Il suo ultimo album, al netto della raccolta di cover e rarità Everybody’s Gotta Learn Sometime, era il coloratissimo Hyperspace. Prendeva il nome da un pulsante di un gioco della Atari chiamato Asteroids, una roba da sala giochi grande quanto un armadio. Se ti trovavi in una situazione di pericolo estremo, ovvero le navicelle spaziali dei cattivi ti stavano distruggendo, potevi premere quel pulsante ed essere trasportato in uno spazio parallelo e verso la (momentanea) salvezza. Era una metafora politica, era pensiero magico pop, le canzoni come evasione da un mondo che già del 2019 era uno schifo, figuriamoci oggi.
Poi qualcosa è cambiato. Chiuso in casa ai tempi del lockdown, Beck ha cominciato a scrivere canzoni allo stesso tempo placide e inquietanti. Ha anche finalizzato il divorzio dalla moglie, l’attrice Marissa Ribisi, da cui si era separato prima dell’uscita di Hyperspace, e anche quello è stato un argomento tristemente fecondo. Ha rimesso in piedi la banda di Sea Change e di Morning Phase, che sono tra i suoi dischi più lenti, morbidi, introspettivi, struggenti, e in una specie di reunion di un gruppo senza nome ha inciso le canzoni di Ride Lonesome, pure loro lente, morbide, introspettive, struggenti. E dotate di un senso di solitudine esistenziale. È un disco notevole, se avete voglia di dedicargli poco più di tre quarti d’ora, magari mettendo il telefono in modalità aereo.
Mixato da Nigel Godrich, altra presenza famigliare per l’americano, e arricchito dalle orchestrazioni del padre del cantante David Campbell, Ride Lonesome è tormento interiore catturato in slo-mo, un viaggio dal potere quasi ipnotico in cui Beck ancora una volta dimostra d’essere un balladeer formidabile e non solo un alchimista di suoni dalla fantasia sfrenata. Parla di perdita, non solo di un amore, forse anche della vita stessa che scivola via senza che tu possa farci niente, il tutto reso in un modo spudoratamente diretto, il tipo di canzoni che forse il 23enne di Loser si sarebbe vergognato di cantare e che invece il Beck 56enne porge con grazia e senza pudore, liberatosi dal timore di sembrare più semplice che brillante.
È folk ridotto ai minimi termini emotivi, come quando nella title track Beck canta che “devi viaggiare da solo, devi cercare di trovare la strada e seguirla fino a casa, da solo”. Beck è il viaggiatore solitario del vuoto che tutti a volte sentono. Nel disco le rose non sbocciano perché sono di carta, la Luna è cava, i cieli sono cupi e i fiumi sono ovviamente fatti di lacrime, ma alla fine li navighi finché non ti portano dove devi andare. Si sarà capito, non è un disco allegrissimo. “Non c’è più niente da dire nel Giorno della desolazione” recita un pezzo. “I tuoi maestri e i tuoi santi ti accompagneranno fino alla tomba e ti diranno che troverai la tua strada”, dice il testo di In the Night, canzone sul dire addio a qualcuno, un amore, forse un amico morto, chi lo sa.
Ride Lonesome, come il titolo originale del western del 1959 L’albero della vendetta, non è il classico divorce album, c’è qualcosa di esistenziale, forse frutto dell’età che avanza o forse è una suggestione dettata dagli archi, dai cori, dalla pedal steel, tutti suoni che sembrano puntare verso l’alto. E alla fine in un passaggio dell’ultima canzone che s’intitola Beyond the Light c’è la certezza che “non ho niente in cui credere”. È l’abbraccio della tristezza, ma è un abbraccio caldo, non freddo. “Non so dove sto andando, ma mi pare che ci sia già stato”, canta Beck in Bleed, titolo piuttosto significativo. Ci siamo già stati tutti ed è bello tornarci perché Ride Lonesome non è un sequel scarso di Morning Phase e di Sea Change, nato dalla fine di un’altra lunga relazione. In dischi del genere non servono solo bravi musicisti (ci sono) e begli arrangiamenti (idem). Servono i pezzi e Beck li ha, solo che non sono luccicanti, non sono clamorosi, non sono canticchiabili, non sono di quelli che pretendi di giudicare dopo 30 secondi. E sono famigliari: dentro senti questo Beck e quello del passato e per una volta la sensazione non è quella di uno spiacevole déjà vu, ma di confortevole famigliarità.
In Run Away il protagonista è in auto e guida per la città senza una meta precisa, sperando che il movimento plachi il tormento, che svuoti la testa dai cattivi pensieri. Ride Lonesome ci riesce. È un esorcismo vecchio quanto la musica popolare, cantare la tristezza per liberarsene. È l’antico che resiste al post post moderno. Quando devi raccontare il vuoto, i collage sonori non sembrano poi così efficaci, vero?
Ora Beck partirà per un tour – per ora solo in Nord America, maledizione – in cui la musica, preannuncia, sarà lenta, teatrale, cupa, una cosa nuova anche per lui, diversa da quel che ha fatto in passato. Si vede che quando è giù scrive grandi dischi. Gli auguro una vita più che felice, ma ascoltare le 12 storie di solitudine cosmica di Ride Lonesome è un piacere che replica quello provato una dozzina d’anni fa quando è uscito Morning Phase. Non è poco.

















