Linda Caridi, voglia di leggerezza | Rolling Stone Italia
La prima notte d’amore

Linda Caridi, voglia di leggerezza

Dopo anni di “corteggiamento”, l’attrice è protagonista della sua prima commedia al cinema: ‘Dov’è la Fiesta?’. Un esordio (di Niccolò Gentili) che tiene insieme rom-com e coscienza politica. E che per lei è un nuovo inizio

Linda Caridi, voglia di leggerezza

Linda Caridi sul set di ‘Dov’è la Fiesta?’ di Niccolò Gentili

Foto: Astrid Ardenti

L’abbiamo sempre detto, qui a Rolling Stone, che Linda Caridi era la migliore di tutte. L’abbiamo messa in copertina due volte: insieme ai volti del crescente star-system nostrano (per lei c’erano già state conferme istantanee come Antonia. di Ferdinando Cito Filomarino e Ricordi? di Valerio Mieli), e poi in solitaria per quella che è stata la sua consacrazione (finalmente!) presso un pubblico più ampio: L’ultima notte di Amore di Andrea Di Stefano, tenera esuberante calabrese in un notturno milanese (e in tubino rosso) accanto al poliziotto Pierfrancesco Favino. Ha fatto, sempre scegliendo con cura, di tutto: il cinema d’autore appunto, la fiction di qualità (la sottovalutata Prima di noi, passata su Rai 1 la stagione scorsa), le serie da piattaforma “larga” (l’episodio più riuscito di Supersex accanto al desnudo Alessandro Borghi). Le mancava una commedia pura, almeno al cinema, perché a teatro – il suo luogo sicuro, il suo eterno ritorno – l’aveva già visitata, mischiata ad altri registri, altre maschere (vedi la sua hit Il bambolo).

Arriva adesso con Dov’è la Fiesta?, esordio alla regia (ora nelle sale con Vision Distribution) di Niccolò Gentili, che l’ha scritto insieme a Lisa Nur Sultan (Sulla mia pelle, Call My Agent – Italia). Linda è Irene, sceneggiatrice costretta a un’industry italiana indefessamente #tuttimaschi che in pubblico tiene corsi sulla rom-com a giovani in odore di woke e nel privato non sa che fare della relazione sgangherata con l’aspirante attore Leo (Francesco Carril di Dieci Capodanni: la mamma è toscana, per questo parla l’italiano così bene). È quasi Natale, si riaccende una fiamma, finché a lui, sotto casa di lei, rubano la Fiesta (sì, intesa come macchina). Ne nasce una farsa generazional-kafkiana che dice che «quando i sentimenti finiscono schiacciati dalla burocrazia, l’unica è gettarsi nel vuoto» (cit. Nur Sultan).

Francesco Carril e Linda Caridi in ‘Dov’è la Fiesta?’ di Niccolò Gentili. Foto: Astrid Ardenti

Anche quella tra te e la commedia è stata un po’ una rom-com, c’è stato un corteggiamento molto lungo.
(Ride) Un po’ non è capitato, non che io ricordi almeno, fino a un provino mancato per L’isola delle rose. Però diciamo che sicuramente di commedie non ne ho rifiutate, è solo che non mi sono arrivate: forse su di me è stato più facile immaginare il registro drammatico, almeno al cinema. Perché invece a teatro, avendo fatto la Paolo Grassi – un’accademia che ha sempre avuto una lunga tradizione di relazioni con grandissimi commedianti: penso a Dario Fo, maestro negli anni precedenti al mio, ma anche a tanti attori della commedia dell’arte che hanno tenuto corsi – è un registro che ho studiato, che ho sperimentato e che mi diverte molto, anche nella commistione con il drammatico, come è successo proprio nel Bambolo.

Finalmente un primo appuntamento al cinema.
Un incontro che mi interessava molto, perché è quasi più sfidante: nella commedia c’è bisogno di una disponibilità ancora più completa dello strumento attoriale. Nel dramma le tensioni, il disagio che magari puoi provare quando inizia un nuovo progetto, puoi metterli funzionalmente al servizio del lavoro; se fai la stessa cosa prima di approcciare una commedia, può irrigidire la membrana del tuo tamburo, e poi finisce che suona male. Dov’è la Fiesta? è una prima volta nella commedia ed è anche il mio primo film da protagonista dopo essere diventata mamma. I tempi di preparazione e le energie disponibili sono stati diversi, ma farlo con questo gruppo di lavoro è stata una fortuna. Niccolò ha instaurato fin dalle prove un clima da compagnia teatrale, si pranzava assieme e magari si continuava a provare qualche battuta… Mi sentivo arrivata sul set meno preparata di altre volte, ma forse è stato meglio così, perché è come se il film si fosse fatto giorno per giorno, tutti insieme.

