Cowboy, folkettari, visionari: i Waterboys e Steve Earle a Londra con la Fisherman’s Blues Revue | Rolling Stone Italia
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Cowboy, folkettari, visionari: i Waterboys e Steve Earle a Londra con la Fisherman’s Blues Revue

Mike Scott ha chiuso il tour che riassume una carriera, una specie di Rolling Thunder Revue che tiene assieme Scozia e Stati Uniti, musica celtica e controcultura rock americana. Ed è di nuovo “big music”

Cowboy, folkettari, visionari: i Waterboys e Steve Earle a Londra con la Fisherman’s Blues Revue

Mike Scott dal vivo con i Waterboys e la Fisherman’s Blues Revue

Foto: Luis Carbonell/Redferns

Ci sono band che cambiano formazione senza cambiare suono, altre che cambiano suono senza cambiare formazione. E poi ci sono i Waterboys. Correzione: c’è Mike Scott. È lui, scozzese di Edimburgo, a tenere il timone della nave: ne decide da sempre rotte, equipaggi e destinazioni. I Waterboys sono a geometria variabile sin dagli esordi e di territori musicali ne hanno attraversati parecchi: dalla big music di This Is the Sea (1985), quando Scott immaginò un wall of sound cinematografico che li collocò, agli occhi della critica, accanto a Simple Minds e U2, alla svolta folk irlandese di Fisherman’s Blues (1988). Proprio quando sembravano destinati al rock da stadio, Scott cambiò rotta, destinazione Dublino: una specie di Bringing It All Back Home al contrario. Oggi Fisherman’s Blues è da molti considerato il capolavoro dei Waterboys – e all’epoca finì per vendere più di ogni loro disco precedente. Ai tempi qualcuno pensò che Scott fosse impazzito e la stampa lo derise apertamente: «Il folk non era di moda», ha detto il compatriota Alan McGee celebrando uno dei suoi album preferiti.

Poi il progetto ha conosciuto altre reincarnazioni, con fortune alterne. Di recente Life, Death and Dennis Hopper è entrato a ragione in varie liste dei migliori dischi del 2025. E non era neppure la prima volta che Scott dedicava un intero ciclo di canzoni a un’icona: prima di Hopper c’era stato il poeta nazionale irlandese W. B. Yeats con An Appointment with Mr Yeats, progetto germogliato proprio da The Stolen Child, la poesia di Yeats messa in musica su Fisherman’s Blues.

Già, Fisherman’s Blues. Alla fine si torna sempre lì. È proprio a quella stagione che Scott dedica oggi lo show intitolato Fisherman’s Blues Revue, riportandola sul palco – era già tornato su quel repertorio con i due concerti-reunion di Spiddal, in Irlanda, nel 2012, e il Fisherman’s Blues Revisited Tour del 2013 – in modo tutt’altro che museale. Per la tournée europea di nove date conclusa sabato 12 settembre alla O2 Arena di Londra l’equipaggio è arrivato a nove elementi. Sono tornati Steve Wickham e Colin Blakey, due presenze della stagione storica di Fisherman’s Blues; e della Revue fa parte a pieno titolo anche Steve Earle, ospite d’onore.

Una carovana musicale dichiaratamente ispirata alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan del 1975, richiamo che passa anche dal lettering alle grafiche promozionali. Se allora accanto a Dylan c’era Joan Baez, qui l’altro grande americano è Earle. Il “fuorilegge” del country texano, uno dei più grandi songwriter americani degli ultimi quarant’anni, conosce Scott da tempo. Di recente i due hanno co-scritto Kansas per Life, Death and Dennis Hopper, che infatti spunta nella seconda parte del concerto. Scarlet Rivera al violino là, Steve Wickham qui. Rivera segnò una stagione precisa e originalissima di Dylan; Wickham, soprattutto nell’era di Fisherman’s Blues, ha contribuito a scrivere la storia dei Waterboys.

Ma Fisherman’s Blues Revue non significa la pedissequa riproposizione del classico dall’inizio alla fine. Tutt’altro. Gli otto brani pescati dall’album sono il centro gravitazionale di uno show che, in 28 canzoni, attraversa la big music, altre epoche dei Waterboys, tradizione, cover e, nel secondo set, il repertorio di Steve Earle. Alle 19:45, davanti a un bosco incantato proiettato sul fondale e destinato a cambiare colore tutta la sera, i Waterboys attaccano Don’t Bang the Drum. E si capisce quasi subito che stare seduti sarà un po’ contro natura: nella gremita O2 anche il parterre è allestito interamente con file di poltroncine.

