L’evoluzione artistica di Marracash disco dopo disco | Rolling Stone Italia
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L’evoluzione artistica di Marracash disco dopo disco

In vista dell'uscita su Disney+ del docufilm 'King Marracash', abbiamo ripercorso la discografia solista del rapper per tracciare le tappe della sua maturazione

L’evoluzione artistica di Marracash disco dopo disco

Foto backstage di 'King Marracash'

Foto: Andre Tafel courtesy of Disney+

Poche storie di rap in Italia possono raccontare un percorso come quello di Marracash. Siciliano di origine, adottato da Milano e dal quartiere popolare della Barona, è riuscito a trovare una via di fuga dalla strada grazie alle rime. Prima come membro della Dogo Gang, con un mixtape cult come Roccia Music Vol. 1, poi con un percorso solista con cui dal 2008 a oggi ha riscritto le regole del rap italiano. In mezzo ci sono stati sette dischi solisti, un altro paio di mixtape, un disco collaborativo con Guè. Attorno gli amici della Barona, le serate Berlin, la sua manager Paola Zukar e la sua famiglia.

Una storia che andava raccontata, soprattutto ora che sta vivendo la chiusura di uno dei tanti cerchi disegnati in questi vent’anni e più di rap, ovvero quello della trilogia che ha portato Marra dall’essere il king del rap ad artista fondamentale della cultura italiana di oggi. Per farlo non bastavano le parole: serviva un docufilm. Questo è infatti il percorso raccontato in King Marracash, il docufilm dirett da Pippo Mezzapesa che, dopo una prima presentazione al cinema, arriva finalmente in streaming in esclusiva su Disney+ il prossimo 18 settembre.

Abbiamo così colto l’occasione per ripercorrere tutti i dischi solisti di Marra per tracciare l’evoluzione artistica del rapper.

Marracash

2008

Che Marra avesse un talento fuori dal comune lo si era già intuito in Roccia Music Vol. 1 nel 2005, ma sarà il primo album omonimo – nonché esordio in major – a confermare che siamo di fronte a un talento generazionale. L’esordio discografico solista parte con Marracash tra le strade della sua Barona a cavallo di un elefante per Badabum Cha Cha. Uno statement che ci dice già tutto di una carriera. Impreziosito da feat di lusso per un esordiente come Dogo Gang, J-Ax, Jenny B, Co’Sang, Marracash è un disco di strada che guarda al mondo dal lato degli ultimi. O come in un’immagine chiara di Chiedi alla polvere: “È il mio regalo ai nullatenenti, io il mullah tra i reietti, a chi non ha il pane, a chi ha perso i denti, e sta nelle popolari in celle di alveari, con i suoi e le sue sorelle in quaranta metri quadri, a belve strette nei penitenziari”.

Fino a qui tutto bene

2010

Fino a qui tutto bene, titolo che fa riferimento a una scena del film L’odio, è il lavoro con cui Marra si mette a confronto con il primo successo. Musicalmente c’è il tentativo di aprirsi all’elettronica e alla formidabile scena italiana di quegli anni grazie alle produzioni di Crookers e Bloody Beetroots. Nei testi c’è ancora la rivalsa sociale, leitmotiv della carriera del rapper (“questi quartieri sono carceri a cielo aperto”, rappa nella title track), ma anche tutta una nuova visione del mondo patinato che arriva con il successo (Rivincita, *roie). C’è anche spazio per essere più leggeri e mostrare un lato più “scemo di Scemo e più scemo” (da Stupido), o più cinicamente romantico come in La parola che nessuno riesce a dire. È un disco di passaggio, che serve a Marra per capire qualcosa che diventerà cardine del suo futuro: sempre meglio essere fedeli a se stessi.

King del rap

2011

Dopo le sbronze del precedente Fino a qui tutto bene, King del rap vuole essere un ritorno alla centralità del rap. “La gara a chi è più povero è di qualche anno fa e l’ho vinta fra, ora la gara è chi più ne ha più ne metta”, sottolinea tra le punchline del brano d’apertura. È un disco che ha un obiettivo chiaro: confermare la dichiarazione del titolo. E così Fabio diventa definitivamente Marracash, mentre attorno si iniziano a seminare qui alcune parole che torneranno nella sua carriera, come King del rap o Marrageddon. Condito da brani culto come Rapper/Criminale (“conosco un criminale, vorrebbe fare il rapper, conosco un rapper, vorrebbe fare il criminale, io non dico a te come fare le panette, tu non dire a me come devo fare il rapper”), S.e.n.i.c.a.r., un prequel di Santeria con Guè, Giusto un giro con Emis Killa, è la fotografia perfetta del momento prima della consacrazione finale.

