Pubblichiamo un estratto dall’introduzione a Tenerezza Radicale di Şeyda Kurt, in libreria dal 25 settembre 2026 con Fandango Libri, nella traduzione di Lavinia Azzone. Ringraziamo la casa editrice per la disponibilità.
Questo libro parte da un disagio. Qualche volta ribolle, qualche volta dilaga. A volte il disagio protesta, a volte rimane in silenzio. Non scompare mai, però. Si manifesta, inaspettato, mentre guardo i notiziari. E a volte mentre guardo una foto dimenticata dell’infanzia.
Io e il disagio ci conosciamo da un pezzo. Come giornalista scrivo di arte e cultura, di politica interna ed estera, di discriminazione e sfruttamento, di (anti)razzismo, colonialismo e femminismo. Scrivo perché trovo sia fondamentale il racconto di alcune storie e prospettive, ma anche di certe analisi che innervano tutte queste reti. Scrivo perché il mondo mi inquieta profondamente. Le lettere per me rendono l’inquietudine comprensibile. E scrivo perché voglio il cambiamento.
Un disagio che ho cominciato a percepire molto tempo fa riguarda le verità consolidate sull’amore. Poco prima del mio diploma di maturità i miei genitori si separarono. Ero sconvolta. E cercavo di riordinare ciò che rimaneva dei miei sentimenti in un modo nuovo che avesse un senso. Cominciai a mettere in discussione le aspettative che mi venivano rivolte come figlia, partner, donna, donna razzializzata, donna proveniente da una famiglia di lavoratori con questo o quel presunto background. Alcune decisi di accoglierle, altre di rifiutarle. Lavoravo a volte su un terreno fragile, a volte a passo deciso sulle relazioni che avrebbero dovuto basarsi su onestà e uguaglianza – e lo faccio ancora. E a un certo punto di questa strada ho detto addio alla monogamia. Eppure, il disagio rimane.
In questo libro intreccio tutti questi temi, che da anni mi interessano come giornalista, con le verità e le bugie sull’amore – e con le mie stesse esperienze. Perché tempo fa mi sono resa conto che io stessa, e non da oggi, sono caduta nella trappola di tenere lontane le mie relazioni dalle mie riflessioni politiche. E non sono certo l’unica a farlo. Negli ultimi anni malgrado l’impulso del movimento femminista #MeToo e la critica dei comportamenti discriminatori e volti allo sfruttamento, moltɜ femministɜ escludono troppo spesso la sfera delle relazioni romantiche a due proprio da queste discussioni. Ma poi che cosa significa “romantico” dopotutto? Uff. È una parola a cui mi dedico abbastanza in questo libro. Ma vorrei anticiparlo subito: interpreto romantico come un concetto sviluppatosi storicamente che intende definire il rapporto tra due individui.
Nella nostra società alla relazione romantica – tanto più nella costellazione etero – viene attribuita una priorità. Una relazione romantica viene intesa come esclusiva, per lo più monogama e di natura sessuale. Altre idee di intimità, per esempio le relazioni di amicizia, spesso sono ritenute meno desiderabili rispetto alla relazione romantica. Se pensando alle relazioni romantiche in linea di massima si presume che lɜ partner facciano anche sesso, si nega alle relazioni di amicizia l’intimità sessuale. Così l’idea della relazione romantica si alimenta di certe limitazioni e polarizzazioni che, spesso, molti accettano senza averle analizzate.
Parliamo davvero troppo poco di come potrebbe essere diverso il nostro stare insieme. Forse perché troppo spesso supponiamo che la comprensione, per esempio del fenomeno dell’amore e delle relazioni di amicizia, sia radicata dentro di noi e non sia soggetta a rinegoziazione. Come se ci fosse una meccanica dell’interazione personale che di tanto in tanto è necessario oliare con un paio di baci o qualche parolina. Molti pensano che, essendo persone, dovremmo sapere in automatico come incontrarci. Eppure, se di una cosa sono sicura, è che siamo capaci di scoprire come vorremmo incontrarci. E questa faccenda è assolutamente politica. “È politico tutto ciò che riguarda l’incontro, lo scontro o il conflitto tra forme di vita, tra regimi di percezioni, tra sensibilità, mondi, una volta che questo contatto raggiunge un certo grado di intensità”, scrivono lɜ autorɜ del Comité Invisible nel loro pamphlet Maintenant. Nascono scontri e conflitti là dove si scontrano bisogni e interessi. E di conseguenza si pone la domanda su chi sia nelle condizioni di impegnarsi per questi bisogni, chi abbia la possibilità di realizzarli. La domanda sulle possibilità è sempre politica. E la domanda sulle possibilità di ogni essere umano è sempre la domanda su chi abbia potere e chi no.
Sono convinta che viviamo in una società nella quale potenti istituzioni, leggi e un diffuso sapere collettivo lavorano instancabilmente perché alcune verità vengano perpetuate. Anche verità sull’amore. Sono verità volte a dominare i nostri corpi e che sono tenute insieme nel loro più intimo nucleo da logiche patriarcali, razziste e capitaliste. Sono schemi gerarchizzanti profondamente annidati nella trama del nostro pensare e del nostro sentire. E si manifestano nel modo in cui comunichiamo tra noi. Nel modo in cui ci tocchiamo, nel se e come ci proteggiamo a vicenda. Vedo e sperimento tutto questo anche nelle mie relazioni con le altre persone, siano esse sessuali, romantiche o di amicizia. Una delle verità più pericolose è che il mio comportamento verso me stessa e verso le altre persone non sarebbe politico. Che si tratterebbe di una mera questione privata, individuale, della quale io sola mi riconosco responsabile.
