«Quello che c’è è sempre tanto», scrive Franco Arminio in Viaggio nel cratere (Sironi Editore, 2003). Poeta, scrittore, regista di Bisaccia, provincia di Avellino, pioniere della paesologia, nella sua lunga e prolifica carriera letteraria ha osservato e raccontato la sua amata terra, l’Irpinia. Una terra che a guardala da fuori appare silente, manca il mare, mancano le grandi rotte del turismo, i collegamenti facili, manca la folla.
Eppure basta salire verso l’Appennino, lasciarsi alle spalle Napoli, la Costiera Amalfitana, la Penisola Sorrentina e tutte le mete del grande turismo campano e cominciare a infilarsi tra strade di montagna, vigne, boschi e piccoli paesi arroccati per accorgersi che la storia è un’altra. Perché quello che c’è, è tantissimo: ci sono vigne secolari e vini che fino a pochi anni fa sembravano appartenere a una geografia minore, e che invece oggi finiscono nelle carte dei ristoranti più importanti. Ci sono pascoli e formaggi che hanno il sapore preciso di un territorio, produttori che recuperano terreni, cantine che sperimentano, aziende agricole che resistono e persone che provano a trasformare l’isolamento in possibilità.
Fra queste persone visionarie e resilienti c’è anche Alessandro Graziano, che da circa dieci anni porta avanti Irpinia Mood, manifestazione enogastronimica, organizzata e sviluppata da Visit Irpinia, realtà che si occupa di valorizzazione e promozione del territorio. Nata ad Avellino, Irpinia Mood, ormai appuntamento annuale che segna la fine dell’estate, non è semplicemente un festival del cibo, anche perché definirlo così sarebbe riduttivo, ma una piattaforma dove il cibo e il vino diventano veicoli per diffonde cultura o meglio la cultura di una vasta terra. «Le difficoltà nei collegamenti, lo spopolamento delle aree interne, la perdita progressiva di servizi e la macchinosità nel creare reti tra imprese e territori hanno rallentato processi che altrove sono avvenuti più velocemente», spiega Graziano.
L’isolamento, per luoghi come l’Irpina e altre destinazioni italiane che rimangono fuori dai classici circuiti, ha prodotto un effetto ambivalente, perché se da un lato ha il potere di mantenere una certa autenticità ed integrità del luogo, di preservare paesaggi, produzioni e pratiche agricole che altrove sono state spazzate via dalla velocità e dall’estrema accessibilità, dall’altro ha limitato la conoscenza di ciò che accade qui. «L’isolamento ha avuto un doppio effetto. Ha sicuramente contribuito a conservare paesaggi, produzioni, ritmi e una certa autenticità, ma non dobbiamo romanticizzarlo: essere poco conosciuti non è necessariamente un valore. Significa anche meno opportunità, meno investimenti, giovani che vanno via e imprese che fanno più fatica».
È proprio da questa contraddizione che parte Irpinia Mood, non dalla necessità di costruire una nuova immagine o una nuova identità dell’Irpinia, ma da quella di rendere visibile ciò che già esiste. Chef, produttori, ristoratori e operatori si ritrovano ogni anno ad Avellino, (quest’anno le presenze fra operatori e spettatori sono state circa 15mila) con l’idea di andare oltre la manifestazione e usare il festival come porta d’ingresso. Non soltanto mangiare e bere, quindi, ma capire dove nasce ciò che finisce nel piatto, chi lo produce e perché proprio qui. La scommessa è raccontare l’Irpinia senza trasformarla in un parco tematico della tradizione, ma partire proprio dalle radici per mostrare che anche qui l’innovazione esiste, anche qui c’è una comunità di giovani che ha deciso di restare e costruire partendo dalla propria identità. «La sfida oggi è riuscire a essere conosciuti senza diventare qualcos’altro per piacere a chi arriva» – dice Graziano. «Vogliamo formare parte della soluzione per creare le condizioni perché chi decide di restare e investire qui trovi un ecosistema più forte».
Creare rete, instaurare collaborazioni, diffondere una cultura anche attraverso le varie attività che si svolgono ad Avellino Scalo, la fermata dei treni della città, da anni abbandonata e trasformata da Alessandro Graziano, insieme a Eugenia Lopez Snaider, partner nella vita e nel lavoro, in un hub dove si crea comunità, si allargano i confini e si dialoga con realtà del territorio, ma non solo. Uno spazio polifunzionale che accoglie un bistrot, uno specialty coffee bar, una sala dove avvengono corsi di cucina e laboratori dove imparare a fare la pasta a mano, ma anche piatti e ricette da chef locali e nazionali. «Crediamo che oggi l’Irpinia abbia bisogno anche di capire come vuole essere riconosciuta fuori. Abbiamo un patrimonio enogastronomico molto forte, ma il territorio non può essere raccontato soltanto attraverso i suoi prodotti più conosciuti. Dietro ci sono imprese, ricerca, nuove generazioni e modi contemporanei di lavorare sulla terra, sull’ospitalità e sulla ristorazione. È questa complessità che ci interessa far emergere», spiega Lopez Snaider.

Irpinia Mood 2026. Foto stampa
Per comprendere appieno questo concetto bisogna spostarsi da Avellino e cominciare a salire verso l’Alta Irpinia. Calitri, per molti la Positano d’Irpinia, un piccolo borgo arroccato sulle montagne, non solo è il paese di Vinicio Capossela, e sede dell’annuale Sponz Fest, ma anche quello di piccoli produttori che lavorano su una materia prima che qui ha ancora un legame molto concreto con il territorio. Basta fare una visita alle grotte di tufo e pietra che l’azienda locale Caciocavalleria D&D utilizza per stagionare il caciocavallo, prodotto di punta della zona, e la schiena d’asino, altro formaggio a pasta filata. Queste grotte aperte al pubblico sono una sorta di presidio del gusto, dove appunto assaggiare non solo il caciocavallo nelle sue diverse stagionature, ma anche, in occasioni particolari, quelli dell’intero territorio.
