Cosa ci racconta l’iper-spettacolo di A$AP Rocky a Milano? | Rolling Stone Italia
Don’t be dumb

Cosa ci racconta l’iper-spettacolo di A$AP Rocky a Milano?

Il mosh-pit, il corpo di ballo in tenuta antisommossa e un artista che ha capito benissimo che l’immagine è parte del processo creativo. Il report del concerto agli I-Days

Cosa ci racconta l’iper-spettacolo di A$AP Rocky a Milano?

A$ap Rocky agli I-Days di Milano

Foto: Gaia Menchicchi

Gli I-Days, dopo i “concertoni” estivi ad alta temperatura di Foo Fighters, Maroon 5 e System of a Down (solo per citarne alcuni) si sono chiusi ieri sera a Milano con l’iper-spettacolo di A$AP Rocky, per la prima volta in Italia.

Iper non solo per l’imponente scenografia (qui la nostra gallery del concerto) con tanto di elicottero in volo da cui il rapper inizia a cantare o per il corpo di ballo in tenuta antisommossa (modello ICE, la nazi milizia di Trump) e gli effetti speciali da cinema hollywoodiano, cascate pirotecniche e lanciarazzi inclusi. Lo scenario da guerra civile condito simbolicamente dalla bandiera italiana indossata a mo’ di copricapo da A$ap Rocky non è una metafora politica, ma una rappresentazione esteticamente fedele della net culture, la cultura di Internet, di cui l’artista saccheggia l’immaginario fin dagli esordi: videogiochi sparatutto, manosfera in versione light con tanto di appello finale all’uso del preservativo, reggiseni compulsivamente raccolti dal palco (lanciati dalle fan o oggetti di scena, rimane il dubbio), ballerine-stripper in shorts inguinali. Rocky ha capito molto presto che per una popstar contemporanea l’immagine non è semplicemente la confezione della musica: può diventare parte dello stesso processo creativo.

Non ha solo cambiato insieme a colleghi come Pharrell e Kanye il rapporto tra rap e moda, passando dalle citazioni ossessive di marchi fashion nei suoi pezzi alla direzione artistica degli stessi brand (ieri sera indossava una maglia del Milan customizzata ad hoc per l’evento e frutto della sua collaborazione con Puma), ma ha alzato il tiro fino a far sfilare la contemporaneità in circa due ore in solitaria – no band, no dj, solo lui, le basi e i ballerini – di iper-spettacolo.

Foto: Gaia Menchicchi

Foto: Gaia Menchicchi

Se avete voglia andate a recuperare il breve saggio Iperpolitica di Anton Jager (Nero, 2024) e capirete un po’, oltre alla musica, cosa sta facendo oggi A$AP Rocky. L’iperpolitica è il paradosso per cui oggi tutto è politico ma la politica riesce sempre meno a cambiare le cose: sui social discutiamo continuamente di guerre, identità, clima, razzismo, genere e disuguaglianze, ma allo stesso tempo sono scomparse le strutture collettive capaci di trasformare quelle opinioni in potere. Indignazione social e attivismo online rendono la partecipazione individuale e intermittente, più o meno come il mosh pit, il vecchio pogo della cultura punk hardcore assorbito dalla trap più di dieci anni fa, ovvero i cerchi in cui il pubblico balla in modo fisico, urtandosi, saltando e spingendosi.

Ieri sera il mosh pit è stato uno degli elementi centrali dello show, dietro di me prima dell’inizio gruppi di ragazzini si preparavano avvolgendosi la maglietta bianca – oggetto feticcio per i fan del rapper – sulla faccia come fosse un passamontagna, pronti al richiamo continuo di Rocky a creare dei cerchi da far esplodere insieme ai bassi estremi delle casse, trasformando il concerto in un’esperienza fisica, ginnica, al limite del “palestrato”, in cui il pubblico diventa protagonista. Proprio come per l’iperpolitica, il mosh pit crea per qualche minuto una comunità intensissima ma temporanea, che nasce dal nulla, condivide regole implicite e subito dopo si dissolve.

Foto: Gaia Menchicchi

Foto: Gaia Menchicchi

Spogliati dall’iper-spettacolo rimangono le canzoni del rapper di Harlem, una scaletta serrata in cui i pezzi dell’ultimo album Don’t Be Dumb, dove il suo swag si fa più psichedelico, si alternano alle hit che l’hanno reso famoso, Praise the Lord, Fashion Killa, LSD e Everyday, quasi tutte pop song che chiamano più le luci degli smartphone del pubblico e meno il mosh pit. Ma l’energia rimane, l’Ippodromo si veste da evento da immortalare in migliaia di reel, senza più quell’antica idea di chiederci a fine serata se ci siamo divertiti o meno.

Eppure verso la fine c’è un tentativo di Rocky di trasformare il concerto in un karaoke caciarone sulle note di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana e Jump Around degli House of Pain, quasi a tracciare un ponte tra passato e futuro, rivendicando un’attitudine in continuità con quella dei mostri sacri, lontani nel tempo ma vicini d’algoritmo. Il pubblico – tanti teenager, molti turisti stranieri da festival, parecchi Gen X e Millennials – sembra apprezzare, ma si è fatto tardi, tutti di corsa a prendere la metropolitana, con la fretta di tornare a quel mosh pit furioso e cupo che è il presente quotidiano.