La chiamavano pausa pranzo, Franchino Er Criminale in tv | Rolling Stone Italia
sempre a magna'

Franchino (Er Criminale), liberaci dai game show di cucina

Dopo aver "rotto" il food porn, Alessandro Bologna torna alla carica per sconfessare (indirettamente) il racconto del cibo in tv, che troppo spesso si perde nella gara. Ecco a voi 'La chiamavano pausa pranzo'

Franchino Er Criminale

Foto cortesia

Il punto di Franchino Er Criminale, l’atto politico di Alessandro Bologna nei confronti del cibo e della sua narrazione, è sempre stato lo stesso. Era il 2022, e il creator troppo vero per essere finto sbucava dal mondo della boxe per prendersi la scena. Di Internet: YouTube, social media. E ora, quite literally, anche dei grandi schermi delle nostre case; dato che oggi esce la seconda puntata del suo primo show televisivo, La chiamavano pausa pranzo, prodotto da Stand By Me per Warner Bros. Discovery e in onda su DMAX (ogni giovedì sera, alle 21:25, fino a esaurimento puntate). Il punto, dicevo, è sempre stato uno, ed è chiaro fin dal principio di questa nuova avventura: abbassare il volume del brusio attorno al mangiare, riportarlo a un livello accettabile. Perché di proclami, tecnicismi e autorità auto-proclamate son piene le RAM. Franchino, aka Bologna, è sempre stato solo un tizio che parlava di cibo piuttosto umile. E che ora convince altri suoi pari a fare lo stesso.

L’intuizione alla base de La chiamavano pausa pranzo sta tutta lì: amplificare la componente di realismo del game show-reality a cui l’ospitalità ci ha abituato dai tempi di Cortesie per gli ospiti, e che si è via via codificata nel quattroristorantismo: che vede quattro contendenti sfidarsi secondo i colpi del loro mestiere quotidiano (albergatori, cuochi, ristoratori, …), giudicati infine da un talent competente super partes. Ribaltando però il risultato: perché, se appunto nell’ormai nazionalpopolare 4 Ristoranti (condotto da Alessandro Borghese), come anche nel fratello minore 4 Hotel (condotto da Bruno Barbieri) l’attenzione rimane alta per seguire la gara, e parteggiare per questo o quel contendente, La chiamavano pausa pranzo gioca un’altra carta. Facendoci stare lì non tanto (Alessandro mi perdonerà!) per Franchino; ma per i veri talent del programma: i lavoratori, chiunque essi siano, che invitano Bologna a pranzo nel loro posto preferito. Obbligandolo a ordinare il loro piatto preferito. E a vestire, per quell’ora di break o giù di lì, i loro stessi panni.

Franchino Er Criminale

Foto cortesia

Ci troviamo catapultati in una sorta di incubo lucido: temere le dittature alimentari degli altri, esperti o meno, che ti tartassano per andare proprio in quel posto, e poi ordinare proprio quella cosa; torturando a seguire con sessioni di commento apparentemente infinite, richiamando nel resto del tempo assieme la bontà della pietanza; obbligando il malcapitato a fingere di più o di meno, a seconda dell’effettiva perizia critica di chi ha deciso di assoggettarlo… be’, temiamo che sia un’esperienza comune. Tendenzialmente, poco piacevole. Al massimo, sostenuta con un sorriso di circostanza in nome di maggiori amicizie o interessi. Franchino, di nuovo, ha scelto di assumersi tutto lo sbattimento al posto nostro. La definivamo mossa cristologica, la sua, nella decisione di battere a tappeto tutti i panifici e paninari di Roma, quartiere per quartiere, segnalando quali, al suo assaggio, meritassero il soldo della gente comune. Suona figo finché non diviene un supplizio. Ecco: ci sentiamo di rinnovare il giudizio sul suo operato. Levaci i mali del mondo, Franchi’, ma soprattutto levaci di torno quelli che ci vogliono portare a mangiare di qui e di là.

