Felici ostaggi del Poplar Festival | Rolling Stone Italia
Alla faccia del meteo

Felici ostaggi del Poplar Festival

4 giorni, 14 mila persone e 44 set, da I Cani a Floating Points, dai Maruja agli Avalanches. Siamo andato a Trento per capire un festival che, mentre tutti tagliano, aggiunge un altro palco, più cultura, nuove idee. Il report

Felici ostaggi del Poplar Festival

Poplar Festival 2026

Foto: Emma Bonvecchio

Scrivo da un camerino abbandonato nell’Hobbiville dei gazebo dietro al main stage del Poplar, tra Niccolò Contessa che ha chiuso il tour ed è amareggiato perché ha perso il cappello, il campeggio dei volontari che sfida il maltempo e un dj set dal mausoleo Cesare Battisti che traballa tra Andrea Laszlo De Simone e Franco Battiato: ho scritto con soundtrack peggiori. Hanno terminato di suonare I Cani e tra due ore c’è l’afterparty che tutti i volontari attendono. Mi dicono che non posso perderlo per capire l’esperienza, e io rimango – felice ostaggio – occupando un camerino, mentre il Doss Trento si svuota a malincuore. Ci sono passate 14.000 persone negli scorsi quattro giorni, con il 10% di pubblico dall’estero, in un festival tutt’altro che irredentista. Poplar è appena finito e già pensa al prossimo, in grande. Vuole un altro palco. Vuole fare più cultura, in maniera più accessibile. Vuole essere club, rave, cinema, riferimento. Vuole guardare di più all’estero. Una location più grande, più artisti, più idee. Qualcuno provi a fermarli. “Ci vediamo l’anno prossimo, se la questura non ci arresta.”

Attendendo le forze dell’ordine, il primo che ha provato a fermarli senza riuscirci è stato il meteo, giovedì. Che poi va detto: se fai un festival sulle Alpi a settembre, ti ispiri ai festival nordeuropei, hai l’uomo che fa i panini che è in realtà un post-doc in meteorologia, e organizzi pure un talk chiamato Hanno previsto pioggia, non puoi stupirti se poi piove davvero. Il Doss si tinge di fango, quello che ti porterai sotto le scarpe per tutto il weekend e che diventa parte integrante della scenografia. Partono i concerti sotto il diluvio, si aprono gli ombrelli, e inizia un ping pong frenetico che durerà quattro giorni tra i due palchi, uno di fronte all’altro, che non si danno tregua. Inizi a scavarti la fossa nelle pozzanghere e senza accorgertene finisci su questa altalena imperterrita da cui scendere è un casino.

Foto: Emma Bonvecchio

In questo pendolo, la line up è variegata e numerosa (44 set): guarda con prepotenza all’estero – con l’unico live dei Floating Points in Italia, i Maruja, Sama Abdulhadi e la prima dei The Avalanches – concedendosi anche tanta Italia, con la festa di Rares, Marco Castello, la grazia di Marta Del Grandi e la chiusura della disperata gioventù di Faccianuvola, che al Poplar Utopia del 2025 era iniziata (“Sono nato troppo a nord per piangere qui davanti a voi”). Due palchi dirimpettai, e un terzo – l’Eden, quello della techno – terrazzona affacciata sulla città, baluardo celestiale nella notte, a compensare i cannoni del mausoleo. Nel pomeriggio, a valle, sotto la funivia, gli incontri di Poplar Cult. Un programma di qualità, tutt’altro che di contorno, ma con vita propria e partecipazione, aperto a tutti, nella cornice della piazza di Piedicastello. Inizia con l’intervista di Lorenzo Luporini a Marco Castello, e tiene insieme musica, politica, letteratura e attualità. Tre pomeriggi di dibattiti e talk, con – tra gli altri – Annalisa Camilli, Fumettibrutti e Randa Ghazy.

