Aveva un’aria di sfida Hayley Williams al Forest Hills Stadium di New York l’altra sera. “Pensate di conoscermi?”, dice un passaggio di Pure Love, “aspettate che mi apra con voi”. Per conoscere una persona sono necessarie un po’ di intimità, desiderio di comprensione, tempo a disposizione. Come si fa nelle due ore o poco meno di un concerto? Quali sono gli aspetti talmente importanti da non poter essere tagliati fuori? Williams ha cercato di dare una risposta attraverso 25 canzoni.
La furia di Simmer è accompagnata da luci pulsanti a tempo sulle linee di basso cupe e sinistre, col ritmo che accelera fino all’esplosione finale, quando sui tendoni presenti sul palco è apparsa la scritta “The Hayley Williams Show”. Durante Creepin’ sono comparsi occhi enormi, alcuni con ciglia mostruosamente lunghe, altri moltiplicati fino a creare la sensazione disturbante di essere sorvegliati. È un senso di urgenza che non è mai venuto meno ma non è uno show aggressivo, questo. Anzi, lo scopo di Williams è far sì che il pubblico si lasci andare, non che abbia paura.
Prima dell’estate Williams ha portato in posti più piccoli l’Hayley Williams at a Bachelorette Party Tour. Sentiva il desiderio di passare il tempo «ingozzandosi di ricordi futuri mentre sono ancora caldi» e «facendo pratica di iper-presenza», come ha scritto a maggio. Il suo album Ego Death at a Bachelorette Party era uscito da pochi mesi, le canzoni erano ancora fresche, alla ricerca di una loro dimensione live. La sensazione di una scoperta improvvisa, di ferite ancora aperte non è svanita.
Williams è abituata a farsi a pezzi, per così dire, per poi ricomporsi grazie alla musica. Ego Death le ha dato per la prima volta la possibilità di farlo sul palco. Petals for Armor è infatti uscito poche settimane dopo l’inizio del lockdown. Ironicamente, il dialogo interiore necessario per realizzare un disco del genere rispecchiava la quantità estenuante di tempo che eravamo costretti a trascorrere a casa con noi stessi. Quelle canzoni hanno ormai sei anni, ma sul palco sembrano ancora nuove, troppo nuove per interpretarle con la distanza emotiva di chi ha elaborato e superato ciò che raccontano. Anche quelle sanguinano ancora.
A New York Williams ha raggruppato le canzoni dei due album in blocchi di tre o quattro pezzi. Nella versione in studio di Crystal Clear, dopo il passaggio che fa “non sappiamo come potrebbe finire, speriamo che non debba finire”, il momento di sospensione che segue nella versione in studio è sostituito dal vivo da un’esplosione di basso e percussioni. Sembra quasi un’altra canzone, come se fosse stata riscritta dalla prospettiva di chi oggi sa qualcosa che allora non sapeva. Sono state proprio queste scoperte a dare forma a gran parte di Ego Death, come nella sequenza che porta da Glum e Disappearing Man a Dream Girl in Shibuya e Good Ol’ Days.
In scaletta c’è una sola canzone da Flowers for Vases/Descansos, l’album registrato a casa, a Nashville, nel 2020. Just a Lover apre e chiude la parte del set che precede il bis. La prima delle due volte Williams è da sola sul palco, al pianoforte. “L’amore mi ha trasformata in tante altre persone, ora credo di essere solo un’amante”, canta. Non arriva alla fine del brano e invita invece sul palco la sua band di sei elementi, composta in parte da musicisti che hanno accompagnato i Paramore nel tour di This Is Why. Quando un’oretta dopo tornano le note di Just a Lover, sul palco c’è anche il True Believer Quartet che ha accompagnato la cantante nella performance da brividi di True Believer al Tonight Show. In tour si sente la versione senza il coro gospel, ma sempre con l’interpolazione di Strange Fruit di Billie Holiday. Il silenzio del Forest Hills Stadium è interrotto qua e là da qualche «damn!» di stupore. Il pezzo è potentissimo e Williams lo interpreta con una precisione impressionante, con un uso della voce diverso, da pelle d’oca.
A True Believer è legata una porzione di Don’t Let Me Be Misunderstood di Nina Simone, una canzone in cui si spera che la bontà di un’anima sia riconosciuta anche nella preoccupazione e nella rabbia. Di rabbia ce n’è a sufficienza, ma è accompagnata dalla speranza che i tentativi di trovare le parole giuste non cadano nel vuoto. È uno dei momenti più importanti del concerto, soprattutto perché fonde la scrittura di Williams con la musica che l’ha formata, o che le ha insegnato qualcosa su se stessa, né più né meno come le sue canzoni hanno fatto col pubblico che le sta di fronte.
Poco prima dell’inizio del concerto, Williams ha messo nella playlist pre-show sei canzoni che partecipano a questo dialogo musicale, una sequenza partita con Can’t Hold Us di Macklemore e chiusa con Thrift Shop, due pezzi che il rapper ha eseguito durante i set di apertura del tour di Ed Sheeran, prima di essere estromesso per aver espresso dal palco il proprio sostegno ai palestinesi. Nel mezzo, canzoni di Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e Boega, gli artisti di supporto che si sono ritirati dal tour di Sheeran in segno di solidarietà.
Qualcuno potrebbe aver interpretato il «Fuck ICE!» e il «Free Palestine!» di Williams durante Ice in My OJ come una risposta alla controversia di questa settimana, ma sono cose che dice dall’inizio del tour di Ego Death, così come non è nuova il pensiero che esprime prima di True Believer: «La più grande minaccia alla democrazia americana è il nazionalismo cristiano». In un momento in cui uno degli artisti più importanti del panorama pop sostiene che i suoi concerti non sono un luogo dove discutere di politica, ma un posto sicuro in cui rifugiarsi, gli applausi che accompagnano la dichiarazione di Williams ricordano che le due cose possono coincidere.
Williams dedica Ego Death at a Bachelorette Party a Nashville perché sa che questa contraddizione ne infesta le strade. Il suo amore per Nashville è inseparabile dalle forze – dai cantanti country razzisti al turismo fino allo sradicamento degli abitanti – responsabili di aver smantellato la città che conosceva. È una cosa che succede praticamente in ogni città in cui si esibisce. È lì, appena fuori dai cancelli. È parte del motivo per cui il pubblico sembra aver bisogno di concerti del genere.
«Grazie per essere usciti di casa ed esservi ritrovati urlare, sudare e ballare con degli sconosciuti», ha detto Williams verso la fine del set. «Spero che continueremo a lottare per cose del genere. I concerti dovrebbero più facilmente accessibili per tutti, non dovrebbe essere così difficile andarci. Alla prossima. Fino ad allora, per favore, prendetevi cura di voi stessi. Prendetevi cura gli uni degli altri e, cazzo, andiamo a votare a novembre».
Con questo concerto, Williams si spinge ai confini della conoscenza di sé e del lasciarsi conoscere dagli altri. Canta in Hard l’istinto che spinge, sbagliando, a reprimere la femminilità e poco dopo si fa pittare il viso con dei glitter dorati nel bel mezzo di My Friend. In una sera particolarmente nuvolosa e in un posto dove è comunque impossibile vedere le stelle anche quando il cielo è limpido, il pubblico ha illuminato lo stadio con le torce dei telefoni, segno di un legame rinsaldato a colpi di headbanging, verità difficili e puro amore. È l’Hayley Williams Show.














