Milano non è mai stata soltanto lo sfondo delle rime di Marracash. È materia prima, mappa emotiva, elenco di indirizzi che raccontano quanto una biografia. Dalle case di ringhiera di Paolo Sarpi ai casermoni della Barona, dal Muretto di San Babila ai centri sociali dove tutto è cominciato, ogni luogo porta con sé un pezzo di Fabio Rizzo prima ancora che di Marracash. Ed è proprio questo percorso che oggi trova un nuovo racconto con l’uscita di King Marracash, il docufilm diretto da Pippo Mezzapesa che, dopo il passaggio nelle sale lo scorso maggio, è arrivato finalmente in streaming in esclusiva su Disney.
Il docufilm prende le mosse dal palco di San Siro, il 25 giugno 2025, prima tappa milanese del primo tour negli stadi di un rapper italiano, per poi tornare indietro fino alle radici. Noi abbiamo deciso di fare un percorso parallelo, ripercorrendo i luoghi che hanno cresciuto Fabio e forgiato Marra, quelli che ritroverete nel docufilm e quelli che restano ritratti nelle sue canzoni. Sei tappe per attraversare la sua Milano, quella di ieri e quella di oggi.

Grafica: Pierfrancesco Gallo
Paolo Sarpi: Le case di ringhiera
Qui Marra, all’epoca ancora soltanto Fabio, ha trascorso la prima infanzia, fino ai dieci anni, prima che lui e la sua famiglia venissero sfrattati. Un luogo che, insieme, custodisce i ricordi felici e i primi traumi, come la vergogna sociale di cui racconta in Bastavano le briciole. Come succede spesso a Milano, d’altronde, la stessa strada può essere l’indirizzo di ceti sociali diversi, talvolta tra loro opposti, ed è qui che Marra impara sulla sua pelle il concetto di “differenza di classe”, motore che dopo qualche anno darà la spinta alle sue prime rime.
Paolo Sarpi: Case di Lusso
L’altro lato della medaglia, dicevamo: da una parte la case a ringhiera (più popolari), dall’altra le cancellate e i grandi androni della “Milano bene”, quella “da bere” nata nella metà degli ‘80, delle case a Cortina per l’inverno o in Liguria d’estate. Seppur non gentrificato come adesso, seppur con qualche isolato “affidato” a China-town, il quartiere Sarpi è sempre stato una zona centrale di Milano, ed è qui che Marra inizia ad avvertire per le prime volte un “noi, loro, gli altri”, anche se in contesti differenti: «Mi stava davvero sul cazzo il fatto che mia mamma andasse a pulire le case dei genitori dei miei compagni di scuola», ci aveva detto Marra, raccontando la sua Milano. «Tutta gente che aveva i soldi, e che mi faceva rendere conto (anche solo con la sua semplice esistenza) che noi non li avevamo, che eravamo diversi».
Barona / via De Petris
E se la gentrificazione era ancora lontana da Sarpi, figurarsi in Barona. Qui Fabio si trasferisce insieme alla famiglia, dopo lo sfratto dalla casa dell’infanzia. Qui le case popolari sono davvero tali, qui i palazzi sono prefabbricati costruiti con lo stesso stampo, «È un quartiere dormitorio tutto uguale, non c’era un punto di riferimento manco a pagarlo. È stato un piccolo shock all’inizio, mia madre piangeva tutti i giorni». Passare da una zona centrale alla Barona, negli anni ‘90, era un salto lunghissimo, decisamente non facile, e forse anche in quel caso bisognava essere “bravi a cadere”: Fabio si è rialzato subito, e lo ha fatto alla grande: qui nasce Marracash, qui cresce il mito, qui la celebrazione con il Block Party ad aprile 2026.
Il muretto di San Babila
Un luogo che non ha bisogno di tante spiegazioni, uno dei punti cardinali dell’hip hop milanese e italiano. Pieno centro di Milano, ma isolato quanto basta dalle vetrine di Corso Vittorio Emanuele; nei primi anni ‘80 questo era “il palco” dei primi freestyle, qui i primi b-boy e b-girl “importavano” i passi di breakdance da oltreoceano. Quando Marra bazzica il Muretto «di gente che ballava ne era rimasta poca», ma sotto quei portici le rime continuavano a risuonare forte ed è qui che Fabio incontra un ragazzo, più o meno suo coetaneo, anche lui perdutamente innamorato del rap e della cultura che lo circonda. Il suo nome è Cosimo Fini, da lì a qualche anno sarà conosciuto da tutti come Guè Pequeno.
Leoncavallo
Gli Onda Rossa Posse, la Fresh Press Crew di Skizo, Gruff e Kaos One, gli Isola Posse All Stars e i primi passi del “guaglione” Neffa, gli esordi di Articolo 31 o Frankie hi-nrg. Tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90, l’hip-hop in Italia entra di lato, tra i luoghi occupati e le periferie, ma è un’entrata a gamba tesa, con una potenza viscerale che da queste parti non avevamo mai visto, se non di sfuggita nei primi videoclip americani che passavano in tv. Quando Marra inizia a rappare, tuttavia, di quelle prime luci era rimasta solo la scia, come fosse una meteora schiantatasi contro il muro del mercato discografico nostrano, ancora troppo ancorato al pop da classifica o alla hit in heavy rotation. Le rime sembravano tornate negli scantinati, nei mixtape o nelle autoproduzioni; chi era stato accolto tra i pionieri, ora trovava rifugio nelle jam o nelle battle di freestyle come il Tecniche Perfette, altri avevano addirittura cambiato genere. I pochi palchi rimasti, a Milano, erano quelli dei centri sociali, ma tanto basta perché la scena possa iniziare a risorgere. È qui che Marra si esibisce per le prime volte, tra il Leoncavallo, il Bulk (ora demolito per far spazio a un hotel di lusso) e l’Acqua Potabile di piazza Carbonari, aka H2O, storico ritrovo della Dogo Gang. Qui Marra presenta Roccia Music Vol. 1, pietra angolare da cui partirà la sua carriera solista.
Berlin Café
“Teo, mi devi ancora fare due drink, non mettere il gin / Teo, e rendi ‘sto locale più chic, ché vengono i VIP”, cantava in I Ragazzi dello Zoo del Berlin. E no, qui non c’entrano i vicoli accanto alla fermata della S-Bahn raccontati da Christiane F, qui il protagonista è il Berlin, bar leggendario di via Giangiacomo Mora a Milano gestito da Teo, amico storico di Jake, Guè, Don Joe e di tutta la Dogo Gang, Marra incluso. “Lunedì al Berlin, martedì al Berlin, mercoledì eccetera eccetera”, molto più di un bar, ma un vero headquarter, tra birre, drink, panini alla cotoletta e le partite in tv, “Stiamo in un privé, che è così esclusivo / ma così esclusivo che è nel magazzino”. Tutt’intorno Milano è cambiata, le Colonne di San Lorenzo non sono più il porto franco dei primi ‘2000, il prezzo al metro quadrato degli appartamenti ha raggiunto altre galassie. Il Berlin è rimasto lo stesso.