Scendendo un po’ più giù si arriva a Rocca San Felice, cuore del Carmasciano, l’orlo bianco della zona, pecorino legato all’area della Valle d’Ansanto e alla presenza della Mefite, le cui emissioni sulfuree, raccontate anche da Virgilio, contribuiscono a caratterizzare l’ambiente circostante. All’azienda agricola biologica Forgione, la famiglia lavora da quattro generazioni sul Carmasciano. La proprietà si trova a circa 800 metri di quota e comprende cinquanta ettari tra coltivazioni e pascoli. Qui la filiera agricola resta ancorata alla terra, una parte dei cereali e del foraggio necessari all’allevamento viene prodotta direttamente in azienda, insieme a grano duro, avena e orzo. Le pecore pascolano, il latte viene trasformato e il formaggio arriva alla stagionatura seguendo una pratica che attraversa generazioni. Non soltanto una ricetta o un protocollo da seguire, quindi, ma un rapporto quotidiano con la terra.
Succede ancora più chiaramente ad Ariano Irpino, dove questa relazione diventa particolarmente evidente con il vino. Il paese si trova sull’Appennino meridionale, tra Campania e Puglia, in una posizione che per secoli ne ha fatto un luogo di passaggio. Qui troviamo Casa Brecceto, giovane azienda agricola che ha già 25 vendemmie da raccontare. La storia comincia nel 2001 con Arajani Enoprogetto, creato dall’esperienza di Oto Tortorella, Igor Grassi e Fortunato Sebastiano. «È nato sicuramente su una base di passione», racconta Sebastiano Fortunato, agronomo, ricordando gli inizi di quella che allora era una piccola produzione artigianale, realizzata in un garage e destinata inizialmente al consumo personale. Fino al 2017 i vini vengono prodotti con il marchio Arajani. Poi arriva la tenuta di Casa Brecceto e comincia una nuova fase: «Non c’è stata una soluzione di continuità tra la prima fase e la seconda, ma una trasformazione di Arajani in Casa Brecceto». Il primo vino è Pitatza, Aglianico in purezza, ottenuto dalle uve di un vigneto a Mirabella Eclano che ancora oggi viene utilizzato per produrlo. Oggi la produzione è interamente artigianale e interna. I vigneti si trovano in parte nella zona della tenuta e in parte in altre aree di Ariano Irpino, con piante anche molto vecchie. «Tutta produzione artigianale interna», sottolinea Sebastiano, «le fermentazioni sono spontanee e i vini vengono prodotti intervenendo il meno possibile».
Casa Brecceto lavora soprattutto con Aglianico, Fiano, Coda di Volpe, Greco e Piedirosso, mentre lo Sciascinoso, antico vitigno a bacca nera, già piantato, non è ancora entrato nella produzione. La viticoltura è quella di una terra di montagna, dove le vigne si spingono oltre i 650 metri e la vendemmia può arrivare fino a novembre, «spesso dopo una nevicata». Un percorso simile a quello di Cantina Giardino. L’esperienza comincia ufficialmente nel 2003, da un piccolo gruppo di amici e parenti che per passione producevano nel loro garage un numero limitato di bottiglie destinate a uso domestico. «Non avevamo vigne, quindi acquistavamo l’uva e abbiamo cominciato a produrre delle bottiglie che poi bevevamo noi», racconta Daniela De Gruttola, co-fondatrice. Con il tempo, dopo una ricerca, hanno acquisito vigne da persone del luogo in via di abbandono in varie zone dell’Irpinia, fra cui Montemarano, Lapio, terra del Fiano, e Paternopoli. «L’80% delle nostre uve oggi appartengono ai nostri vigneti, e circa un 20% vengono acquistate da agricoltori locali. Noi abbiamo il controllo totale dell’uva, e il processo di vinificazione che ancora oggi avviene in due garage non prevede l’aggiunta di solforosa». La storia di Cantina Giardino è raccolta nella loro “biblioteca dei vini”, costruita in una cava risalente all’anno mille dove sono conservate più di 50mila etichette tutte autoprodotte, con rossi, bianchi e rosati tipici della zona risalenti anche al 2004 o 2005. «In qualche occasione apriamo una bottiglia e non ci delude mai, nonostante siano passati molti anni».
La storia personale, o meglio di una passione personale, in Irpinia si intreccia con quella per il proprio territorio. «Quest’anno abbiamo scelto alcune aziende da far conoscere perché rappresentano modi diversi di lavorare e investire qui», racconta Lopez Snaider. «La stessa logica è alla base di Avellino Scalo e del lavoro di Visit Irpinia, creare occasioni che rendano il territorio contemporaneo, accessibile e interessante anche per chi arriva da fuori». È una scelta che spiega bene anche il senso stesso del festival: non raccontare un’unica Irpinia, ma mostrare tutti i suoi volti. «La cosa importante per noi è che tutto questo non si esaurisca nei quattro giorni del festival. Irpinia Mood è diventato negli anni uno strumento per creare relazioni tra chef, produttori e imprese. Il valore vero arriva quando quelle relazioni continuano anche dopo l’evento e generano nuove occasioni per il territorio». Perché qui esiste una comunità di persone che provano a trasformare una condizione “periferica” in un vantaggio con un obiettivo comune: non inventare un’Irpinia nuova, ma mostrare quello che già esiste. Dato che, come ha ben raccontato Franco Arminio, qui c’è sempre tanto.