Scott, nascosto sotto il cappello da cowboy e dietro gli occhiali da sole, è in formissima: incredibilmente, la voce ha perso poco o nulla. Ma gli altri non sono da meno. Brother Paul Brown all’organo, James “Famous James” Hallawell al piano, Aongus Ralston al basso, Eamon Ferris alla batteria e il norvegese Roar Øien alla pedal steel costruiscono un suono largo e duttile; Steve Wickham al violino e Colin Blakey al flauto riportano invece nel presente il dna della stagione di Fisherman’s Blues. L’unico a rubare davvero la scena a Scott, a tratti, è Brown, soprattutto quando lascia l’organo e imbraccia la scintillante keytar bianca che Scott chiama con un tono ironicamente sdegnoso «the white thing».

Glastonbury Song e How Long Will I Love You? allargano subito il campo della setlist ai primi anni ’90, poi con A Girl Called Johnny – primo singolo dei Waterboys, ispirato a Patti Smith, quando il giovane Scott, ancora immerso nel punk, pubblicava la fanzine Jungleland – qualcuno comincia ad alzarsi per ballare. Ma 
è quando riemerge la big music che il concerto cambia davvero marcia: The Whole of the Moon, il più grande successo della band, drizza tutti in piedi, con tanto di “accendinata” richiesta dallo stesso Scott. Per qualche minuto il concerto resta nell’orbita di quel suono widescreen, intriso di romanticismo lunare, forse la cosa più originale che Scott abbia inventato. In mezzo c’è la figura di Wickham, naturalmente. Dopo We Will Not Be Lovers Scott ricorda quanto fosse difficile, allora, comunicare e persino spiegarsi che cosa volessero fare insieme, senza la tecnologia di oggi. Non è un dettaglio secondario: Scott aveva scoperto Wickham ascoltandolo su un demo di Sinéad O’Connor, lo aveva rintracciato in Irlanda e fatto venire a Londra per registrare The Pan Within, l’ultima canzone incisa per This Is the Sea nell’estate del 1985. Poco dopo Wickham sarebbe entrato stabilmente nei Waterboys. Quando parte proprio The Pan Within, viene da pensare che forse si stava meglio senza tecnologia.

Da lì lo spettacolo cambia registro e vira deciso verso la tradizione folk con The Raggle Taggle Gypsy; quindi arriva una magistrale versione di Sweet Thing di Van Morrison, con Blackbird dei Beatles che spunta nel finale. Poi il dittico Dunford’s Fancy/The Stolen Child, suggellato dal flauto di Colin Blakey. È qui che la scelta di una O2 dove son tutti teoricamente seduti comincia davvero a mostrare un po’ il fianco. Chi resta sulla poltrona rischia ormai di vedere poco, chi è in piedi vorrebbe partecipare ancora di più. Nessuna sedizione – solo un astante, sulle tribune, che urla distintamente «¡Hijo de puta!» e si produce in vari versi da saloon, sembrando per un attimo il Tuco di Eli Wallach. Il western, però, arriverà solo con gli strumentali tarantiniani dell’intermezzo fra un set e l’altro. Insomma, l’unico vero limite della serata è questo: per un concerto così dinamico e a tratti davvero fisico, un parterre in piedi avrebbe avuto molto più senso. In compenso, l’acustica è perfetta.

Dopo l’intervallo la Revue presenta il suo compagno di ventura. Entra Steve Earle, con la sua inconfondibile barba alla ZZ Top ormai quasi bianca, e per una buona mezz’ora sembra quasi il suo concerto, con i Waterboys come backing band. Copperhead Road non l’avevamo forse mai sentita così “big”; Guitar Town arriva subito dopo, con quella voce roca, vissuta e ancora appassionata.
Poi My Old Friend the Blues e I Ain’t Ever Satisfied. «Motherfuckers of London», scandisce Earle; poi aggiunge qualcosa come «maybe you can sing this one». Questa magari la sapete. Forse è soltanto una battuta, ma a me suona anche come una frecciata. Nei momenti più raccolti ha già fatto qualche danno quello che anni fa, a un concerto ad Amsterdam, uno spettatore definì «Dutch disease»: gente che parla, parla, parla mentre sul palco si suona. Un male che, di Dutch, ha evidentemente solo il nome da quanto è diffuso.

