L’avventura breve ed esaltante del Rock in Opposition in 10 canzoni | Rolling Stone Italia
Inclassificabili, evviva

L’avventura breve ed esaltante del Rock in Opposition in 10 canzoni

Nei tardi anni ’70 in vari Paesi europei alcune band uniscono le forze per proporre una musica fra prog, jazz e contemporanea «che le case discografiche non vogliono farti sentire». Suonatori e sognatori all’assalto del Palazzo

L’avventura breve ed esaltante del Rock in Opposition in 10 canzoni

Gli Henry Cow nel 1977

Foto: Fred Mott/Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images

12 marzo 1978: la scena è il New London Theatre di Drury Lane, a Londra. Cinque band salgono sul palco per una serata che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare molto più di un concerto. Ci sono gli inglesi Henry Cow, padroni di casa e organizzatori, gli italiani Stormy Six, i francesi Etron Fou Leloublan, i belgi Univers Zero e gli svedesi Samla Mammas Manna. Rock in Opposition è il nome scelto per quella serata e, in seguito, per un progetto destinato a coinvolgere quegli e altri musicisti sparsi in tutta Europa. Lo slogan è esplicito: “The music the record companies don’t want you to hear”, una dichiarazione di guerra al modo in cui la musica viene prodotta e distribuita dalle multinazionali del disco.

Ma perché proprio nel 1978 il rock diventa “in opposition”? La domanda è importante, perché il panorama da cui arrivano gli Henry Cow e le altre band non è affatto quello di un’industria discografica che ha sempre rifiutato la musica eccentrica. Al contrario, negli anni ’60 e nei primi ’70 sono esistite etichette disposte a rischiare, produttori curiosi, festival e circuiti nei quali hanno trovato spazio gruppi capaci di spingersi molto lontano dai canoni della musica popolare. Nel 1978, però, il paesaggio sta mutando. Il progressive è stato messo in disparte dal punk, contemporaneamente la disco music ha conquistato un pubblico enorme e l’industria discografica si sta orientando sempre più verso prodotti di facile consumo. Gli spazi per la musica di ricerca si stanno restringendo e per gruppi come gli Henry Cow diventa anche una questione di sopravvivenza. Non vogliono semplificare la propria musica per conquistare un pubblico più vasto, ma continuare a lavorare come prima è diventato sempre più difficile.

Da qui nasce l’esigenza di mettere insieme esperienze che musicalmente possono essere molto diverse, ma che condividono una condizione: quella di trovarsi fuori dalle logiche dominanti dell’industria. È in questo senso che il concerto londinese del 1978 assume un significato particolare. Le band coinvolte decidono di fare fronte comune, unendo le particolarità musicali, le diverse forme di impegno politico e l’esperienza maturata nei rispettivi circuiti. Tutto ciò confluisce in un progetto che si pone un obiettivo concreto: creare una rete attraverso la quale organizzare concerti, produrre e distribuire dischi, scambiarsi informazioni e raggiungere il pubblico senza dipendere completamente dalle grandi case discografiche. È qui che la parola “opposition” diventa più chiara: indica la scelta di organizzarsi fuori dal sistema capitalistico, costruendo, per quanto possibile, un circuito parallelo.

A livello musicale il Rock in Opposition non nasce come genere a sé stante, ma ascoltando quei gruppi uno accanto all’altro si avverte un’aria familiare, un modo abbastanza riconoscibile di intendere il rock. Si potrebbe descriverlo come l’incontro fra i King Crimson più avventurosi, lo Zappa più radicale, la libertà jazzistica di Ornette Coleman e Anthony Braxton, le esplorazioni ritmico/armoniche di Stravinskij e Bartók, la rottura della tonalità inaugurata da Schönberg, qualche sentore Zeuhl e canterburiano. C’è una ricerca sulla contaminazione dei linguaggi, sulle strutture e sulle atmosfere che convive, a volte, con una sottile ironia e il gusto per l’assurdo. I protagonisti del Rock in Opposition sono attratti da una stessa idea di complessità che serve a mettere continuamente in discussione il rock, che può diventare musica da camera, jazz deformato, teatro, cabaret, improvvisazione o canzone politica, purché conservi quella capacità di sorprendere e non lasciarsi addomesticare.