Com’è stato sperimentare fisicamente la commedia sul set?
È stato come cominciare un nuovo sport che mi piacerebbe praticare di nuovo e di più. Il clima che si crea sul set è determinante e ripeto, Niccolò ha costruito questo tappeto morbido dove era confortevole poggiare i piedi quando ci arrivavi, ha aiutato tutti gli attori, anche quelli che avevano piccoli ruoli e che magari stavano sul set solo un giorno o due, e che però creavano famiglia insieme a noi. E mi ha aiutato tantissimo anche il ping pong con Francesco, che è un attore permeabile, sensibile, che parla attraverso dettagli apparentemente piccolissimi dell’espressività, lo vedi sempre vibrare anche su cose molto sottili. È come un tappeto elastico che ritorna indietro anche al partner.

Linda Caridi in una scena del film. Foto: Astrid Ardenti

Le parole della commedia sono anche un tema del film. La tua sceneggiatrice è costretta a confrontarsi con due colleghi maschi più vecchi e certamente poco aperti al nuovo, e si trova a insegnare a studenti giovanissimi ma forse più avveduti (anche se a volte un po’ ingenui). In scrittura c’era Niccolò ma anche Lisa Nur Sultan, che passa dal cinema politico alla commedia ma che anche qui sembra mettere la sua coscienza civile e critica.
Lisa ha questa grandissima capacità di unire anche al registro più leggero una necessità, una profondità di senso e di significato, per cui in questo personaggio che ovviamente, se non è ispirato a lei, è una sua possibile collega, ha messo con ironia una grande contraddittorietà. Questa contraddittorietà che ha permesso di inserire dei temi che sulla carta sarebbero potuti risultare totalmente anti-commedia: un certo paternalismo negli ambiti professionali, l’importanza che i racconti al cinema e in televisione hanno nella costruzione della coscienza civile e dell’immaginario delle persone… tutte cose che potevano suonare pesanti. Invece lei a un certo punto infila il monologo contro questi due colleghi di Irene, molto buffi e al contempo vetusti per mentalità e atteggiamento, e mentre lei pontifica sull’importanza dell’autonomia, del raccontare l’emancipazione del femminile, fa sì che le arrivino dei messaggi di Leo e la fa precipitare da lui: perché un cuore innamorato non ha principio morale o etico che tenga, quando l’amore chiama deve andare. E questo è l’esempio evidente di un congegno di scrittura molto intelligente. È bello che non si racconti mai una cosa per volta, ma spesso una è il suo contrario. E poi, come mi diceva Lisa quando mi ha introdotta all’universo di questo film, in questa storia ci sono le donne delle sceneggiature di Nora Ephron, donne volubili, versatili, buffe. C’è la volontà espressa di citare i riferimenti più alti della commedia romantica.

A questo proposito: ma la commedia romantica ci ha rovinati, come lasciano intendere soprattutto le generazioni più giovani ritratte nel film, oppure ci hanno curati, dunque possiamo essere meno severi anche verso quelle non invecchiate benissimo?
Non ci hanno rovinati affatto! Sono anzi manuali di grande utilità pratica. Ci sono momenti in cui hai bisogno di, non so, mettere i piedi nell’acqua fresca, altri in cui devi sciacquarti la faccia, e altri ancora in cui hai bisogno di vedere una commedia romantica: è proprio una cosa che fa bene, ha un valore consolatorio, terapeutico, sdrammatizzante. Perché non dovremmo ridere del nostro arrovellamento su un sentimento, cioè l’amore, che a volte è così intenso che può ammalare? Si dice che l’innamoramento ha i sintomi di una malattia: ti senti sottosopra, perdi il centro di te stesso, l’organizzazione della tua vita improvvisamente va a rotoli. Gli innamoramenti sono degli tsunami interiori, e poterli vedere dall’esterno, raccontati dal punto di vista di qualcun altro e attraverso la catarsi che offre a chi vi assiste, ha davvero una funzione educativa.

Quali sono le commedie romantiche che, in questo senso, ti hanno educata, curata, anche solo intrattenuta ma restando a loro modo una lezione?
I vari Bridget Jones li ho sempre rivisti con piacere, anche anni dopo sul divano, a ridere e piangere allo stesso tempo con in mano un pacchetto di patatine o di popcorn. E ovviamente Notting Hill. Qualche sera fa ho rivisto per l’ennesima volta Harry, ti presento Sally… ed è sempre uno spasso, ma anche un modo per rivedere te stesso nelle varie fasi della vita: da adolescente o a vent’anni lo percepivi in un modo, adesso effettivamente mi dico che non vorrei mai più ripassare da tutta quella procedura sentimentale… (ride)

