‘Oasis: Don’t Look Back in Anger’ raccontato da Valerio Lundini | Rolling Stone Italia
See you in Rome

‘Oasis: Don’t Look Back in Anger’ raccontato da Valerio Lundini

Un fan, anzi un mitomane (come si definisce lui) a Venezia tra signore siliconate e tizi in abiti eleganti. I momenti di vera emozione, le chicche per gli appassionati, l’incontro coi Gallagher e una certezza: non è solo musica

‘Oasis: Don’t Look Back in Anger’ raccontato da Valerio Lundini

Oasis

Foto: Harriet T K Bols

Ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia, l’altro ieri ero lì. Non c’ero mai stato prima. Durante il pomeriggio camminavo per il Lido, faceva molto caldo e non avevo niente da fare. Durante la giornata più volte sono incappato in conoscenti, addetti ai lavori, produttori, giornalisti, colleghi, attori e registi. Tutti mi chiedevano «Insomma, che ci fai qui? Presenti qualcosa?». Loro avevano abiti eleganti perché erano lì per lavoro, io no. Così anziché dire la verità ossia «Sono venuto unicamente per vedere un film che tra cinque giorni potrò vedere in una sala vicino casa, ma che qui posso vedere sapendo che nella stessa sala ci sono i fratelli Gallagher», ho detto varie bugie tipo che in generale ero lì per lavoro, che “stavamo” facendo degli incontri, che sto collaborando con una produzione, che devo scrivere un articolo per Rolling Stone, che devo fare delle “collabo” con dei marchi di moda molto importanti e tutte queste cose qua.

E così, in attesa della proiezione serale del documentario sugli Oasis, camminavo per il Lido fingendomi comunque impegnato in altre cose. Se stavo al telefono con mia madre, ci tenevo comunque a dare l’idea di essere un professionista e così ogni tanto pronunciavo, con tono di voce un po’ più alto, frasi come «Beh, vediamo cosa dicono gli ESERCENTI», o «Guarda, prima con NANNI stavamo anche valutando seriamente la cosa, ma lo sai meglio di me!» o anche «Non so, forse raggiungo gli altri al party de La città dei vivi, se non sono troppo stanco». Mi stavo confondendo bene nella fauna dei professionisti, ma in realtà ero lì per gli Oasis, un mitomane puro, non migliore di tutti quei matti che s’appostano lì per vedere dal vivo i vari Matt Dillon, Stefania Orlando, Gerard Depardieu e quello di Tano da morire.

Arriviamo al sodo. Don’t Look Back in Anger è il nuovo film di Dylan Southern e Will Lovelace. Fa parte della grande tradizione dei film i cui titoli vengono mutuati da celebri canzoni, come ad esempio Yesterday, Titanic, Mamma Mia e Notte prima degli esami 2. I protagonisti del film sono Noel Gallagher (l’abbiamo già visto in Supersonic, documentario sugli Oasis, nel ruolo di sé stesso) e Liam Gallagher (che abbiamo avuto modo di vedere nel docufilm Liam Gallagher, anche lui nel ruolo di sé medesimo). Loro due, assieme ai due registi, erano nella sala con tutto il pubblico. Per fortuna il pubblico era solo parzialmente fatto da fan della band e questo ha consentito una sorta di decoro durante la proiezione. C’erano anche delle signore col silicone, dei tizi pettinati strani e con la camicia molto aperta (ho notato che è una cosa che molti uomini fanno durante gli eventi mondani).

Don’t Look Back in Anger è un film che ti emoziona se sei un fan degli Oasis, e forse anche se non lo sei. Ma se io non fossi un fan, forse non me ne sarebbe importato nulla, sono sincero. Capisco benissimo come funzionano le emozioni e so che al termine della pellicola molti potrebbero piangere addirittura. Pare che Noel stesso abbia pianto alla fine del film, ma secondo me si stava semplicemente asciugando la faccia per il caldo. Il film ha il grande pregio di mostrare qualcosa che neanche il fan più hardcore ha forse mai visto, ossia una sessione di prove degli Oasis. Noel che sistema i finali, concorda le parti di basso e della seconda chitarra, insomma, quel lavoro che si fa in saletta ma che non gli abbiamo mai visto fare.

