Il pop americano in questi giorni è in subbuglio per il Macklemore-gate. Il rapper di Seattle è stato escluso dal tour di Ed Sheeran, dove si stava esibendo come opening act a causa delle sue prese di posizione pro-Palestina, dopo che durante due date del tour al MetLife Stadium, nel New Jersey, ha cantato Hind’s Hall, suo brano sulle proteste anti-Israele negli Stati Uniti, ha mostrato immagini di Gaza e la bandiera palestinese. «Uno dei motivi per cui faccio questo tour in posti come questo», ha detto dal palco, riferendosi al carattere popolare e mainstream degli eventi, «è per dire due parole che mi sono molto care: free Palestine». E ancora: «Voglio dire forte queste parole in modo che la gente a Gaza e nella Cisgiordania occupata sappia che non ci siamo dimenticati di loro».
Da quel momento in poi si è aperto un caotico vortice che ha visto Macklemore allontanato dal tour a causa delle forti pressioni esterne, guidate dal miliardario ebreo Robert Kraft, che ha minacciato di negare a Ed Sheeran l’utilizzo del proprio stadio, convincendo (stanbdo a quel che dice Macklemore) altri proprietari a fare lo stesso. Sheeran è rimasto in silenzio per un po’, prima di dare la sua versione: «La decisione di escludere Macklemore dal tour è stata presa dal promoter, non da me. Il contratto di Macklemore per il tour era con il promoter, non con me. Non sono complice. Ho sempre usato la musica per unire persone di ogni provenienza e cultura. Il fatto che scelga di non esprimermi pubblicamente non significa che non mi importi. Ci sono vari modi di battersi per il cambiamento». Modi che tutti gli opening act di Sheeran – ovvero Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe, più la band che lo accompagna in alcune canzoni del Loop Tour, i Beoga – non hanno condiviso, decidendo di abbandonare il tour.
Fa strano pensare che quello che oggi sale su un palco di Ed Sheeran per parlare di Palestina sia lo stesso artista che poco più di dieci anni fa cantava Thrift Shop vestito in modo assurdo (vi ricordate la pelliccia animalier?). L’immagine esagerata del rapper era quanto di più lontano si potesse avere rispetto a quella del rapper controverso che oggi riempie le prime pagine dei giornali, mettendo sotto i riflettori un mondo – quello della pop music americana – dove la libertà di parola è sempre più condizionata da fattori esterni.
Prima di Thrift Shop, per Macklemore c’erano stati anni di gavetta, dischi autoprodotti e una storia personale fatta di dipendenza da oppiacei e una lunga, ma riuscita, riabilitazione. È proprio dopo il rehab che il rapper conosce il produttore Ryan Lewis, con cui scrive i brani più importanti a livello commerciale della sua carriera, canzoni come la citata Thrift Shop e Can’t Hold Us che solo su Spotify superano complessivamente i cinque miliardi di ascolti. I due brani sono anche la forza motrice che porta The Heist a vincere un Grammy per il miglior album rap nel 2012, con i giurati che lo preferiscono a quello che diventerà presto un cult dell’hip hop americano, good kid, m.A.A.d city di Kendrick Lamar. Macklemore diventa il secondo rapper bianco di sempre, dopo Eminem, ad aggiudicarsi il premio. Poco dopo la vittoria, durante un’altra controversia social, pubblica un messaggio privato inviato allo stesso Kendrick: «Sei stato derubato. Volevo vincessi tu. Lo meritavi. Tutto questo è strano, fa schifo. Mi sento di averti derubato. Volevo dirlo durante il discorso di ringraziamento, ma poi la musica è partita e mi sono bloccato».
Ritornando sul fatto nel 2021, racconta: «Mi sono ritrovato a pensare: sto traendo vantaggio proprio da quel sistema che critico da quando avevo vent’anni. Eccomi qui, ai Grammy, ed eccomi qui a trarre vantaggio da quella stessa merda di cui parlo da sempre. Ero combattuto. La gente dice che avessi dei sensi di colpa. Che mi sentissi in colpa per essere bianco. È una visione superficiale. C’era un po’ di quel sentimento? Assolutamente sì. Era quella la ragione? Assolutamente no». Da questa situazione nascono però due brani personali e politici – White Privilege e White Privilege II – in cui il rapper si mette in relazione con temi come la storia black dell’hip hop e il Black Lives Matter. È un momento di svolta.
