Al Brewpub di San Giovanni in Persiceto, poco fuori da Bologna, la birreria con vista impianto del birrificio sociale Vecchia Orsa, dove avviene la produzione di birra artigianale, ogni venerdì sera, dalle 18:30 alle 21, c’è Fabio, 34 anni, affetto dalla sindrome di Down, che spilla una birra dietro l’altra. Guarda il bicchiere, apre la spina, lascia scendere la birra, controlla la schiuma e lo porge al cliente. Ormai lo conoscono tutti, c’è chi entra e lo saluta e chi sa già che quella sera troverà lui dietro al bancone.
Fabio è ancora in tirocinio formativo, ma solo formalmente. A Vecchia Orsa, infatti, hanno già deciso che alla fine dell’anno sarà assunto. «È molto bravo a spillare» – racconta Enrico Govoni, ex-studente di sociologia, birraio di passione e professione e oggi responsabile del birrificio, «è attentissimo e si concentra molto su tutto quello che fa. Vederlo dietro alle spine, contento e orgoglioso del suo lavoro, è una grande soddisfazione».
Il Brewpub è il posto in cui il lavoro che Vecchia Orsa prova a costruire ogni giorno diventa visibile a chiunque entri dalla porta. Insieme a Fabio ci sono Mimmo (Domenico), Luca e Valerio, uomini di varie età con diverse disabilità, assunti già con un contratto a tempo indeterminato. Alcuni lavorano nella produzione, altri si occupano del confezionamento, della pulizia. «Sono colleghi», precisa Govoni. Vecchia Orsa, infatti, non è un progetto educativo ma un vero e proprio luogo dove la birra artigianale viene prodotta e offerta in diversi locali sparsi per Bologna, fra cui quello nel centro storico e quello, sede estiva, nel Parco del Dopolavoro Ferroviario (DLF), e in diversi pub, ristoranti, beer shop e supermercati. A gestirlo da molti anni è Arca di Noè, una cooperativa sociale bolognese che lavora su fronti diversi, dall’inserimento lavorativo di persone con disabilità e fragilità, all’accoglienza e integrazione per persone richiedenti asilo e rifugiate, a servizi per conto terzi. Nella sede produttiva del birrificio oggi lavorano dodici persone, di cui quattro sono lavoratori con disabilità. I ragazzi, che seguono un tirocinio formativo, imparano a imbottigliare, tappare, etichettare, preparare le scatole e i bancali, a pulire. «Durante l’imbottigliamento si può arrivare a lavorare in sette persone contemporaneamente, uno carica le bottiglie vuote, un altro scarica quelle piene, qualcuno tappa, qualcun altro sistema le bottiglie nelle reti. È un lavoro manuale, ripetitivo, ma di estrema importanza», dice Govoni.
E proprio lì si misura una parte del progetto. «Noi non siamo educatori professionali, siamo birrai e colleghi di lavoro» – ripete – «l’inserimento avviene lavorando fianco a fianco e cercando di capire, per ogni persona, quali sono i punti di forza, perché è proprio su questo che si costruisce l’autonomia. All’inizio serve più affiancamento, poi, lentamente, cambiano le cose, arriva la sicurezza, si imparano nuove strategie, cominciano a gestire da soli alcune fasi. Fino a quando succede che qualcuno finisce il proprio lavoro e viene a chiedere “Ho finito, cosa faccio adesso?”».
Come Vecchia Orsa, esistono diversi birrifici sociali in Italia, che seguono, ognuno con le proprie specificità, la stessa missione: l’inclusione, e la birra diventa semplicemente un veicolo per raccontare un modo diverso di lavorare e di occuparsi concretamente di integrazione sociale. A testimoniare questo grande impegno, e dedizione, l’11 e il 12 settembre a Bologna si è tenuto il Social Beer Festival, festa alla sua quarta edizione dedicata alla birra artigianale a forte impatto sociale che riunisce, all’interno del Parco del Dopolavoro Ferroviario, sei birrifici sociali provenienti da tutta Italia, fra cui Articioc di Bologna, Bàgolo di Verona, Sbam di Bari, Pintalpina di Sondrio e La Piazza di Torino.