Linda Caridi sul set con Niccolò Gentili. Foto: Astrid Ardenti

Non voglio farti la domanda sull’essere diventata mamma, ma voglio parlare delle tue scelte. Ne abbiamo parlato tanto, sei una campionessa di decisioni oculate, di attese, di una carriera costruita spesso sui no, tornando magari al teatro o a progetti più piccoli ma che ti stanno a cuore. D’ora in avanti scegliere sarà ancora più difficile o, paradossalmente, il cambio di prospettiva ti può portare a una nuova, permettimi la parola, spensieratezza rispetto al lavoro?
Hai centrato il punto. Diventare mamma ha assolutamente cambiato la percezione dei parametri di tantissime cose, tra cui anche il mio lavoro. Ho sempre bisogno di credere nel progetto che scelgo per qualsivoglia ragione, ma ce ne deve essere una che mi aggancia in maniera forte, che sia l’incontro con l’autore o l’autrice, o con la storia, o con il personaggio, oppure il desiderio di lavorare con qualche collega che so già essere interessato al progetto. Però è come se adesso la mia prima chiamata cellulare, sentimentale, sia la mia famiglia, e questo mi fa trattare le scelte professionali con un po’ più di leggerezza. Che può sembrare una parola scadente, ma in realtà non lo è per nulla. È vero che la mia professione è una passione, e questo resta imprescindibile: è difficile fare l’attore se non è la tua passione, come è difficile fare qualunque lavoro senza passione, però ecco, diciamo che per fare l’attore devi continuare a sceglierlo, quindi a un certo punto se non è la tua passione magari cambi idea. Però il primo posto delle tue priorità può essere occupato da una cosa per volta, ed essendoci adesso mia figlia, mi sono trovata a sperimentare una leggerezza diversa rispetto al lavoro, e ho scoperto che questa cosa mi fa bene. È come se il luogo comune dalla sana distanza dalle cose improvvisamente avesse preso senso. Nella vicinanza, nella compressione, c’è qualcosa che soffoca, invece se poni una distanza metti a fuoco: ti guardi in relazione a quella cosa, ne misuri le dimensioni, hai spazio per muoverti. Nella compressione c’è qualcosa che inevitabilmente si annulla, perciò mi auguro che questa sana distanza resti, con l’obiettivo di poter assistere alle cose nel loro vivere più liberamente, e di poter io stessa sentirmi vivere più liberamente.

Scegliere in base agli incontri, alla sorpresa, all’imprevisto.
Assolutamente sì. Dopo questa commedia che è stata il mio ritorno traumatico al lavoro da mamma – e lo dico con la stessa leggerezza di prima – sono finita sul set di 500 battiti, una serie HBO Max diretta da Stefano Lodovichi e Alice Filippi che è un medical, altro genere in cui non avrei mai immaginato di capitare. Sono rimasta in ballo per due mesi, perché la scelta dipendeva anche da HBO America, e mi hanno confermata solo dieci giorni prima dell’inizio delle riprese. La vecchia Linda avrebbe detto: “Come cazzo faccio adesso a preparare sei copioni tutti insieme, non arriverò mai pronta!”; invece, forse per la prima volta, sono riuscita a dirmi: “Proviamo, andiamo, vediamo”. Ho sentito da subito che con Stefano parlavamo la stessa lingua, mi ha fatto sentire che non ero sola da quella sfida, e poi ho ritrovato Andrea Arcangeli (suo partner in Prima di noi, nda)… è stato tutto bello, fluido. È come se il sistema si fosse resettato dopo l’urto: non avevo previsto di ricominciare a lavorare in un progetto da protagonista, con tutto quello che comporta il diventare mamma, invece si è tutto ricalibrato da solo, permettendomi di affrontare quest’altro progetto con una serenità che non mi aspettavo. E alla fine ho scoperto che forse prepararmi meno mi consentiva di essere più aperta a quello che poteva succedere in quel momento. Da questo punto di vista, è stato come un ponte con certe sensazioni che ho provato e che provo quando faccio teatro: ci sono le prove, si replica tante volte la stessa storia, ma il pubblico è sempre diverso, l’imprevisto è sempre diverso, e quindi hai una percezione diversa di ogni fibra di te nell’attimo esatto che stai vivendo.

Linda Caridi con Francesco Carril. Foto: Astrid Ardenti

Qual è il prossimo attimo?
Due film già girati. Quello su Giulia Cecchettin (Se domani non torno: sarà presentato in anteprima a ottobre nella prossima edizione di Alice nella Città, nda). Paola Randi [la regista] mi ha mandato la sceneggiatura (co-scritta sempre da Lisa Nur Sultan, nda) e all’inizio confesso che mi faceva un po’ effetto l’idea di raccontare questa storia adesso, mi sembrava che fosse troppo presto; invece l’ho letta durante un viaggio in treno e ho pianto come un vitello in maniera incontenibile, e mi sono detta: ma perché è troppo presto? Semmai è sempre troppo tardi per parlare in qualsiasi modo di questo tema. Ho un ruolo molto piccolo, la mamma di Giulia, ma ho voluto esserci a supporto del progetto, come una presa di posizione perché se ne continui a parlare a gran voce. Poi arriverà L’uomo che poteva cambiare il mondo di Anne Paulicevich, con Elio Germano, un altro ruolo piccolo ma che mi ha permesso di vedere come funziona una grande produzione europea: abbiamo fatto le prove in Belgio, girato a Monaco, è stato un lavoro di preparazione accuratissimo. E poi un corto, Le royaume des enfants di Nico Onorato, un regista che è un amico dai tempi della Paolo Grassi. Alla fine si torna sempre dove si è cominciato.