difficile pensare che bastino le sole scelte personali. Questo, però, non significa che stiano tornando gli anni ’90. La differenza principale, secondo Messina, riguarda il collante politico. «La mia generazione disponeva di riferimenti ideologici più forti, capaci di mettere in relazione conflitti diversi. Oggi le questioni sono numerose, ma più difficili da ricondurre a una visione comune. La complessità può produrre partecipazione, ma anche frammentazione».

Un’altra differenza riguarda i luoghi. «Negli anni ’90 per incontrarsi bisognava esserci fisicamente. I centri sociali erano spazi “altri” nei quali il concerto poteva trasformarsi in assemblea, una manifestazione in una nuova collaborazione, un incontro casuale in un progetto. La comunità era fatta di presenze e relazioni che non potevano essere programmate. Oggi una parte consistente della discussione politica passa attraverso le piattaforme digitali». Per Messina questo rende la partecipazione più semplice, ma non necessariamente più solida. «Un post può raggiungere migliaia di persone, ma non sostituisce automaticamente la relazione che nasce dalla condivisione di uno spazio». Massimo Jovine insiste sullo stesso aspetto: «Officina» racconta «non viveva solo di politica: era il risultato dell’incontro tra persone e linguaggi diversi. Nel tempo il centro sociale ospitò attività con i bambini, iniziative sportive, teatro, cinema e concerti. Passarono da Gianturco artisti come Andrea Renzi, Mario Martone, Pippo Delbono, Sud Sound System, Marlene Kuntz, Enzo Avitabile. Nel 1993 arrivò anche Gabriele Salvatores, reduce dall’Oscar per Mediterraneo, per presentare Sud, film nel quale trovava spazio anche la musica dei 99 Posse».

99 Posse - Curre curre guagliò (tratto dal film "Sud")

Questa è una delle caratteristiche che hanno permesso a Officina di superare il proprio perimetro. Un luogo nato all’interno di una precisa esperienza politica cominciava a essere frequentato anche da artisti, giornalisti, intellettuali e persone che non necessariamente condividevano le posizioni degli occupanti. La contraddizione era evidente. Un centro nato per contestare la cultura dominante finiva per diventare esso stesso un luogo culturale riconosciuto. Ma è stata proprio questa apertura a renderlo più grande della sua dimensione originaria. Il rapporto con la disoccupazione organizzata, le lotte per il reddito e la questione meridionale hanno contribuito inoltre a distinguere l’esperienza napoletana da quella di altri centri sociali italiani. Officina non è stato soltanto un luogo della militanza giovanile: ha cercato di mettere in comunicazione studenti, precari, disoccupati, artisti e abitanti di una periferia industriale.

La musica è stato il principale strumento attraverso cui questa esperienza è uscita da Napoli. Con i 99 Posse, il napoletano, il dub, il rap, il reggae e l’elettronica sono diventati mezzi per raccontare altrove le tensioni di quella stagione. Officina ha trasformato una pratica politica locale in un linguaggio culturale riconoscibile anche fuori dalla città, senza rinunciare alla memoria sociale del territorio. La popolarità dei 99 Posse ha reso ancora più evidente questa trasformazione. Curre curre guagliò, seguito dagli album successivi, ha portato il linguaggio del centro sociale verso un pubblico molto più ampio. La musica entrava nei circuiti commerciali e nelle radio, mentre il gruppo continuava a muoversi dentro una cultura nata in uno spazio occupato. Era una delle contraddizioni fondamentali di quella stagione: per raggiungere un pubblico più vasto bisognava entrare, almeno in parte, nei circuiti dai quali si prendevano le distanze.

Jovine ricorda la nascita del gruppo partendo da una scena molto diversa da quella dei grandi concerti: «Persone che si incontravano, provavano strumenti e cercavano una direzione comune. Prima della carriera, a cui onestamente nessuno di noi pensava, veniva la dimensione collettiva». Per questo Officina non può essere raccontata semplicemente come il luogo dal quale è uscita una band di successo. I 99 Posse sono stati una conseguenza di quell’ambiente, non la sua origine. La loro popolarità ha poi contribuito a rendere Officina ancora più conosciuta, ma è stato il centro sociale a creare le condizioni culturali e relazionali nelle quali quella musica poteva nascere. Durante gli anni ’90 Officina ha partecipato alle mobilitazioni sul reddito, sulla casa, sul lavoro e sugli spazi sociali, oltre che alle proteste contro il G7 di Napoli del 1994. La stagione dei movimenti è proseguita poi con il ciclo no global, fino al G8 di Genova del 2001. Per Messina e Jovine, Genova ha rappresentato una frattura. «La morte di Carlo Giuliani, le violenze alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto e le successive vicende giudiziarie hanno modificato profondamente la percezione del rapporto tra movimenti e Stato».

