La ‘Santeria’ di Marracash e Guè è diventata religione di Stato | Rolling Stone Italia
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La ‘Santeria’ di Marracash e Guè è diventata religione di Stato

A dieci anni dal joint album pietra miliare del rap italiano, all’Ippodromo Snai San Siro di Milano, celebrano trent’anni di amicizia davanti a 34mila persone: una masterclass tra crocifissi, fiamme, battle e 'Casini' (risolti)

Marracash e Guè. Foto Nicola Braga

Marracash e Guè

Foto Nicola Braga

Il pubblico è compreso fra le generazioni di 25-35enni e 35-45enni, le magliette che affollano le prime file variano dai Club Dogo a quelle di quando Guè era ancora Pequeno ad altre di Marracash degli esordi alla Barona e fino alle squadre di calcio. Sono le divise di una storia lunga abbastanza perché molti, all’Ippodromo Snai San Siro di Milano, possano averla cominciata da adolescenti e ritrovarsi ieri sera con vent’anni in più sulle spalle. Cinque minuti prima delle 21, dalla gente ammassata, parte una specie di haka maori. Forse perché da metà in poi la visuale smentisce i terrapiattisti: il nostro pianeta è tondo, infatti di chi sale sul palco si vedono a malapena le teste che fanno su e giù sul palco. I maxischermi, però, arrivano a tutti e nel pit non ci si può lamentare. Nella ressa, intanto, gli unici in grado di muoversi agevolmente sono i venditori di acqua e bibite, che attraversano le 34.500 persone accorse all’evento sold out (che replica stasera) con le cassette sulla testa.

Alle 21.06 si spengono le luci. Marracash e Guè entrano con tute rosse lucide, cavallino Ferrari – lo stesso delle collane – e maglie bianche. Parte Salvador Dalì e il 2016, anno di uscita di un joint album che è una pietra miliare, sembra dieci giorni fa: «Siamo la droga, non siamo drogati». Poi con Money si spingono sulla passerella mentre sui ledwall scorrono soldi con le loro facce sfregiate dai graffiti. Chiedono subito di muovere le mani su e giù, come ha insegnato il rap americano. Partono vicini, quando si allontanano si cercano con gli occhi e si ritrovano, sorridono, scherzano, si abbracciano, si lanciano le barre senza scavalcarsi e riescono a incastrare due ego enormi in un unico spazio senza forzature. 

Marracash è sempre un architetto: costruisce la strofa, la incastra, cambia accento, accelera. Guè, invece, è il solito designer: sta dentro il beat, lo modella con lo swing, lo utilizza a modo suo, pronuncia la parola per il significato ma la leviga anche per come suona. Sembra che Marra voglia dimostrarti quanto è bravo, mentre Guè farti vedere che essere così bravo non gli costi alcuno sforzo. Una differenza di atteggiamento che si sente ancora, nonostante il tempo che passa, ma che dopo trent’anni fanno apparire come la cosa pià naturale del mondo.

Marracash e Guè Santeria 2026. Foto : Nicola Braga

Foto: Nicola Braga

Al terzo pezzo, Senza Dio, alle loro spalle compare un enorme crocifisso e viene da pensare che la Santeria, dal nome del disco uscito nel 2016, in origine fosse una religione afro-cubana nata dall’incontro fra le tradizioni yoruba portate a Cuba dagli africani in schiavitù e il cattolicesimo dei colonizzatori. Per continuare a venerare i propri orishas, le loro divinità, gli schiavi li associarono ai santi cattolici, con questi ultimi che li prendevano in giro senza capire cosa ci fosse dietro quella devozione. Non a caso i due rapper avevano spiegato di essere partiti da un «concetto grafico-iconografico» di «santi, teschi, fiamme» oltre che di «tattoo messicani e calaveras», disse Guè, come anche di evocazioni «voodoo» con una certa dose di «maledizione», aggiunse Marra, dopo averlo scritto e registrato tra Tenerife, Trancoso (Brasile) e Milano.

Marracash chiede chi c’era già dieci anni fa ed esplode il boato. Guè guarda il risultato: «Sono cresciuti bene. È stato un progetto educativo». E si lanciano in Ca$hmere e Relaxxx.  Poco dopo annunciano: «Per tutti i fanatici che volevano una rap masterclass, questa è la prima di una lunga serie». Arriva Ninja. «A ciascuno il suo, diamo a Cesare quel che è di Cesare», dicono prima di Cosa mia e nel pezzo sono rimasti i dissing a Benji e soprattutto a Fedez ma oggi, soprattutto il secondo, passa senza i sussulti di una volta.

«Siete pronti a sgasare?», caricano i 34.500. Con Scooteroni migliaia di cellulari sono puntati verso di loro, sembra un plotone d’esecuzione, ma Guè e Marra rispondono con fiamme e scintille sparate in cielo. Era l’inno degli zarri di allora, probabilmente è rimasto quello dei maranza di oggi. Poi riecheggia di nuovo l’intro di Santeria e arriva la prima vera pausa. Al ritorno Marracash è in total black, Guè ha una felpa grigia smanicata con il cappuccio sulla testa e con Daytona il live diventa più duro, i bassi rimbombano nell’Ippodromo e nel petto dei presenti. Durante Insta Lova le loro immagini scorrono sui maxischermi dentro la pellicola di una macchina fotografica e sul palco viene calata un’enorme emoji. Nel 2016 raccontare Instagram, WhatsApp e i rapporti sentimentali attraverso uno smartphone era qualcosa di nuovo, mentre oggi appare profetico. Infatti, guardandosi intorno, sembra che ciascuno abbia almeno un ricordo simile in memoria.