Questa domenica in settembre non sarebbe pesata così se non avessero appena finito di suonare I Cani. È stata la giornata più bella, più suonata e con più scoperte. Dalle quattro del pomeriggio, Sandri, 1000 Rabbits – la mia scoperta del Poplar 2026 –, Dove Ellis – una sicurezza –, Madra Salach – seduti sul palco sulle sedie recuperate dalla trattoria giù in piazza –, Maruja – il set migliore del festival –, GANS e il sorprendente ultimo concerto de I Cani. Uno dietro l’altro, in un crescendo pirotecnico. È una striscia deliziosa, se ne accorge il pubblico, ma anche chi suona – e arriva da fuori – che sembra quasi stranito della situazione in cui sono capitati a suonare. Quando parli con band che passano l’estate a girare l’Europa, e sono loro a dirti che contesti così non ne vedono molti, io ci credo. Avevo visto la prima data del tour del ritorno de I Cani a novembre, all’Estragon di Bologna, quando dopo nove anni la domanda era se Niccolò Contessa avesse ancora voglia di stare su un palco.

Ora siamo all’ultima e ci si chiede quando lo rivedremo. Chissà come sarà la prossima volta. Probabilmente avrà ritrovato il cappello, e quella vena sulla fronte sarà definitivamente esplosa. Dalla prima data all’ultima, però, una cosa è diventata chiarissima: piaccia o meno, in Italia, set che suonano così bene come quello di quel maledetto gruppo hipster-indie-hardcore-punk-electro-pop ce ne sono proprio pochi: li ascolti, e pensi di essere felice. Su Maledetta sfortuna ho la percezione che stia iniziando a piovere: mi guardo intorno ma nessuno pare rendersene conto, tant’è che per qualche minuto vado in paranoia e mi rassegno a star avendo una parestesia. Per grazia di Dio, invece, erano solo tutti talmente invorticati dal set che non si erano accorti che stava piovendo davvero. È finito il concerto de I Cani, è finito il tour, è finito Poplar e il cielo piange. Io anche son triste, ma persino sollevato di non dover andare al Pronto soccorso, ma semplicemente in backstage.

Foto: Emma Bonvecchio

Nessuno ha più voce, fuori si smonta. Il Signor Dinelli, tastierista di Sandri, ha perso a ping pong con la cantante dei 1000 Rabbits ed è tornato in Romagna ad allenarsi per arrivare in forma al Poplar Utopia 2027. Fuori dal camerino, quattro volontari si giocano “le chiavi della tenda” a biliardino. Il festival è giunto al termine, e c’è quella malinconia da fine vacanze, che ci si dice «sì sì ci rivediamo, anche tu tanto abiti a Milano, no?», ma poi finisce che poche volte ti rivedi davvero, che ti sei trovato qui, ed è stato bello qui, che è qui che ci siamo stati simpatici quindi forse meglio aspettare e vedersi direttamente alla prossima edizione, per vedere cosa diventerà Poplar.

Mentre organizzare festival in Italia significa spesso fare l’esercizio contrario: togliere un nome, chiudere un palco, accorciare una giornata, Poplar ragiona per addizione. Come scandisce la coordinatrice dei volontari con i quattrocento ragazzi e ragazze che rendono possibile il festival, alle 4 di notte, prima della foto di rito e dell’ennesima riapertura del bar per le ultime ore di distensione tra uno smontaggio e un rientro lavorativo qualche ora dopo: «La verità è che non so come ce la facciamo». Però, intanto, ce la fanno.

L’elettricista Sasha – che nella vita studia giurisprudenza – sposta la console sul grande palco e inizia la festa dei volontari. Si balla e si parla della prossima edizione. Io mi dileguo passando dal palco Eden, che trovo per la prima volta spento: è proprio finito. Ridiscendo dal colle edenico, girone per girone, fino all’Adige, con epica dantesca sulla città albeggiante. Penso ai mondi a venire di Poplar, felicemente incapace di poterne delineare i limiti.