Status

2015

La consacrazione del rapper della Barona. È il momento in cui Marra diventa qualcosa in più di un semplice rapper. Sarà anche grazie all’aiuto di produzioni che alzano il livello sonoro dell’album, rendendo il disco più intenso e denso, ma il Marra di Status sembra entrato in un’altra dimensione artistica e personale. C’è il pop di In radio e Nella macchina (con Neffa), il cazzeggio celebrativo a colpi di punchline di A volte esagero (con Coez e Salmo), Don (con Achille Lauro) e Vita da star (con Fabri Fibra), ma anche la critica sociologica di Sindrome depressiva da social network e la strada di 20 anni (peso), forse il brano più duro del blocco. “Sono un leader, non sono un boss” ripete nel ritornello di Vendetta ed è proprio questa l’immagine perfetta: Marra è qui per ispirare una scena intera, per portare il rap al next level.

Persona

2019

Il next level comincia da Persona, il brano capitolo di una trilogia. Brani fatti «di carne, di ossa, di sangue. Lo stesso corpo di Marra, lo stesso corpo di Fabio», come racconta il rapper sottolineando un passaggio fondamentale: «Non è la prima volta che li vedete insieme, ma è la prima volta che Marra e Fabio si parlano. E l’unica in cui sarò io a raccontarli». Quando esce, Persona è il disco più visceralmente intimo di Marra, quello che apre a temi come la depressione, i farmaci, e una scissione interiore tra Fabio e Marra che finalmente diventa dialogo creativo. È una nuova era del rap italiano, il momento in cui diventa maturo, non più un gioco da ragazzini ma una realtà da adulti. Si allarga la palette sonora, ma anche i temi, che usano il privato come finestra sul mondo, e viceversa. Un lavoro ambizioso, pensato quasi come un concept album (ispirato, nel titolo e in una certa forma, al Persona di Bergman) e che apre a quella che sarà una trilogia destinata a fare la storia del rap italiano.

Noi, loro, gli altri

2021

«Un secondo disco a tutti gli effetti, e il più difficile della mia carriera. E sai come l’ho approcciato? Facendo finta di fare un nuovo primo disco. Di proseguire con quello che di nuovo avevo trovato nella mia carriera con Persona, cioè una consapevolezza maggiore dei miei mezzi, un’onestà intellettuale e una maturità diverse»: così Marra parlava dell’uscita di Noi, loro, gli altri, un album che già dal titolo («è un concept album, ancor più di Persona») apre a una serie di pensieri, riflessioni, elucubrazioni. C’è l’intimità, dalla famiglia alla storia d’amore pubblica con Elodie (presente sia in un brano che dentro la copertina, ma praticamente ovunque nelle rime del rapper), ma anche la società, gli altri, e il contrasto tra dentro e fuori, tra la sfera privata e quella pubblica. Se Persona era un dialogo tra parti interne all’artista, e sulla loro relazione con l’esterno, qui la lettura si allarga oltre l’ego e la visione egotistica: la linea è tra noi e loro, tra il dentro (questa volta composto non da parti del corpo, ma da una serie di persone in carne e ossa che appaiono addirittura in copertina) e il fuori della società, della politica, degli altri.

È finita la pace

2024

A chiudere la trilogia iniziata da Persona e proseguita con Noi, loro, gli altri, è l’ultimo disco pubblicato dal rapper, uscito nel 2024, È finita la pace. Un lavoro ancora più autoriale dei precedenti, in cui la linea tra rap e cantautorato diventa quasi superflua. Esplosa, pubblicamente, la sua vita privata e la sua relazione, Marra ritorna solo al centro della scena (o solo nella sua bolla, per citare la copertina del disco). «È l’ultimo capitolo di un percorso personale dove ho cercato di trovare una mia voce, un modo mio di fare musica e questo credo sia il tema poi di tutta la trilogia, la ricerca di se stessi e l’accettazione», racconta lui stesso parlando di questo album come di una resa dei conti. L’eroe è partito dal quartiere, ha conquistato lo status di king del rap, ha messo in discussione la propria persona, il rapporto con le persone vicine e la società degli altri. E quando è finalmente tornato a casa un’altra “guerra senza eroi” è scoppiata, dentro e fuori, ponendo fine alla pace. È tempo di rimettersi l’armatura, imbracciare le armi, tornare a combattere.