Doveva salire sul palco alle 20, è apparsa alle 20:48 dopo un’attesa che ha fatto crescere ancora di più la temperatura della Plenitude Arena. A quel punto, il pubblico invocava una delle cantanti più famose del mondo col solo nome, l’unico di cui Parigi sembrava avere bisogno: «Céline! Céline! Céline!».
Per giorni tutta città ha reso omaggio alla cantante. Una stazione della metropolitana nelle vicinanze è stata temporaneamente ribattezzata in suo onore e gli esercizi commerciali si sono uniti ai festeggiamenti, a volte cancellando il confine tra celebrazione e marketing. Persino il ristorante di sushi di fronte all’arena ha messo in vetrina una Céline in cartapesta col menu in mano. Parigi non si è limitata ad accogliere il ritorno di Dion. Ha fatto propria Céline, con affetto e anche per denaro, praticamente ovunque.
A un certo punto, senza grandi annunci l’enorme struttura in pietra al centro del palco ha iniziato ad aprirsi. È apparsa un sottile raggio di luce. La cantante è apparsa da sola, vestita di nero, ed è rimasta in silenzio, travolta dagli applausi e dall’ondata di affetto. Si è mossa appena, quasi assorta. L’ovazione è cresciuta finché sono arrivate le lacrime. Quando ha attaccato le prime, spoglie note di On ne change pas la voce tremava per l’emozione e il titolo della canzone è parso assumere un significato diverso. L’autore è Jean-Jacques Goldman, l’album D’eux resta la loro collaborazione più importante. Uscito nel 1995, scritto e prodotto da Goldman, è diventato il disco in lingua francese più venduto di tutti i tempi. On ne change pas è arrivata dopo, ma aprire con una canzone di Goldman ha riportato immediatamente Dion al repertorio francofono che da decenni la lega al pubblico francese. L’emozione ha avuto la meglio, a un certo punto ha dovuto smettere del tutto di cantare e lasciare che fosse il pubblico a farlo al posto suo. Ha detto di essersi ripromessa di non piangere, ma erano lacrime di gioia quelle. Poi sono arrivate le parole che si aspettavano da anni: «Sono qui, in questa città che amo. Avevo promesso che sarei tornata e ce l’abbiamo fatta».
Era dall’8 marzo 2020 che Celine Dion non faceva un vero e proprio concerto, vale a dire dalla tappa del Courage World Tour a Newark, nel New Jersey, nei giorni in cui la pandemia stava fermando la musica dal vivo. Per il pubblico francese l’attesa è stata ancora più lunga: Dion non faceva un concerto completo in Francia dal luglio 2017. La sua interpretazione di Hymne à l’amour di Edith Piaf dalla Torre Eiffel, per le Olimpiadi di Parigi del 2024, ha rappresentato un ritorno spettacolare, ma un concerto intero – e ora una residency a Parigi – con la sindrome della persona rigida è tutt’altra cosa. Dion ha definito il percorso del ritorno «accidentato» e più lungo del previsto. Ha detto di essersi aggrappata alla speranza, a un raggio di luce. Ora, «il sole è qui di fronte a me». Ha detto di voler cantare «per voi, per me, e cantare la vita». Inutile nascondere lo sforzo che ha dovuto fare per arrivare a questo trionfo. A volte è parsa vulnerabile, a volte padrona della scena, e il pubblico l’ha vista dall’una all’altra condizione.
Il direttore creativo canadese Willo Perron ha diviso lo spettacolo in quattro atti mettendo pietre ovunque, enormi monoliti grigi, archi brutalisti e superfici in ardesia su un palco dominato dal bianco e dal nero. Le strutture rotanti che si sono aperte come quinte teatrali rivelando poco alla volta un pianista, una sezione d’archi, i musicisti e infine un coro gospel. Anche gli enormi schermi hanno ripreso spesso quella architettura, moltiplicando archi e pareti in pietra fino a far sembrare una cosa sola il palco e il paesaggio proiettato sui video.
Tra un atto e l’altro, i video diretti dal regista francese Thibaut Grevet hanno sviluppato quel linguaggio visivo in una dimensione più narrativa. In uno dei più suggestivi, Dion cammina da sola in un paesaggio desertico diretta verso un’enorme struttura di pietra, a metà tra la scala aliena di Dune e l’eleganza di uno spot di moda. Per un’artista il cui corpo ha imposto limiti al movimento, quel paesaggio ha un significato evidente. Dion camminava in un mondo fatto quasi interamente di pietra. Però poi la pietra inizia a muoversi, le pareti cambiano posizione, gli archi si aprono e i musicisti emergono da strutture che solo pochi istanti prima sembravano immobili e inamovibili.
In un altro video di segno quasi opposto Dion è accanto a un ballerino contemporaneo e si muove con lui: l’attenzione si sposta sul corpo, non più sul paesaggio, ma sul contatto, sui gesti e sulla libertà fisica. Dopo anni in cui la malattia ha imposto limiti ai suoi movimenti, l’immagine suggerisce una riconquista del proprio corpo. Quell’idea è poi finita sul palco durante una giocosa sequenza disco music, con Dion che ha ballato
Ma questa non è Las Vegas trasportata a Parigi. Il linguaggio visivo deve tanto all’opera contemporanea e alla cultura della moda parigina quanto al grande spettacolo da palasport. La moda attraversa il lavoro di Perron, dai progetti con Beyoncé e Rihanna a quelli con Chanel e la cosa è evidente nello spettacolo, con gli abiti di Dion nero e grigi, con diamanti e paillettes. Persino il coro gospel è entrato in scena con la precisione di una sfilata in passerella. A tratti, di fronte ad alcune scene dotate dell’intimità di un’opera ci si è dimenticati di essere in un palazzetto da 35mila posti. E proprio evocare l’intimità era una delle scommesse dello spettacolo.
