Quando Haruomi Hosono pubblica il suo primo album, nel ruolo di bassista della band psichedelica Apryl Fool, è il 1969. Ora, a quasi sessant’anni di distanza e alle porte degli 80 anni (arriveranno la prossima estate), l’artista giapponese può anche abbandonare l’umiltà della sua cultura e ammettere di non avere paragoni nel mondo della musica: ha fatto parte di oltre una decina di progetti collaborativi, dalla band che ha cambiato la storia della musica nipponica, gli Yellow Magic Orchestra, ai più recenti Sketch Show, pubblicato una ventina di album solisti, sette colonne sonore, partecipando a compilation e live album. Sempre e comunque cercando di innovare, di rendere la musica un linguaggio proprio, libero, unico, sia nel tentativo di scrivere il futuro, sia in quello di rileggere il passato. Perché, come ci racconta, nonostante sia conosciuto dai più come pioniere della musica digitale (tra computer e sintetizzatori), anche le cover hanno un potere enorme: quello di tramandare un pezzo di storia.
Se non bastasse la strepitosa discografia della YMO, a sancire il suo ruolo di maestro (ma non chiamatelo così, non gli piace per nulla, ovviamente), ripescatevi i suoi dischi che hanno fatto la storia. Philharmony, trascinato da Sport Men e in cui troviamo un’assurda cover di Funiculì funiculà; Tropical Dandy, in cui riscrive la storia dell’exotica; Video Game Music, la collaborazione con la Namco, celebre casa di produzione di videogiochi arcade; Muji Original BGM e Watering A Flower, che diffondono il concetto di background music, di musica d’ambiente alla giapponese, grazie alla collaborazione con il brand Muji. E perché no i più recenti lavori firmati Sketch Show, il progetto con Yukihiro Takahashi che ha visto anche la collaborazione con l’amico e compagno Ryuichi Sakamoto e Cornelius, altro nome storico della scena alternativa (e innovativa giapponese). Una lista pressoché infinita a cui non possiamo aggiungere, almeno come segnalazione, l’esordio del 1973 Hosono House (una pietra miliare amata e citata da molti, Harry Styles compreso) e l’album strumentale Pacific con Shigeru Suzuki and Tatsuro Yamashita.
Arriverà questo venerdì Yours Sincerely, la sua ultima fatica solista dopo sette anni in cui non è mai stato davvero fermo tra concerti, tour, soundtrack, joint album. Un album che nasce da un pensiero lungo qualche anno, dalla pandemia, dopo la quale Hosono racconta di aver «percepito che un diverso modo di vivere stava emergendo dal senso di impotenza e isolamento. Era come se istinti profondamente sopiti – la compassione e la misericordia materna, sentimenti che raramente mettiamo in pratica nella vita quotidiana – avessero cominciato a risvegliarsi». Torna così a comporre e arrangiare e in pochi mesi l’album è pronto. È il numero 23 della sua carriera solista. Fa sorridere pensare questo numero legato a un artista che si definisce, per sua stessa ammissione, «di carattere pigro».
È questo che ci ha detto nella nostra intervista sull’asse Milano-Tokyo, l’unica concessa in Italia. Un tu per tu (e un altro tu nel ruolo di interprete) con uno dei più grandi artisti che il Giappone abbia mai avuto.
Yours Sincerely è il tuo ventitreesimo disco. Ma parliamo solo della carriera solista in questo caso. A quasi 80 anni e con quasi 60 anni di carriera, qual è la curiosità o lo stimolo che ti porta a comporre nuova musica?
Detta semplice: continuo a fare musica perché non ho altro da fare (ride). Con questo disco è andata così: avevo voglia di fare altra musica, ci pensavo già da qualche anno, e alla fine sono tornato in studio a lavorarci. Mi pare intorno a marzo di quest’anno. Era da parecchio che non mettevo mano a nuovo materiale. È stato un processo divertente, mi ci sono immerso dentro. Provo curiosità per ciò che potrei creare e per ciò che ho creato. Come se avessi due mondi dentro me.