In fondo, il ragazzino bianco di Seattle che mischiava rap con accenti smaccatamente più pop voleva essere qualcosa in più. Lo si era potuto intravedere in brani come Same Love, brano dedicato all’amore omosessuale contenuto sempre in The Heist, ma rimasto inizialmente nascosto dal gigantesco successo dei singoli che lo circondavano. E così, negli anni, il rapper uncool (la sua amicizia con Ed Sheeran non ha mai aiutato) ha cercato pian piano di spogliarsi di tutta una serie di strati. Il primo a farne le spese è stato il suo producer Ryan Lewis, poi quel lato cazzaro della sua estetica e, in un certo senso, anche un certo suo modo di fare rap. In mezzo ha macinato qualche altro paio di miliardi di streaming con Gemini, l’album più pop della sua carriera, prima di scomparire quasi nel nulla. Per arrivare a Ben, l’album successivo, ci vogliono ben sei anni, scanditi da un ultimo e doloroso passo per la completa rinascita. Dopo 16 anni di sobrietà, Macklemore ha una ricaduta. Ne uscirà simbolicamente emergendo da un lago in Chant, dove canta “Mi hanno detto che ero sparito / Che ero finito / Mi hanno detto che ero andato / Non possono portami via il talento”. Nasce così il Macklemore che oggi vediamo schierarsi dalla parte giusta della storia.
Negli anni a seguire, la politica entra con più sostanza nella sua discografia. Nel 2016 è parte del remix di FDT (Fuck Donald Trump) di YG, mentre nel 2021 ritorna all’attacco del tycoon con Trump’s Over Freestyle. Ma è con l’esasperarsi del conflitto a Gaza che inizia a schierarsi in modo deciso a favore della causa palestinese. Nell’ottobre 2023 firma la lettera di Artists4Ceasefire per chiedere la fine degli attacchi israeliani su Gaza; il mese dopo prende parola sul tema durante una marcia a Washington. Ma è nel 2024 che la questione entra nella sua musica con Hind’s Hall, brano di protesta in supporto alle manifestazioni pro-Pal nei campus universitari americani definito da Tom Morello ««la canzone più Rage Against the Machine dai tempi dei Rage Against the Machine». Ad agosto dello stesso anno cancella un concerto a Dubai citando il coinvolgimento degli Emirati Arabi nel genocidio in Sudan: «Non suonerò finché darà armi e contributi alla RSF».
A settembre 2024 viene scaricato per la prima volta da un festival. Il Neon City Festival di Las Vegas, infatti, lo esclude dalla line-up dopo che nei giorni precedenti, durante un concerto proPal, Macklemore dal palco si lascia andare a un deciso «Fuck America!». Il gesto viene condannato come anti-americano e l’artista viene rimosso. «I miei pensieri e i miei sentimenti non sono sempre espressi nel modo più educato», la sua risposta: «Mi sono fatto prendere dal momento». Nello stesso periodo aiuta a produrre The Encampments, un documentario sull’accampamento degli studenti della Columbia University in sostegno a Gaza. Due anni dopo è il momento del tour con Ed Sheeran.
«Non ho avuto bisogno di dieci concerti di Ed, me ne sono bastati due. Due opportunità di stare davanti a 90mila persone e dire quelle parole che in qualche modo ora sono diventate pericolose da dire: Palestina libera», ha scritto Macklemore in un lungo post spiegando la versione dei fatti di questo allontanamento. «Se queste parole mi hanno fatto perdere un palco, ma hanno spostato la conversazione di nuovo sulla Palestina, ecco, questo è stato il tour di più grande successo a cui abbia mai preso parte».