Purtroppo questa parte tecnica dura pochissimo, così come la parte in cui i due fratelli si incontrano dopo secoli. Il film intero è un insieme di canzoni bellissime tratte dalla scaletta del tour, con buona dose delle prime date di Cardiff dello scorso anno (se siete lettori di Rolling Stone, c’è un mio articolo proprio su questa prima data, chiedo alla regia di mettere un link, magari qui sotto la scritta “qui”). Inoltre il film aiuta a raccontare la band anche dal punto di vista dei fan di tutto il mondo, la madre col figlio autistico non verbale che però ascolta sempre Talk Tonight, la giapponese (?) che fa pesca subacquea, dei brasiliani che hanno cambiato il testo di Wonderwall per farne un coro da stadio e altre storie che sinceramente non ho memorizzato.

Non scrivo una recensione di film da 20 anni, da quando avevo un blog anonimo che poi ho cancellato perché ricevevo minacce di morte. E sì, in effetti non sono così bravo a farle, ma diciamo pure che questo è un film, ma un documentario. Se dovete passare due ore a vedere qualcosa di bello vedetelo se amate la band, se non l’amate o non la conoscete bene, forse potete pure puntare su altro. Scaricatevi, chessò, Fido di Andrew Currie (pellicola canadese dei primi 2000 che si svolge in un’America ucronica degli anni ’50 dove gli zombie sono stati debellati e resi mansueti da un meccanismo che li rende assistenti domestici), oppure cercate su RaiPlay Tutti a casa con Alberto Sordi, sul dopoguerra, molto molto bello. Perché invece potrebbe piacerti Don’t Look Back in Anger?

Perché guardandolo ho purtroppo capito una cosa che non so quanto mi faccia piacere: ossia che gran parte della passione per gli Oasis non è solo dettata dalla loro musica, ma da loro due come esseri umani. C’è un punto del film in cui entrambi fanno i conti col loro passato, parlano di perdono, realizzano che il mondo ha tanti difetti e che quindi è sbagliato compromettere un’amicizia e una band e l’amore dei fan per delle cazzate, ed è giusto che si usi il tempo che ci rimane per star bene. Ottimo! In più Liam realizza che non ha senso vivere per fare lo stronzo, ma che se proprio devi essere uno stronzo, è meglio essere uno stronzo che fa ridere.
Se fossi una persona che si fa i tatuaggi, questa frase forse sarebbe finita sotto qualche avambraccio (magari quello che uso meno).

Momenti migliori: la parte in cui si parla dell’importanza del primo chitarrista Bonehead come parte fondamentale del sound anni ’90 degli Oasis, le prove di cui già ho fatto menzione, il momento in cui Liam realizza che mantenersi fermi e statici sul palco durante i concerti è stata una scelta geniale che gli assicura la possibilità di rimanere uguali a sé stessi anche quando saranno vecchi, non come Mick Jagger che a 80 anni ancora deve fare il kung fu sul palco perché sennò non è più lui. Il film uscirà tra pochissimo nelle sale, ho visto che i biglietti non costano pochissimo, vedetevelo con tanti amici e cantate le canzoni (io non potevo farlo perché c’era uno accanto a me che dormiva).

Scusate se ho scritto un po’ male la recensione, ma ero in ritardo con la consegna e la sto scrivendo su un aeroplano che ho preso da Venezia. Pochi minuti fa ho incontrato sia Liam che Noel che andavano a Londra, mi sono fatto autografare un bootleg del ’94 e ho detto a Liam «See you in Rome» e lui m’ha detto «Of course mate» (o almeno credo abbia detto una cosa del genere, complimenti a chi ha fatto i sottotitoli del film).