Foto cortesia
Durante l’evento, oltre ai fiumi di birra, diversi incontri, momenti di intrattenimento come il Social Beer Award, un grande quiz interattivo, e tanto cibo con piadine e tigelle realizzati da Vecchia Orsa con gli scarti delle trebbie, il malto macinato derivante dalla filtrazione del mosto di birra, che fanno tra l’altro parte del menu food del Brewpub, e la presentazione del libro Dalla fermentazione all’inclusione. Viaggio nei birrifici sociali italiani di Michele Biancati, pubblicato da Altreconomia, che include anche le esperienze di alcuni birrifici sociali presenti.
«Il festival nasce da un desiderio che la cooperativa Arca di Noè ha sempre coltivato, ovvero creare un percorso di incontri aperti al pubblico sui temi dell’inclusione, affrontati a 360 gradi. Ci sono tantissimi festival dedicati alla birra artigianale, noi volevamo creare un’occasione in cui si potesse bere una buona birra e, allo stesso tempo, conoscere chi l’ha prodotta e soprattutto il modo in cui viene prodotta. I birrifici che partecipano hanno progetti diversi, persone con disabilità diverse e organizzazioni differenti, ma tutti condividono l’idea di utilizzare la birra come strumento di inclusione. È bello ritrovarsi una volta all’anno, confrontarsi, raccontarsi le difficoltà e anche ridere delle avventure che succedono quotidianamente nei nostri birrifici».
Durante l’evento, ovviamente, dietro e fuori al bancone, ci saranno anche Fabio «che probabilmente, a un certo punto, lascerà la spina e andrà verso la musica», Mimmo, Luca, imbattibile a briscola a due, e Valerio, insieme ai colleghi del team Vecchia Orsa. «Per noi è importante che il pubblico non conosca soltanto il birraio, ma anche chi imbottiglia, chi etichetta, chi lavora dietro le quinte. Al festival ci sono tutti, è questo che rende il messaggio più concreto». Grazie anche al supporto dei ragazzi disabili, il Birrificio Vecchia Orsa negli anni è cresciuto molto, da una produzione di circa 200 litri al mese oggi sono arrivati a circa 10mila, e circa 100mila bottiglie da 33 centilitri all’anno. La gamma è ampia e attraversa diverse tradizioni brassicole, le ispirazioni belghe di Blanche, Saison, Belgian Ale e Tripel, quelle americane di Session Ipa, Ipa, Black Ipa e Blonde Ale luppolata, quelle anglosassoni di Imperial Stout e Golden Ale biologica. «È stato un percorso lungo, durante il quale abbiamo cercato di mantenere una forte componente manuale anche quando avremmo potuto automatizzare alcune lavorazioni. L’imbottigliamento manuale, per esempio, potrebbe essere fatto con macchinari più automatizzati, ma abbiamo scelto di mantenere un’organizzazione che permettesse alle persone di partecipare. E oggi siamo arrivati a fare anche 5mila bottiglie in una mattinata, dimostrando che si può lavorare in modo inclusivo mantenendo anche ritmi produttivi interessanti».
Da circa tre anni, si è raggiunto anche un discreto equilibrio economico, dove birrificio e pub sono diventati sostenibili, con un leggero risultato positivo. La cooperativa alle spalle è fondamentale, perché permette di mettere insieme attività diverse e trovare un equilibrio complessivo. «È un luogo di lavoro come tutti gli altri. Durante la giornata ci raccontiamo le nostre vite, scherziamo, lavoriamo insieme, e nel tempo succede anche che siano loro a insegnarci qualcosa. Come ogni impresa che si rispetti, anche noi cerchiamo di non cristallizzare i ruoli, se una persona è diventata molto brava a tappare, proviamo ad affidarle un’altra mansione. È importante che tutti sappiano fare più cose, anche perché se qualcuno si ammala il lavoro deve comunque andare avanti».
Se oggi il festival coinvolge birrifici sociali gestiti da cooperative, in futuro l’intenzione è quella di allargare il concetto anche a realtà con forme giuridiche diverse, ovvero società che abbiano comunque un forte impegno nel sociale. «Non vogliamo fare semplicemente un altro festival della birra, vogliamo che chi viene a bere una birra esca sapendo che quella birra può raccontare anche un modo diverso di lavorare, di includere e di stare insieme».










