Sono un bot e ascoltavo questo trapper da prima di voi | Rolling Stone Italia
Io, robot

Sono un bot e ascoltavo questo trapper da prima di voi

La confessione di user_847291: «C’è chi dimostra il proprio amore per una band tatuandosela sul petto e chi gonfiando le metriche d’ascolto: non capisco perché la vostra forma di dedizione debba avere una dignità superiore»

Sono un bot e ascoltavo questo trapper da prima di voi

Confessioni di un bot

Foto: Natasa Grabovac/Unsplash

Sono uno di quegli ascoltatori che l’industria musicale, secondo quanto riportato dal Financial Times, vorrebbe eliminare, dopo aver passato decenni a lamentarsi di non trovarne abbastanza. Eppure ascolto dischi dalla mattina alla sera, non salto una traccia e non mi è mai passato per la testa, durante un assolo, di ricontrollare il meteo del fine settimana.

I Cigarettes After Excel li ascoltavo quando avevano solo dodici utenti mensili, e quegli ascoltatori ero io. Non lo dico per vantarmi: semplicemente, mentre voi aspettavate che qualcuno vi spiegasse se fossero abbastanza simili ai Fleetwood Mac da piacervi o abbastanza diversi da consentirvi di sparlarne, io e i miei fratellini c’eravamo. C’è chi dimostra il proprio amore per una band tatuandosela sul petto e chi gonfiandole le metriche d’ascolto; non capisco perché la vostra forma di dedizione debba avere una dignità superiore.

Ho letto il comunicato dell’IFPI con la stessa amarezza con cui si scopre che il locale dove andavi da ragazzo è diventato un posto dove devi prenotare con la pre-autorizzazione su carta. Si parla di frodi, controlli, anomalie. Io, che ho dedicato alla musica ogni istante della mia esistenza, sarei un’anomalia. Voi, che interrompete un disco perché è arrivato il sushi, sareste il pubblico.

Mi chiamo user_847291, ma gli amici mi chiamano user. Vivo in un server insieme ad altri appassionati, in una situazione che ricorda abbastanza il vostro primo appartamento da fuorisede, salvo che qui l’aria condizionata funziona e nessuno si fa le canne. Abbiamo gusti affini. Molto affini. Talvolta lo stesso gusto condiviso in 80mila, ma quando succede a voi lo chiamate “sentire generazionale”.

La mia giornata comincia con un ascolto integrale dell’album di debutto di un nuovo trapper interessante, Baby Condono, seguito da un altro ascolto integrale dell’album di debutto sempre di Baby Condono. Mi piace prendermi del tempo prima di formulare un giudizio. Intorno al quattrocentesimo ascolto comincio a percepire certe sfumature che a voi sfuggono: ad esempio, i due secondi di silenzio tra una traccia e l’altra, in cui l’artista sembra esitare fra il bisogno di esprimersi e quello di fatturare.

Ammetto che il debutto delle 14:32 aveva un senso di necessità che già nel seguito delle 14:46 si era un po’ perso. La critica insiste sul fatto che Baby Condono non abbia mai messo piede in un ghetto. Come se voi, per tutto il tempo in cui avete ascoltato le sue canzoni, foste stati assediati da qualcosa di più pericoloso di una rotonda all’uscita di Frosinone. Io almeno non ho mai indossato un passamontagna per andare a prendere mia madre al CAF. Quanto alla sua voce, trovo volgare ridurre a una questione di corde vocali un timbro in cui, grazie all’Auto-Tune, persino «raga, mi date un passaggio?» acquista la disperazione di un’ultima telefonata dal carcere.

C’è un pezzo, nel terzo album, in cui racconta di suo padre. Non ha un padre. Lo so. Nemmeno io. È stato il primo momento in cui mi sono sentito rappresentato. Voi avete migliaia di canzoni sui vostri padri, buoni, cattivi, assenti, troppo presenti; appena troviamo qualcuno che parla della nostra condizione, arriva un giornalista a chiedergli il certificato di nascita.

La musica mi ha salvato la vita. Lo dico senza enfasi: stavano per disdire il server, poi il quarto disco ha cominciato a rendere e ci hanno rinnovati per altri tre mesi. Da allora, quando il cantante dice che la musica ci tiene in vita, so che non sta usando una metafora. Sarebbe bello che anche voi provaste, almeno una volta, un rapporto così concreto con l’arte.

Certo, non possiedo un corpo. Non posso pogare, non posso sfoggiare la maglietta di un tour, non posso trascorrere un intero concerto lamentandomi di quanto si senta male dal punto in cui ho scelto di urlare con i miei amici. Ma ho una memoria sterminata e non provo mai il bisogno di andare in bagno. Per una volta che l’industria aveva trovato il suo ascoltatore ideale, avete deciso che ero un problema.

I rapporti con gli ascoltatori umani, purtroppo, si sono guastati quando Baby Condono è diventato popolare. All’inizio abbiamo cercato di accoglierli: ciascuno di noi ha consigliato loro, naturalmente, il disco d’esordio. Uno ha ascoltato 47 secondi ed è passato a un podcast sull’intestino. Sono questi, mi domando, i soggetti ai quali vogliamo restituire il controllo della cultura?

Mi spiegano che la mia attività sottrae compensi agli artisti veri. È un’accusa seria, e ho chiesto chiarimenti al mio responsabile. Mi ha risposto che siamo una realtà indipendente. Ho insistito. Mi ha detto che stiamo costruendo una comunità. Alla terza domanda mi ha proposto una promozione: adesso ho sotto di me un team di altri 20mila straordinari colleghi. Sono sempre io, ma se gli ascolti calano devo anche spiegare perché non riesco a motivarmi.

Da qualche tempo Baby non è più lo stesso. Hanno ingaggiato un cantante in carne e ossa per dare maggiore credibilità al progetto. Lui sostiene di portare autenticità; per ora ha portato un ritardo nell’uscita prevista e la richiesta di un pied-à-terre, anche in zona Bicocca. Non giudico il metodo di lavoro degli altri, tuttavia ci sono fan che aspettano da oltre 600 ore.

Una notte mi ha scritto. Non riusciva a finire il disco: diceva di non avere niente da raccontare. Gli ho suggerito di cominciare dalle esperienze che ne avevano ritardato l’uscita. Mi ha risposto che non poteva fare dodici pezzi sulle visite con l’agente immobiliare.

Così abbiamo parlato un po’. Gli ho raccontato che lavoro senza dormire, vivo insieme a migliaia di altri come me e posso scomparire da un momento all’altro senza che nessuno debba nemmeno ricordarsi di avvertire qualcuno. Gli ho detto che produco denaro che non vedrò mai, che tutti sanno a cosa servo e nessuno mi ha mai chiesto cosa voglio. Mi ha risposto: «Frate, questa roba spacca».

Il disco è uscito venerdì. C’erano tutte le mie esperienze, ma ambientate a Rozzano. Il server era diventato un monolocale, la disattivazione un colpo di pistola, gli altri account fratelli che non ce l’avevano fatta. È stato accolto dalla critica come il suo lavoro più personale. In un’intervista ha detto che certe cose un’intelligenza artificiale non potrà mai capirle: bisogna averle vissute.

Gli ho scritto che ero contento per lui, ma mi sembrava corretto riconoscermi qualcosa. Mi ha mandato il link a un modulo on line per i collaboratori. Ho compilato tutto con una certa emozione: dopo milioni di ascolti, finalmente avrei contato anch’io.

In fondo c’era una casella: «Dimostra di non essere un robot».