Ripensando oggi a quella stagione, Messina individua soprattutto un errore nelle divisioni interne. «Le differenze politiche, inizialmente compatibili con obiettivi comuni, finirono in alcuni casi per trasformarsi in contrapposizioni. Le identità prevalsero sulla capacità di costruire insieme». È un aspetto meno presente nella memoria pubblica dei centri sociali, spesso raccontati solo attraverso la creatività, la musica e la resistenza. Ma quelle esperienze sono state anche attraversate da conflitti interni e fratture. Nel frattempo Officina ha continuato a sperimentare nuove forme di comunicazione. Radio, televisione di strada, mediattivismo e software libero appartenevano alla stessa idea di fondo: l’informazione non doveva essere soltanto ricevuta, ma poteva essere prodotta direttamente da chi viveva i conflitti. In questo contesto si è sviluppata anche l’esperienza di Insu^TV, legata alla cultura dei media indipendenti e alla produzione dal basso.

«La differenza rispetto agli anni Novanta è evidente», dicono Messina e Jovine. «All’epoca per costruire una televisione alternativa servivano attrezzature, competenze e uno spazio fisico; oggi basta uno smartphone per produrre e distribuire un contenuto. La tecnologia si è democratizzata, ma questo non significa che sia diventato altrettanto facile costruire una comunità».

Nel 2005 arriva uno dei passaggi più sorprendenti della storia di Officina. Dopo anni di conflitto sulla proprietà dell’immobile, il Comune di Napoli durante la giunta di Rosa Russo Jervolino decide di acquistare lo stabile. Il centro sociale resta nello spazio. La proprietà diventa pubblica e concede lo stabile in comodato d’uso agli occupanti, che nel frattempo si sono organizzati come associazione/centro sociale. Una vicenda nata dall’occupazione di un edificio privato si conclude, almeno sul piano formale, con l’ingresso dell’edificio nel patrimonio comunale. È un paradosso che dice molto di quella stagione. Gli occupanti avevano contestato l’idea che uno spazio abbandonato dovesse restare inutilizzato soltanto perché aveva un proprietario. Il Comune, 14 anni dopo, acquista quello spazio e riconosce di fatto che lì dentro si è prodotta una funzione sociale. Questo non significa che istituzioni e centro sociale abbiano smesso di essere avversari. Significa che il conflitto aveva modificato la realtà. Questo è un elemento che rende Officina 99 quasi un caso di studio a livello nazionale: la capacità di sopravvivere, anche sul piano istituzionale, al conflitto da cui ha avuto origine. Si tratta di una parabola che si distingue da quella di molti altri centri sociali italiani e che rivela molto del particolare rapporto, spesso conflittuale ma al tempo stesso pragmatico, che a Napoli si è sviluppato tra movimenti e istituzioni.

Oggi Officina non ha più il ruolo centrale che aveva negli anni ’90. Napoli ha molti più luoghi, associazioni, collettivi, spazi culturali. La comunicazione è frammentata in una quantità infinita di canali. Anche l’attenzione è distribuita diversamente. Messina osserva però che «può essere difficile accorgersi di quello che fanno oggi i centri sociali semplicemente perché non si trovano più necessariamente dentro la propria bolla informativa. E c’è anche un altro effetto: quando esistevano due o tre luoghi principali, tutta l’energia convergeva lì. Oggi, se gli spazi sono dieci, la stessa energia si divide. Questo non significa che ci sia meno attività, ma che è più difficile vederla».

La questione è tornata di attualità all’inizio dell’anno quando Officina è finita nuovamente al centro di una controversia dopo alcune segnalazioni relative alla sicurezza della struttura durante un evento. I Carabinieri hanno trasmesso al Comune rilievi sulle condizioni dello spazio e ipotesi di provvedimenti, mentre gli attivisti hanno rivendicato il carattere sociale e culturale dell’esperienza. Trentacinque anni dopo la prima occupazione, il rapporto fra quel luogo e le istituzioni non è dunque ancora diventato una questione definitivamente chiusa. È difficile immaginare un epilogo più coerente.