Le relazioni romantiche a due come le famiglie nucleari tradizionali sono infatti tanto spesso spazi di abuso (di potere), perché si sottraggono al pubblico in quanto presunte sfere meramente private. E perché in questo modo le persone a rischio in relazioni pericolose rimangono sole. Non vorrei essere fraintesa: per me la questione non è che altri possano immischiarsi nelle mie relazioni, nelle mie sfere intime senza che lo abbia chiesto. Ma critico l’ostinazione delle logiche che ammettono che si possa decidere solo tra due poli teoricamente opposti: da un lato la presunta libertà assoluta del privato e dall’altro l’assoluta costrizione del politico. Non è solo un’assoluta idiozia, ma è anche un’analisi riduttiva. La politicizzazione delle relazioni non ci preclude necessariamente spazi di azione. Tutto il contrario: li apre, perché riconosciamo esempi e strutture di potere che ci assegnano determinati ruoli e che, in questi ruoli, ci imprigionano. Dunque, che cosa consegue dalla consapevolezza che le relazioni sono politiche? Ne consegue che sono modificabili, come sono modificabili le politiche. Certo, ciò fa paura a coloro che si approfittano della debolezza altrui. Hanno paura che si rivendichi uno stare insieme alla pari. Hanno paura che si rivendichi tenerezza, come la intendo io.
Nel titolo del mio libro antepongo il concetto di tenerezza al concetto di amore. Perché? Tenerezza e amore sono due sostantivi. Mi sembra però che alla base della parola tenerezza ci sia un invito più diretto – quello ad agire con tenerezza. Vedo tenerezza lì dove le persone sono tenere le une con le altre, concretamente, e questa tenerezza può avere molte forme. Però è sempre accompagnata da un’azione: una parola, uno sguardo, un movimento che – a seconda dell’accordo tra le parti – non deve essere necessariamente gentile e delicato. Si tratta di un’azione che passa a un’altra persona, gioca con lei, affermativa e produttiva, senza volerla danneggiare. In riferimento alla tenerezza, quasi nessuno pensa alla violenza. Per questo motivo la tenerezza è il mio punto di partenza e la mia meta.
Con le idee d’amore – e qui intendo in particolare quelle sull’amore romantico – nella nostra società spesso la situazione è diversa. Mi occupo di queste idee, come rivela il sottotitolo del mio libro, sulla strada di una nuova concezione dell’intimità. Ognunǝ conosce racconti sull’amore romantico come dramma, inferno, lotta, dolore o come un violento risveglio della natura, al quale ci dobbiamo piegare e consegnare – soprattutto come persone di genere femminile –, anche quando le conseguenze potrebbero distruggerci. Film e libri raccontano dell’amore, anche quando i presunti amanti si scontrano e si feriscono, anche quando si comportano in modo egoista e violento. E tutti questi racconti sull’amore romantico come guerra e crociata esistono nella nostra cultura occidentale-europea e capitalistica, nel cui presente è conservata la storia coloniale e nazionalsocialista tedesca, non senza un motivo.
Esistono perché negli ultimi secoli maschi cis bianchi e borghesi hanno avuto la forza e il potere e, di conseguenza, il tempo e la calma – a ogni modo più tempo e più calma, per esempio, delle loro mogli e delle persone al loro servizio, di cui hanno sfruttato la forza lavoro tra le mura domestiche e altrove – di immaginare l’amore romantico in questa forma. Questi racconti ci permettono di ricostruire attraverso i secoli le tracce dei rapporti di potere e della divisione di ruoli che si sono sviluppate in base al sesso, alla razza e ad altri fattori ancora. Chi è attivo, e chi rimane passivo? Chi soccombe, e chi trionfa? Non c’è niente di originale nell’osservare come io osservo che la sfera dell’amore romantico viene ampiamente esclusa persino nei discorsi femministi. È un’osservazione vecchia almeno quanto gli stessi movimenti femministi.
Riempire questo vuoto era ed è una questione centrale nel lavoro dell’autrice bell hooks. Nel 2000 scriveva il suo bestseller visionario Tutto sull’amore. Ovviamente il libro non riesce a raccontare tutto sull’amore. Tutto in questo libro però riguarda i concetti di amore, affetto e comunità. hooks si occupa del potere (maschile), dell’onestà, del capitalismo, del razzismo e da ultimo abbozza un’etica dell’amore che approfondisce nei suoi libri Salvation (2001) e Comunione (2002). Le delicate analisi di hooks sono indispensabili per il mio libro. Anche la sociologa e autrice Eva Illouz che insegna in Israele osserva che la rivoluzione femminista non è solo indispensabile e salvifica, ma anche incompiuta: ha lasciato dietro di sé una fonte di disagio e non è riuscita a soddisfare “il profondo desiderio maschile e femminile di amore e passione”. Secondo hooks ha ottenuto invece l’esatto contrario. Lɜ femministɜ hanno, dice, l’impressione che la loro nostalgia per l’amore sia antirivoluzionaria e inutile. “Per vivere una vita equilibrata, nessun gruppo di donne dovrebbe sentire l’esigenza di negare l’importanza dell’amore”, scrive hooks. Ed è vero. Ed è vero per tutti i generi. Tirando le somme: femministɜ (e altrɜ), abbiamo davvero bisogno di più amore?! E poi la rivoluzione sarà compiuta?! Io penso di no.
*Şeyda Kurt è una pubblicista, giornalista freelance, editorialista e moderatrice. Ha studiato filosofia, studi romanzi e giornalismo culturale a Colonia, Bordeaux e Berlino. È stata insignita del Grimme Online Award nel 2021 come parte del team del podcast originale Spotify 190220 – A Year to Hanau. In Italia, per Minimum Fax, nel 2024 è uscito il suo libro “Odio”.