Marracash e Guè Santeria. Foto: Nicola Braga

Foto: Nicola Braga

S.E.N.I.C.A.R. è tra i pezzi più partecipati della serata e Guè si supera nel rappato. Così Marra lo guarda: «Ti ho visto più eccitato, calma». Su Erba & WiFi rivangano i vecchi tempi. «Ti ricordi quando abbiamo scritto questo pezzo?». «Sì, eravamo in Brasile». Dopo una pandemia, il boom dello streaming, del delivery e la maggior parte delle nostre vite passate attraverso una connessione sempre accesa, è un pezzo che sembra aver trovato il proprio tempo con dieci anni di ritardo. «Quante ragazze ci sono stasera?», chiede Marra prima di Maledetto me. Urla spaccatimpani. «Questo è un pezzaccio», avverte Guè. Lo annunciano «da strip club» e Tony cambia effettivamente il clima: «Facciamo un po’ di cinema», si divertono i due, mentre sul ledwall un’auto fugge per la città come in Grand Theft Auto.

È raro che due fuoriclasse scrivano così spesso insieme, ancora più raro che siano amici. E ogni loro pezzo comune è qualcosa di più di una collabo. Appare più come una pagina di storia del rap che decidono di scrivere a quattro mani senza smettere di contendersi la penna. Su Yalla il tira e molla tra i due stili è quasi didattico. Marra accelera e si mangia il beat, Guè rallenta e lo sagoma. Con Spendin’ sui maxischermi passano collane, lingotti, soldi, buste di coca e cime di ganja. Qualcuno nelle prime file non si sente bene. Guè ferma tutto, arrivano i sanitari e nell’attesa parte un’ola. Riprendono con Quasi amici. Ammettono che descriveva uno scazzo tra loro. Ma di quella incomprensione, subito risolta, è rimasta soprattutto la voglia di sfidarsi. «Visto che non possiamo spararci come una volta», dice Guè. E iniziano una vera battle. 

Guè e Marracash Sanreria Foto: Nicola Braga

Foto: Nicola Braga

DJ TY1 trasforma il palco in un ring. Marracash parte con Sport, Guè replica con Lamborghini. Body Parts contro Ti levo le collane. Poi le hit: Badabum cha cha contro Mollami. Guè sposta la sfida nel club con Cookies ’N’ Cream, Marra risponde old school con King del rap. Tornano alle origini con Bastavano le briciole contro Eravamo re. Ancora A volte esagero contro Giù il soffitto. Si divertono talmente tanto che Guè spara: «Solo noi siamo il rap italiano». E proseguono: Ragazzo d’oro contro 64 Bars. Alla fine non c’è bisogno di decretare un vincitore.  

Tornano insieme con Smith & Wesson, poi lasciano il palco a TY1 per un dj set di mashup, e quando rientrano per il gran finale sono entrambi in giacca, pantaloni e camicia neri: la trasformazione in King è avvenuta. Con Purdi siamo di nuovo dentro Santeria. Poco dopo Guè si lamenta dell’opinionismo da social degli ultimi anni e si lascia scappare: «C’è troppa democrazia». Passa un istante e ha già la smentita per i media: «Non l’ho detto davvero». E rappano su Film senza volume. Sul ledwall alle loro spalle appare un gigantesco occhio del Grande Fratello e ritorna anche Qualcosa in cui credere. Appena concluso Guè lamenta un problema tecnico: «Qualche genio ha messo la chiavetta sbagliata dell’Auto-Tune». Nessuno se n’era accorto. È il momento di Brivido, poi ∞ Love e la presa di coscienza: «Trent’anni di business nel rap e trent’anni di amicizia, incredibile», dicono guardandosi negli occhi. Marra aggiunge: «Averti conosciuto mi ha cambiato la vita». Guè replica: «Anche a me». E, per la prima volta, sono veramente emozionati.

Alle 23.30 circa salutano nel tripudio generale, con il nuovo brano Casini e la chiusa perfetta Nulla Accade, e dimostrando che, se fino al 2016 una larga parte della società e del mercato discografico guardavano ancora il rap dall’alto in basso, il parallelo con la Santeria viene quasi da sé: Marra, Guè e la cultura hip hop erano gli orishas, mentre i santi appartenevano al vecchio mainstream, al pop, alle radio, alle televisione, alla legittimazione istituzionale. Dieci anni dopo, quelle divinità “nascoste” sono salite sugli altari ufficiali e il rap ha imposto a tutti un linguaggio, un’estetica e un sound. Insomma la Santeria, che ha contribuito anche all’ascesa della trap, è ormai diventata religione di Stato.