Purtroppo le vicende del Rock in Opposition come associazione musicale non avranno lungo seguito: la seconda edizione di Rock in Opposition si svolge a Milano, al Teatro dell’Elfo, per iniziativa degli Stormy Six. Il festival è un successo, ma proprio in tale contesto cominciano a emergere le diverse idee su quale debba essere la strada da seguire. Gli Stormy Six, in particolare, spingono perché il Rock in Opposition si avvicini maggiormente ai movimenti politici e allarghi il proprio campo d’azione ad altre forme artistiche, dal teatro alle arti visive fino alla letteratura. La proposta non trova però un consenso sufficiente e, nei mesi successivi, il collettivo perde progressivamente coesione. Dopo altri due appuntamenti, in Svezia e in Belgio, sempre nel 1979, Rock in Opposition si dissolve di fatto. Rimane la rete di rapporti costruita in quei due anni, destinata a continuare attraverso collaborazioni, concerti, reciproco sostegno tra i musicisti ed etichette indipendenti, soprattutto la Recommended Records fondata da Chris Cutler degli Henry Cow, che diventerà uno dei principali strumenti per pubblicare e distribuire questa musica al di fuori dei normali circuiti.

Per raccontare le sfumature del Rock in Opposition è utile seguire un itinerario attraverso alcuni brani dei gruppi che ne hanno fatto ufficialmente parte e di alcune formazioni affini. Un percorso che parte dai momenti in cui ancora non si parlava di Rock in Opposition, ma già se ne stavano costruendo le basi, e arriva alla sua breve stagione di massima esposizione, tra il 1978 e il 1979. Dieci brani per seguire le diverse strade percorse da una musica che rifiutava di stare al proprio posto.

  • Dundrets Fröjder

    Samla Mammas Manna 1973

    Venuti alla ribalta in tempi in cui il progetto Rock in Opposition è ancora lungi dal divenire realtà, gli svedesi Samla Mammas Manna (che si può tradurre come “Raccogli le buone maniere di mamma”) propongono una musica che si rivela una specie di sabotaggio permanente delle aspettative: rumorismo, ritmi sghembi, melodie grottesche senza parole, improvvise accelerazioni, influenze folk e frammenti zappiani in una sorta di cartone animato impazzito. Dundrets Fröjd (tratto dal caposaldo Måltid) è un piccolo concentrato di questa filosofia: i cambi di tempo arrivano quando meno te li aspetti e gli strumenti dialogano secondo una logica tutta loro, l’ironia è parte integrante della composizione. I Samla Mammas Manna praticano una forma di disobbedienza estetica che ha una precisa conseguenza politica: non accettano che il pubblico debba ricevere un prodotto confezionato secondo categorie già riconoscibili. La loro eccentricità diventa una forma di rifiuto delle convenzioni musicali e commerciali. Ridere delle convenzioni, del resto, è anche un modo per rifiutarne l’autorità.

  • Living in the Heart of the Beast

    Henry Cow 1975

    Se occorresse trovare un manifesto del Rock in Opposition i 16 minuti di Living in the Heart of the Beast sarebbero probabilmente la scelta naturale. Il brano compare su In Praise of Learning, l’album che gli Henry Cow realizzano nel 1975 insieme alla band pop-avantgarde Slapp Happy, e porta in primo piano la dimensione politica del progetto. Il testo di Chris Cutler è una lunga riflessione sul rapporto fra individuo, società e sistema capitalistico, con la musica che si fa complessa, stratificata, piena di cambiamenti e tensioni, a volte stridenti. Da un certo punto di vista Living in the Heart of the Beast è forse il punto in cui gli Henry Cow portano alle estreme conseguenze la lezione del progressive, finendo per condurla in luoghi mai esplorati. La lunga composizione può essere considerata una sorta di Supper’s Ready del Rock in Opposition. Il paragone con la suite dei Genesis è utile per capire dove si separano le due strade. Per quanto elaborata, Supper’s Ready conserva numerosi appigli per l’ascoltatore: melodie forti, armonie riconoscibili, momenti sinfonici, alternanza fra tensione e distensione. La complessità convive con il piacere dell’ascolto. Gli Henry Cow prendono quell’idea di suite e la spingono in direzione opposta. In Living in the Heart of the Beast gli appigli si fanno molto più rari. Le armonie sono lontane dalle convenzioni tonali più familiari, con soluzioni che risentono della musica contemporanea e della serialità; le melodie sono tortuose, continuamente spezzate e ricomposte; la voce di Dagmar Krause, aspra, teatrale, quasi brechtiana, pone l’ascoltatore davanti al testo senza piacevoli mediazioni. Tutto l’apparato lirico e musicale non offre scorciatoie: chiede attenzione, ascolti ripetuti, disponibilità a rinunciare alle aspettative. È un atteggiamento che può sembrare deliberatamente ostile, ma proprio questa ostilità contiene una componente politica. L’ascoltatore non viene trattato come un consumatore al quale consegnare un prodotto facilmente digeribile. Gli viene chiesto un lavoro: entrare nella musica, accettarne la difficoltà, imparare ad ascoltarla per aprirsi a nuovi linguaggi e allargare la propria visione. È una concezione profondamente diversa da quella dell’intrattenimento e contiene una delle idee più radicali del Rock in Opposition: la musica non deve essere necessariamente accondiscendente nei confronti di chi la ascolta. Può mettere in difficoltà, persino costringere a cambiare i propri strumenti di comprensione. In questa ostinata richiesta di partecipazione, la ricerca musicale e l’idea politica degli Henry Cow finiscono per coincidere.