Allora ti chiedo subito una curiosità: a quale disco della tua storia ti senti particolarmente legato? E perché?
Se penso al passato, direi S-F-X (il primo dopo lo scioglimento della Yellow Magic Orchestra nel 1984). Più recente, invece, Heavenly Music (2013, ndr). Sono due dischi che mi piace ascoltare e in cui trovo canzoni che mi danno gioia. Ma sinceramente non saprei dirti il motivo preciso: è solo il piacere di ascoltarli.
Preferisci ascoltare musica o farla?
Ascoltarla.
Penso si riesca a percepire dalla quantità di generi che hai toccato, sfiorato, padroneggiato, ma anche creato e diffuso, nella tua carriera. Anche in questo disco ci sono molti generi diversi, ed è stato così per tutta la tua carriera. Cosa ti incuriosisce della musica?
La musica che mi piace ascoltare è quella allo stesso tempo familiare, ma strana, un po’ bizzarra. Negli anni ’50 e ’60 ce n’era molta di quel tipo: musica che senti profondamente vicina e allo stesso tempo ti fa dire: ma questa cosa cos’è? Ha a che fare con il modo in cui funziona il cervello, che riconosce qualcosa di familiare ma al contempo viene stimolato dalle parti che non gli sono familiari. Con la musica succede lo stesso, e a me piace farla così.
Hai contribuito a formare o a rendere popolari molti generi: l’exotica, l’ambient, il Kankyō Ongaku, lo Shibuya-kei, la videogame music. Eri consapevole di questo ruolo da pioniere e divulgatore attivo di così tante forme sonore?
Non ho mai saputo, e non mi sono mai chiesto, cosa pensassero gli altri della musica che scrivevo. Fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno se fosse musica buona o cattiva. Adesso comincio a rendermene conto, ed è stato illuminante sentirmi dire da altri che esistono modi diversi di ascoltare la musica. Ma sento anche che non è del tutto un bene: finché non l’ho scoperto, ho lavorato in piena libertà.
Non mi sembra però sia mai questa una questione di ego, ad esempio. Hai sempre lavorato con tante persone – tra band, progetti paralleli e collettivi – e spesso con nomi pensati ad hoc, in cui il tuo non appariva in copertina. Sembra che tu non sia legato al tuo ego nella musica. È così?
All’epoca, mentre lavoravo, all’ego non ci pensavo più di tanto. Guardando ora indietro, quello che ho costruito in passato è diventato la forza che mi tiene ancora qui a fare musica. E quindi oggi mi ritrovo a dire, in modo un po’ sarcastico, che un musicista come me, che ha fatto tutte queste cose diverse, non c’è. Lo dico apertamente, ma con ironia.
Tra le tante persone con cui hai lavorato, da chi hai imparato di più?
Non c’è una persona in particolare. Ho suonato il basso in moltissimi progetti e ho ricevuto influenze musicali da tante persone diverse. Quello che posso dire è che le persone con cui ho lavorato sono tutte molto dotate e hanno molto da dare.
E ribaltando la domanda, ti senti un maestro adesso? Senti di aver insegnato qualcosa alle generazioni venute dopo di te?
Comincio ad accorgermi che c’è gente che mi chiama così, ma io non voglio essere chiamato maestro. Preferisco non essere definito in una forma precisa. Voglio essere libero, ed essere semplicemente me stesso.
Dai maestri alle madri. In Note of Mothership, brano d’apertura del disco, si ripete la frase “we are mothers”. Cosa significa per te madre?
L’essere umano ha sempre portato un grande rispetto a tutto ciò che dà alla luce qualcosa. In questo mondo non ci sarebbe niente di tutto questo se non ci fossero le donne. E forse la nostra intera galassia si regge su una regola fondamentale che ha radice nella maternità. È a quella forza, la forza di dare vita a qualcosa, che ho voluto rendere grazie lavorando a questo disco.