Bababoom Hi Fi CSOA Officina 99 Nov 2024 - Lights On

Officina è nata perché qualcuno ha guardato un edificio vuoto e ha visto una possibilità. Da allora la discussione è sempre stata la stessa, anche quando cambiavano i protagonisti: chi decide che cosa può essere uno spazio? Chi decide come si usa una città? E soprattutto, che cosa succede quando un gruppo di persone comincia a utilizzare un luogo in una maniera diversa da quella prevista dalla sua proprietà? La risposta non è stata mai completamente risolta. Come non è stata risolta la domanda più grande: se quella stagione abbia davvero un po’ cambiato la società italiana. Messina e Jovine pensano di sì. Non indicano una legge o una riforma come prova ma un comportamento. «Una delle cose principali che resta è un atteggiamento culturale, un certo modo di fare politica e un certo modo di fare arte». E poi individuano qualcosa di ancora più concreto: il modo di vivere il tempo libero. «Prima degli anni ’90 il tempo libero era in gran parte organizzato intorno al consumo. Andare in un locale, comprare una consumazione, assistere a uno spettacolo. I centri sociali hanno introdotto un’altra possibilità: utilizzare il tempo libero per costruire relazioni, fare politica, produrre cultura, organizzare iniziative. È un cambiamento che non appartiene solo ai centri sociali. È entrato in una parte della società italiana. Oggi esistono associazioni, festival, spazi indipendenti, circoli, esperienze mutualistiche che funzionano secondo una logica simile: il pubblico non è soltanto pubblico. Può essere parte dell’organizzazione».

Questa è forse l’eredità meno visibile di Officina 99. Non una canzone, un muro, un concerto, ma un comportamento. L’idea che non sia necessario aspettare che qualcuno costruisca un luogo per poterlo abitare. Il resto è storia della musica. I 99 Posse continuano a suonare con una formazione allargata che vede oltre Marco Messina, Massimo Jovine e Luca Persico anche Giuseppe Spinelli alla chitarra, Simona Boo alla seconda voce e Antonio Esposito alla batteria. Le loro canzoni sono state riprese, discusse, contestate, amate. Il loro repertorio è entrato nella memoria di più generazioni. Alcuni dei ragazzi che negli anni ’90 cantavano sotto il palco oggi hanno 50 anni. Quelli che oggi cantano Curre curre guagliò hanno spesso l’età che avevano allora i primi occupanti di Officina.

È questo il punto nel quale la storia diventa interessante. Perché se fosse soltanto nostalgia, sarebbe già finita. Invece i cattivi guagliuni dei 99 Posse raccontano di ragazzi che arrivano ai concerti e conoscono quelle parole. Non necessariamente conoscono tutta la storia che c’è dietro. Ma la riconoscono. E forse è proprio questo che accade alle esperienze che sopravvivono: perdono la loro forma originaria e conservano soltanto ciò che può essere riutilizzato. Officina 99 non può tornare al 1991. La Napoli del 1991 non esiste più. Non esistono più la stessa scena politica, la stessa tecnologia, la stessa idea di città, lo stesso rapporto fra musica e mercato. Anche i conflitti sono cambiati. Eppure qualcosa continua a passare. La convinzione che la cultura non sia soltanto una merce. Che una canzone possa essere anche un modo per esprimere un pensiero, una posizione, un’esperienza o una protesta. Che un concerto possa essere un incontro. Che un edificio abbandonato possa diventare un pezzo di città. Che una generazione possa decidere di non limitarsi a osservare quello che accade.

I 99 Posse nel 2021: Marco Messina, Luca Persico, Massimo Jovine. Foto: Gennaro Navarra

Messina, dopo aver attraversato una fase di pessimismo, oggi si definisce «felicemente ottimista». Non perché il mondo sia diventato più semplice, ma perché proprio la gravità delle crisi contemporanee gli sembra aver riattivato, almeno in parte, l’interesse dei giovani verso la partecipazione. Non è un ritorno agli anni ’90. È la possibilità che una generazione diversa trovi strumenti diversi per affrontare problemi nuovi. «Forse occuperà ancora uno spazio fisico», concludono Marco e Massimo, «forse ne inventerà uno che Officina non avrebbe potuto immaginare. Forse farà entrambe le cose. Quello che conta è che torni la domanda: se uno spazio può essere trasformato, se una comunità può costruirsi e se la realtà può essere cambiata insieme».

Quella domanda era già contenuta in una data diventata verso, poi canzone, poi memoria: “22.9.1991, un giorno come tanti, ma non certo per qualcuno”. Era una data di cronaca. È diventata una canzone. La canzone è diventata memoria. E la memoria può trasformarsi in qualcosa di più difficile da cancellare: la possibilità che qualcun altro, un giorno qualsiasi, guardi un luogo vuoto e decida che non deve rimanere vuoto.