I Black Keys? Vivissimi. La recensione del concerto all’Alcatraz di Milano | Rolling Stone Italia
Peaches ’n Kream Tour

I Black Keys? Vivissimi

Presente la band che si credeva in crisi di idee e di pubblico? Sul palco sono in sei e ieri hanno reso euforico un Alcatraz strapieno, cantante e saltante. Stasera si replica. Meritano ancora

I Black Keys? Vivissimi

Dan Auerbach dal vivo coi Black Keys durante il Peaches ’n Kream World Tour

Foto: Gus Stewart/Redferns

“Oh woah oh oh, I got a love that keeps me waiting”. Questa la cantano tutti, mica solo Dan Auerbach, pure quelli delle prime file col pugno alzato al cielo, quelli che saltano, quelli sulle balconate, quelli lontani dal palco che è come se fossero lì sotto, quelli che hanno visto i Black Keys 15 anni fa e quelli che son venuti solo per curiosità. È l’ultimo bis e dopo quasi due ore di concerto con rarissimi cali di tensione non ci si crede che un paio d’anni fa tirava una brutta aria. Il tour americano era stato cancellato e poi riprogrammato in posti più piccoli, la band aveva rotto col management, dischi memorabili onestamente non ne facevano da un pezzo, la sensazione era che la band avesse fatto il suo tempo. Ieri era all’Alcatraz di Milano Dan Auerbach e Patrick Carney hanno dimostrato che sì, la loro musica è fuori da questo tempo, è volutamente e testardamente estranea alla contemporaneità, eppure è vivissima e i due, anzi i sei sanno scatenare un pandemonio usando materie vecchie come il rock-blues, il garage rock anni ’60, le mezze tamarrate sudiste, la psichedelia, la strana gioia che esce dai lati B di oscuri 45 giri.

I Black Keys non hanno una personalità da venderti, hanno canzoni da farti ascoltare. Sanno come far suonare eccitante una musica vecchia che abbiamo sentito, risentito, strasentito. Una musica, per di più, spesso basata sul concetto di ripetizione quale è il rock-blues. Prendono questa grammatica musicale d’altri tempi e riescono a renderla folgorante con riffoni potenti, assoli che non cadono mai nel dinosaurismo, timbri notevoli da cui si capisce che oltre ad essere musicisti di talento, questi hanno fatto grandi giri nella storia del rock, anche negli anfratti meno battuti.

Onestamente, Auerbach non è un cantante particolarmente espressivo, non hanno in repertorio pezzoni epocali e regna uno strano silenzio tra un pezzo e l’altro, con pause più lunghe del dovuto. Ma quando iniziano a suonare l’Alcatraz straripante è in delirio e si esalta per Gold on the Ceiling, salta per Have Love Will Travel, canta il “da da da” di Howlin’ for You, gioisce per i riff più tamarri ma mai grevi, applaude Little Black Submarines, la parte acustica e la parte elettrica, la loro Stairway to Heaven (ehm). Il tour si chiama Peaches ’n Kream, ma fanno un solo pezzo dal recente Peaches! e nessuno da Delta Kream. La scaletta non è poi tanto diversa da quella degli ultimi concerti, ma la si ascolta in allegria.

Sul fronte del palco, tra Auerbach e Carney c’è l’altro chitarrista Barrie Cadogan/Little Barrie, che merita eccome di stare lì in prima fila, essendo tra gli architetti del sound. Dietro di loro, e quindi anche dietro alla pedana della batteria che è inusuale vedere lì davanti, ci sono Jimbo Mathus degli Squirrel Nut Zippers al Farfisa (con appoggiato un piccolo teschio) e all’armonica a bocca, il bassista Andrew Gabbard col suo cappellino e il percussionista e corista Chris St. Hilaire. Indossano occhiali da sole e sembrano usciti da un documentario su una band sconosciuta ma assolutamente da rivalutare che girava l’America cinquant’anni fa e chissà che fine ha fatto. Alle loro spalle la grande scritta luminosa “Black Keys” e qualche video tipo colori a olio dell’epoca psichedelica, e basta. Niente elicottero, come quello con cui più o meno alla stessa ora entra in scena A$ap Rocky all’Ippodromo, a qualche chilometro dall’Alcatraz. Qua ci sono chitarre collegate agli ampli da cavi lunghissimi, pelli su cui picchiare, strumenti tali e quali a quelli che si suonavano mezzo secolo fa.

È un concerto in cui la gente applaude gli assoli o i momenti musicali euforizzanti, apprezza canzoni dallo sviluppo musicale narrativo come Weight of Love che oggi sono un lusso, non si aspetta discorsi dal cantante sullo stato del mondo. Ci si diverte anche senza l’atmosfera minacciosa o il tormento o persino la disperazione che queste musiche spesso si portano dietro, a partire dal blues. Questi Black Keys mi sembrano piuttosto figli del garage rock anni ’60, e difatti fanno Have Love Will Travel di Richard Berry, quello di Louie Louie. Trasmettono una voglia di divertirsi veramente d’altri tempi, senza nostalgia, solo la passione e quel po’ di candore che c’era ancora all’epoca, prima delle droghe pesanti e dei morti. In più, la precisione del suono impossibile da raggiungere nei ’60. Zero hype, solo musica, groove possenti, una massa sonora che t’impedisce di star fermo, l’adorazione quasi religiosa della dea distorsione.

Peccato non abbiano fatto la cover di I Wanna Be Your Dog degli Stooges che stanno suonando durante il Peaches ’n Kream World Tour e che m’incuriosiva visto che i Black Keys non hanno nulla dello spirito selvaggio di Iggy Pop. In compenso hanno fatto Not Fade Away dei Crickets di Buddy Holly, riletta attraverso 60 anni di musica, con dentro il timbro della chitarra di John Fogerty nei primi Creedence Clearwater Revival, i Rolling Stones, i Grateful Dead e chissà cos’altro. Si replica stasera. Nel caso decidiate di andare, sappiate che iniziano poco dopo le 20:30 e che vi mandano a casa presto, ma soprattutto contenti.

Set list:

Heavy Soul
Fever
Gold on the Ceiling
Have Love Will Travel
Just Couldn’t Tie Me Down
Next Girl
Lo/Hi
Everlasting Light
Howlin’ for You
Wild Child
Man on a Mission
Weight of Love
I Got Mine
Where There’s Smoke, There’s Fire
Tighten Up
Not Fade Away
She’s Long Gone

Little Black Submarines
Lonely Boy