Oltre ai generi, hai anche spesso giocato con le lingue. Qui ce ne sono molte, tra cui l’italiano in Figlio perduto.
Figlio perduto è un brano su cui hanno lavorato in molti prima di me. Nasce come musica sinfonica, ma in alcune versioni rifatte le persone cantano sopra la sinfonia: anche io ho seguito quella strada. E ho notato che a cantarlo sono quasi sempre voci femminili. Una via che ho scelto anch’io.
Hai spesso lavorato su musica che esisteva già, come in questo caso. Perché tornare su qualcosa che è già accaduto? Che rapporto hai con la musica del passato?
Ho la sensazione che l’essenza della musica debba essere trasmessa alle generazioni successive. Volgendomi al passato ho deciso di essere uno che tramanda la storia. Un passato così grande non lo si può perdere.
Parlando di rapporto con il passato, oggi in Occidente c’è una rinnovata attenzione per la musica giapponese degli anni ’70 e ’80 che all’epoca non era stata pubblicata in Europa e negli Stati Uniti. Ci sono anche tante etichette che lavorano in questa direzione. Ti sei dato un motivo di questa tendenza?
Fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno che stesse succedendo. Ho sempre lavorato pensando che i miei ascoltatori fossero soprattutto giapponesi. Magari gli ascoltatori che sono anche musicisti, no, ma in generale non ho mai davvero pensato che la gente ascoltasse la mia musica. E non ho mai cercato di fare musica da classifica, quindi non ci ragionavo proprio in quei termini. Però quella musica giapponese, quella che da noi si chiama new music, in Giappone è stata amata da moltissime persone. Sono stati incisi dischi bellissimi e adesso, con internet, sono diventati accessibili a chiunque. Probabilmente è per questo che oggi arrivano a tanti.
Però con gli Yellow Magic Orchestra il successo è stato enorme, anche fuori dal Giappone. Che ricordo hai di quel periodo?
Ti racconto un episodio che mi è rimasto impresso, successo a un nostro concerto dell’epoca a Roma. Penso fosse il primo di sempre in Italia. Nelle prime file c’era della gente che discuteva tra loro. Sembravano tutti filosofi. Durante il concerto, dibattevano. Mi ha fatto sentire una cosa estranea, uno straniero. Ed è quello che eravamo: più che essere accettati e acclamati eravamo un corpo estraneo. Degli alieni, direi. Lì ho pensato che ci sarebbe voluto molto più tempo per essere capiti musicalmente.
Mio padre era un dj. Mi raccontava che suonavi alcuni dei vostri dischi – credo si riferisse a Firecracker e Rydeen – nei locali di provincia qui nel nord Italia. E la gente li ballava. Non eravate poi così sconosciuti…
Mi sembra incredibile, non posso fare altro che ringraziarlo.
L’Italia ha un legame fortissimo con Ryūichi Sakamoto. Ti posso chiedere di condividerci un ricordo?
Io e Yukihiro eravamo i due membri del gruppo senza una formazione musicale. Ryūichi invece era l’unico ad aver fatto l’università, ad avere studiato teoria e ad avere un’educazione pianistica vera. Era quindi il membro più affidabile, quello su cui contavamo. Come carattere, certo, a volte ci sono stati degli scontri, ma anche quello era un elemento che rendeva le cose stimolanti per tutti noi.
La tua figura è molto legata all’utilizzo di computer e sintetizzatori, di cui sei stato un pioniere. Nella tua carriera però hai alternato strumenti digitali e suoni futuristici a sonorità più folk e strumentali. Che rapporto hai oggi con l’analogico e il digitale?
Siccome lavoro molto da solo sulla mia musica, usare apparecchi elettronici è inevitabile, e anche con questo disco l’approccio è stato lo stesso. Però sto arrivando a un limite: mi verrebbe voglia di fare tutto con strumenti veri, senza niente di elettronico. O cambiare tutta l’attrezzatura che ho in studio. Ma ho un carattere un po’ pigro, quindi probabilmente lascerò le cose come stanno.