  • Symphonie pour le jour où brûleront les cités 1er Mouvement – Brigades spéciales

    Art Zoyd 1976

    Gli Art Zoyd portano il discorso ancora più lontano. Il primo movimento della suite che copre quasi per intero il loro album del 1976 evoca un’apocalisse urbana, ma la musica non racconta una storia precisa, costruisce piuttosto un paesaggio sonoro di tensione e catastrofe, fatto di archi stridenti, ritmi marziali, dissonanze, improvvise esplosioni teatrali e oasi di apparente calme nella quali la tensione striscia sottopelle, accumulandosi senza concedere una vera liberazione. È un altro modo di intendere l’opposizione. Gli Art Zoyd non hanno bisogno di slogan politici: basta il loro rifiuto delle forme e dei linguaggi più facilmente riconoscibili. Il rock viene svuotato dei suoi elementi consueti e ricomposto attraverso la musica contemporanea.

  • (MIT I) Saure Gurke (Aus I Urwald Gelockt)

    Aksak Maboul 1977

    Con il loro esordio Onze danses pour combattre la migraine i belgi Aksak Maboul fanno convivere minimalismo, musica contemporanea, ritmi balcanici e frammenti quasi pop. (MIT I) Saure Gurke (Aus I Urwald Gelockt) si muove su un ritmo di drum machine a fare da tappeto a una melodia straniante di sintetizzatore, in una sorta di elettro-pop futuribile e sghembo. Il brano in realtà sfugge a una definizione: è troppo pop per essere musica contemporanea, troppo astratto per essere pop, troppo composto per essere improvvisazione, troppo irregolare per essere rock. È una caratteristica che attraversa buona parte del Rock in Opposition: la volontà di sottrarsi alle etichette preconfezionate. Il musicista non deve necessariamente essere rock, jazz o contemporaneo. Può essere tutte queste cose insieme, anche all’interno dello stesso brano. E proprio perché il mercato fatica a gestire una simile ambiguità, diventa fondamentale le rete di collaborazioni fra musicisti.

  • L’apprendista

    Stormy Six 1977

    Ancora prima del progetto Rock in Opposition, nel 1976 gli Stormy Six fondano la Cooperativa L’Orchestra, esperienza di autogestione che si occupa di produzione, distribuzione e organizzazione di concerti. Nello stesso periodo la musica della band milanese va incontro a una mutazione, da una forte impronta folk-rock si sposta verso una scrittura più complessa. L’apprendista testimonia questa evoluzione, partendo da una forma ancora riconoscibile di canzone popolare inserisce armonie vocali insolite, vagamente dissonanti, mentre l’arrangiamento introduce progressivi incastri tra gli archi con soluzioni vicine a certi Gentle Giant, salvo poi divagare ritmicamente fino a una ripresa del tema iniziale. È musica che conserva un rapporto con la tradizione della canzone italiana e del progressive, ma guarda decisamente oltre. Il testo racconta, con tono insieme ironico e amaro, la vita di un giovane lavoratore destinato fin dall’infanzia a entrare nella macchina produttiva. A 13 anni l’apprendista entra nel mondo del lavoro, finisce in un seminterrato e la sua vita sembra già conclusa. La ripetizione di “Non l’uomo, l’apprendista” sottolinea proprio la sua spersonalizzazione. Nell’ultima strofa la satira diventa più esplicita, alludendo al conformismo che etichetta come “teppista” chi prova a sottrarsi al ruolo assegnato. La politica non viene più semplicemente dichiarata: è incorporata in una scrittura musicale che rifiuta le forme più immediate della canzone di protesta e che si fa realmente opposizione.

  • In Two Minds

    Art Bears 1978

    Pochi mesi dopo aver dato vita al movimento, gli Henry Cow si sciolgono. Dalle ceneri nascono gli Art Bears, con Fred Frith, Chris Cutler e Dagmar Krause. Danno ancora più spazio alla cantante, indugiando su un lato acustico ed evocativo che la band madre non aveva esplorato. Ciò fino a quando il tessuto spinge maggiormente sul rock, mantenendo quell’imprevedibilità armonico/melodica che caratterizzava la precedente esperienza. Il testo racconta di una ragazza che si rifugia nella solitudine della notte per pensare, mentre la famiglia interpreta il suo comportamento come una malattia. Ma quella che viene considerata follia è in realtà la capacità di vedere le menzogne e le ipocrisie su cui si regge la vita delle persone che la circondano. Nella parte finale la critica si allarga alla società: chi mette in discussione le regole viene facilmente definito malato e neutralizzato.