E poi la voce. Non è stata sempre prevedibile, né Dion si è comportata come se lo fosse. A tratti ha vacillato, in altri momenti è sembrata quasi sorpresa dalle note e dagli acuti che è ancora in grado di fare. È ancora capace coi suoi vocalizzi di trasformare la voce in uno strumento a fiato, mostrando una tecnica formidabile, ma un’esibizione dal vivo comporta comunque un rischio. Per un’artista che ha passato gran parte della sua vita a pretendere da sé stessa una perfezione pressoché irraggiungibile – e il cui pubblico ha imparato ad aspettarsela – il gesto più radicale è stato proprio lasciare che quel rischio fosse visibile. A un certo punto ha dimenticato le parole, ha riso piano, si è scusata e ha semplicemente ricominciato. «Vi dirò tre parole», ha detto a un certo punto in francese. «Io sto bene». Ha spiegato di aver imparato a convivere con la fragilità, ha imparato a domarla e a trasformarla nella sua «forza vitale».
Sul palco Dion ha messo in scena due carriere parallele: da una parte la superstar globale di The Power of Love, My Heart Will Go On e All By Myself, dall’altra le collaborazioni in lingua francese con autori come Goldman, Michel Berger e Luc Plamondon, entrate a far parte della memoria culturale del mondo francofono. My Heart Will Go On è arrivata dopo Hymn to the Sea, quando si è aperta un’altra sezione della scaletta e un enorme lampadario è sceso dall’alto, evocando i grandi saloni del Titanic. Più tardi, in una sequenza leggera si sono ascoltate I Feel Love di Donna Summer, I’m Alive e That’s the Way It Is, per arrivare a Sweet Dreams (Are Made of This) degli Eurythmics. Dion ha ballato e con lei la gente nel parterre. Un garçon pas comme les autres (Ziggy), la canzone di Berger e Plamondon tratta dalla fondamentale opera rock in lingua francese Starmania, ha dato il via a uno dei grandi momenti di canto collettivo della serata, ricordando che alcuni dei più importanti riferimenti emotivi di Dion in Francia non sono necessariamente le canzoni per cui è conosciuta altrove.
Per l’atto finale ci si è spostati vero gospel e opera. Il coro è apparso sul palco e Dion si è ritrovata da sola su una specie di promontorio di pietra per cantare Ebben? Ne andrò lontana da La Wally di Alfredo Catalani, un’aria legata soprattutto a Maria Callas, mentre nell’arena scendeva la neve. Durante All By Myself ha centrato in pieno la formidabile nota acuta che la caratterizza e per un istante è parsa lei stessa sorpresa. Non ha solo dimostrato qualcosa al pubblico, ma anche forse a se stessa.
Dopo Pour que tu m’aimes encore e S’il suffisait d’aimer, ha fatto un inchino quasi operistico, spostandosi di lato affinché ogni sezione della compagnia potesse ricevere gli applausi, per poi inginocchiarsi verso il pubblico su entrambi i lati. In quel saluto finale è racchiusa in qualche modo l’essenza della serata. Céline Dion ha passato una vita intera a dare al pubblico tutto quel che aveva, pretendendo da sé stessa un livello di perfezione quasi impossibile, uno standard che alla fine anche il mondo ha preteso da lei. A Parigi è parsa volersi liberare almeno in parte di questo peso. Non della disciplina o dell’ambizione, entrambe ancora a livelli formidabili, ma dell’idea che ogni sforzo debba essere celato e ogni esibizione impeccabile.
C’era qualcosa di liberatorio nel vederla lasciarsi andare alle lacrime, ridere per una parola dimenticata, mettere alla prova i limiti della voce, muovere di nuovo il corpo e, a tratti, sembrare sorpresa da ciò che è ancora in grado di fare. Il palco è sempre stato il centro della vita di Dion. Ora che ci è tornata, è parso anche un modo per riprendersi la vita, ma a condizioni diverse.
Tra il pubblico, intanto, si discuteva di che fare dopo il concerto. Un gruppo di ragazze che hanno passato una notte dopo l’altra ad aspettare fuori dall’hotel Royal Monceau discuteva se tornarci. Da quando è arrivata a Parigi, Dion è scesa più volte di notte per passare del tempo con i fan che la aspettavano, ha parlato con loro, ha ballato con loro, a volte è rimasta semplicemente lì per un po’. Quando ha avuto bisogno di preservare salute e voce, ha chiesto loro di lasciare i dischi alla security, di modo che potesse firmarli. Una disponibilità e una generosità nei confronti del pubblico ormai rare tra le star di questo calibro. Più tardi, nella notte, fuori dall’hotel, c’è chi è tornata ad aspettarla.
Set List
Atto I
On ne change pas
Destin
Because You Loved Me
Encore un soir
Les derniers seront les premiers
Tout l’or des hommes
The Power of Love
Atto II
Hymn to the Sea
My Heart Will Go On
Beauty and the Beast
The Chase
J’irai où tu iras
Ne bouge pas
Dans un autre monde
I Feel Love / I’m Alive / That’s the Way It Is / Sweet Dreams (Are Made of This)
Atto III
Dansons
Un garçon pas comme les autres (Ziggy)
Courage
Atto IV
Love Can Move Mountains
The Prayer
It’s All Coming Back to Me Now
Je chanterai
Ebben? Ne andrò lontana
Bis
All by Myself
Pour que tu m’aimes encore
S’il suffisait d’aimer
Des milliers de baisers (frammento)
Alma Rota è publisher e chief digital editor di Rolling Stone France.
Da Rolling Stone US.