A questo punto Earle confessa, con la voce un po’ rotta, di essere giù perché il tour è già finito e dalla platea si alza un breve ma partecipe «ohhh». A casa, nella Grande Mela, lo aspetta il figlio John Henry, che Earle non vede l’ora di riabbracciare; eppure, la fine di questa esperienza sembra pesargli davvero.

Con Volver a Celaya, il nuovo singolo inciso con i Los Lobos, cambia anche la geografia del racconto e si torna alla San Antonio della sua adolescenza, quando, appena uscito da scuola, Earle lavorava nei cantieri edili. Racconta che con le squadre di operai messicani si lavorava di più e si guadagnava meglio, cosa non secondaria per un ragazzo che aveva bisogno di soldi. Da quel ricordo emerge un’altra idea d’America rispetto a quella di oggi: un Paese in cui i confini sembravano spostarsi per includere anziché per escludere. Applausi scroscianti.

Poi sul palco torna Scott e si unisce a Earle proprio con Kansas: le due metà della serata si fondono. Da lì la Revue procede spedita verso Dead Flowers, introdotta da Scott scherzando sul fatto che entrambi hanno spesso fatto cover di «una vecchia band rhythm’n’blues londinese». Il filo delle radici americane prosegue con Has Anybody Here Seen Hank?, cantata da Scott con cadenza dylaniana, e con il country di Are You Sure Hank Done It This Way di Waylon Jennings. Con And a Bang on the Ear il connubio artistico con Earle si completa, tanto che Earle inserisce nel classico dei Waterboys nuove strofe autobiografiche.

Il bis concede la ballata irlandese di Earle, The Galway Girl, passa per una corale Fisherman’s Blues e, quasi senza soluzione di continuità, approda al gospel di Will the Circle Be Unbroken?. Per un attimo più che alla Rolling Thunder Revue di Dylan, sembra di assistere a un omaggio alla “sua” Band di The Last Waltz, complici forse gli abiti dei musicisti, molto anni ’70, e quei grandi fari da set cinematografico ai lati del palco.

Di sicuro Mike Scott contiene moltitudini. E la serata è stata magistrale nel farle convergere dentro uno spazio così bello ma potenzialmente dispersivo come la O2. A mio parere però – e forse anche a giudicare dai momenti in cui l’entusiasmo del pubblico si è acceso di più – è ancora la big music il materiale che convince maggiormente, quello in cui Scott sembra avere una voce davvero unica nel panorama musicale. La parte folk possiede una bellezza diversa, quasi naturale, e alcune riletture sfiorano la perfezione: su tutte Sweet Thing di Van Morrison, forse la migliore cover che abbia mai ascoltato di una sua canzone, eseguita con una sorta di anarchica rigorosità che a tratti fa quasi dimenticare l’originale.

Eppure, nonostante la quantità di storia, repertori, musicisti e riferimenti, è stato un concerto tutt’altro che enciclopedico. E sì che Scott, da tempo, torna sui nastri, recupera versioni alternative, inediti e session dimenticate. Atlantic Rain, il nuovo box di tre dischi ricavato dalle sterminate session di Fisherman’s Blues, è soltanto l’ultimo capitolo di questo lavoro di scavo. Ed è proprio da lì che arriva Light Shine on Me, l’unico brano del box suonato questa sera. Scott oggi arriva a dire che Fisherman’s Blues avrebbe dovuto essere un doppio, forse un triplo: una suggestione eloquente della quantità di musica registrata in quegli anni e rimasta fuori dall’album.

Ma la cosa che più impressiona sul palco, al di là delle opinioni sul repertorio, è la sua capacità di tenere insieme mondi diversi.
Lo ammetto: la metafora del comandante non è nata proprio per caso. Sulla copertina di Atlantic Rain, uscito il 17 luglio, appena sei settimane prima dell’inizio del tour, campeggia un veliero in mezzo alla tempesta. 

Ma il punto della Fisherman’s Blues Revue è forse esattamente questo: Scott può passare la vita a scavare nei propri archivi senza trasformarsi, quando sale sul palco, nel curatore del museo di sé stesso che sta edificando. Recupera il passato, sì, ma poi lo rimette in circolo, magari cambiando equipaggio. Evviva Mike Scott. Che, solo per aver battezzato il suo progetto, nell’ormai lontano 1983, pescando il nome dal testo di The Kids, il pezzo più struggente dell’album più struggente degli anni ’70, meriterebbe almeno una laurea ad honorem in onomastica rock. Il disco era Berlin. L’autore Lou Reed.