  • Le fleuve et le manteau

    Etron Fou Leloublan 1978

    I francesi Etron Fou Leloublan nascono nel 1973 proponendo un suono che mescola jazz, rock, improvvisazione e teatro dell’assurdo. Le fleuve et le manteau, contenuto in Les trois fou’s perdégagnent (Au pays des…), mostra perfettamente questo approccio. Il brano è intersecato da pulsioni jazz-rock e spezzattato da una narrazione, definita dal cantante Ferdinand Richard «una tragedia da pasticceria», che è tanto stridente e imprevedibile quanto i cambi di ritmo. La musica accelera, si arresta e riparte, mentre sax e basso costruiscono un accompagnamento nervoso e storto. L’ironia, il gusto per la surrealtà e la teatralità diventano così strumenti compositivi, non semplici ornamenti. Per gli Etron Fou Leloublan è opposizione anche innanzi a certa seriosità del rock progressivo: si può essere complessi e rigorosi senza rinunciare al gioco e al nonsense.

  • The Adventures of Captain Boomerang (for Mike Forrester)

    The Muffins 1978

    Negli stessi anni in cui in Europa prende forma il Rock in Opposition, qualcosa di simile accade anche dall’altra parte dell’Atlantico. I Muffins, formati a Washington D.C. nel 1973, arrivano nel 1978 al loro primo album, Manna/Mirage, con la suite The Adventures of Captain Boomerang (for Mike Forrester) a coprire la prima facciata di una fusione tra Canterbury, jazz, Zappa e progressive fuori asse. Chitarre, fiati, tastiere e sezione ritmica sembrano spesso seguire traiettorie indipendenti, ma dietro l’apparente caos c’è una scrittura matematicamente impeccabile. I Muffins non fanno parte del collettivo Rock in Opposition, ma la loro vicenda dimostra che quella stessa insofferenza verso le forme consolidate del rock stava maturando anche lontano dall’Europa. Mentre il Rock in Opposition cerca di costruire una rete internazionale, gruppi come i Muffins arrivano a conclusioni analoghe attraverso percorsi autonomi. È proprio questa convergenza a rendere peculiare il fenomeno: non è un genere che si diffonde ma un bisogno comune che emerge in luoghi diversi.

  • Mamma non piangere

    Mamma non piangere 1979

    Mamma non piangere (riferimento tutt’altro che velato ai Samla Mammas Manna svedesi) nascono intorno alla Cooperativa L’Orchestra e pubblicano nel 1979 Musica, bestiame e benessere. È il momento in cui l’esperienza Rock in Opposition sta cercando di trasformarsi in una possibilità concreta di organizzazione musicale. Il brano dallo stesso nome del gruppo, condensa bene il loro modo di intendere una musica a base di strumentazione ricchissima e poco ortodossa: chitarre, violino, mandolino, sax, bandoneon, glockenspiel, percussioni ed effetti elettronici. La composizione si diverte a mettere in cortocircuito folk, teatro, avanguardia, post rock ante litteram e testi (apparentemente) nonsense, senza mai decidere quale debba essere il proprio centro. È un Rock in Opposition diverso da quello cerebrale degli Henry Cow. In Mamma non piangere si sente soprattutto l’ironia, una parentela evidente con lo Zappa più surreale, una passione per il gioco linguistico/musicale e un rifiuto di prendere sul serio le gerarchie fra musica alta e bassa, fra composizione colta e popolare.

  • La faulx

    Univers Zero 1979

    Quando arrivano gli Univers Zero, il concetto di opposition sembra quasi essersi liberato definitivamente dal rock. Il gruppo belga costruisce una musica da camera cupa e ossessiva, fatta di violini, violoncelli, oboi, clarinetti, pianoforte e percussioni. La faulx, suite contenuta in Heresie, è un esempio della loro capacità di creare tensione senza bisogno di riff, di assoli di chitarra o ritornelli. La tensione nasce dall’incastro degli strumenti, dalla ripetizione, dalla dinamica, dal senso di minaccia che attraversa la composizione. La loro musica sembra lontanissima dalla politica. Eppure è perfettamente dentro la logica Rock in Opposition, perché se l’opposizione significa rifiutare la trasformazione della musica in merce facilmente classificabile, gli Univers Zero sono un caso esemplare. La loro stessa esistenza commerciale è problematica. Non possono essere facilmente venduti come progressive, jazz o musica contemporanea. E allora costruiscono, insieme agli altri gruppi, un’alternativa nella quale questa marginalità possa diventare praticabile.