Insomma, ecco che, dopo aver smascherato il gioco dei foodpornari e degli influgnenter di quella risma, Franchino Er Criminale torna a provocarci straniamento su chi siamo, veramente, a tavola; ché davanti al cibo, al modo di una grosse bouffe, tutti son nudi. Le regole, in questa pausa pranzo collettiva, sono semplici: tre persone (per ora, de Roma e dintorni) invitano il nostro a pranzo in una qualunque giornata lavorativa. Prenderanno a testa una porzione del piatto “tipico” della pausa pranzo di quel lavoratore. In più, Franchino ordinerà una porzione, da dividere in 2, di un altro piatto a sua scelta. Le categorie di giudizio, espresso in decimi: Grinta del posto (veracità), Fame vs conto (good value for money), Botta di gusto (effettiva bontà del cibo). Infine, extra classifica, il Voto Criminale sul piatto extra, che potrà… diciamolo con parole di altri: confermare o ribaltare il risultato.

Complice il numero inferiore di uno rispetto agli ormai canonici 4 ospiti dei programmi “a sfida”, La chiamavano pausa pranzo corre veloce, raccogliendo per strada il meglio di un programma sul cibo (che è sempre e solo il cibo in sé, buono o cattivo che sia, tanto attraverso la TV mica lo mordiamo) e di un reality a tutto tondo – e qui si parla, ovviamente, delle persone. O almeno, questo è quello che ci ha promesso la prima puntata, settimana scorsa. Dove la seconda concorrente, la magazziniera Federica, ha adottato una modalità di conversazione al limite del flirt (o forse oltre, Franchi’?), e l’elettricista Giuseppe ci ha fatto capire che cosa voglia dire, effettivamente, essere un uomo desiderato. Per non parlare delle effettive scoperte gastronomiche: il Risto-bar Cartagine (selezionato da Gianluigi), Il Marchese del Grill (!!!) e un chioso delikatessen con un’insegna un po’ troppo simile sia a quella della famosa catena La Prosciutteria, che a quella della Salsamenteria di Parma.

Franchino Er Criminale

Foto cortesia

Poco male: la leggenda è assicurata. Nella chiamata di congratulazioni (ma pure di domande) che faccio con Alessandro Bologna, affondo sulla questione: «Be’, in effetti i video di Franchino del giro lo chiamano, nei posti. Mi è capitato che siano proprio i membri della community a mandarmi le foto delle file fuori dai posti che ho recensito. Si chiedono a vicenda se siano lì per Franchino, si ritrovano». Però, sottolinea, funziona solo se la parola di Franchino vale veramente. Se, cioè, la sua eventuale approvazione potrà porsi a garanzia di una qualità continuativa nel tempo. Come ci si arriva?

«Con un po’ di fortuna, e perseverando in quello che si fa, credendoci. Chiaramente, anche capendo bene a monte che cosa fare. Che tono avere, chi essere. All’inizio-inizio, magari, ti dico che copiavo qualcun altro… e ovviamente non andava bene». Vale, in traduzione, anche per La chiamavano pausa pranzo. Che grazie all’ottimo lavoro autoriale (guidato da Anna Agata Evangelisti e Olimpia Sales), sottolinea Bologna, ha una sua (bella) voce distintiva, e capisce bene quello che vuol fare: mettere lo spirito del gioco prima di tutto. E «parlare di cose alla portata di tutti, che è esattamente quello che faccio tutti i giorni sul web. Non stiamo puramente giudicando il piatto, è qualcosa di diverso».

Nell’equazione vincente entra naturalmente anche la mitologia stessa, tutta italiana o quasi, della pausa pranzo: prenotazioni alle 9 del mattino per i gruppi dell’ufficio, e oggi insalata o panino, andare presto per saltar la fila, i secret spot dove spendi poco e mangi tanto ma non così enormemente da piombare addormentati sulla scrivania, il sacro momento di piacere che riafferma l’io individuale all’interno della macchina organizzata del lavoro (ma che, stranamente, ne riafferma lo stesso consumismo capitalista, partecipe della medesima economia). Chi ha fatto voto di schischetta, ovviamente, non potrà capire.

Per Bologna invece questa costruzione era già prefigurata, in un modo. Due vite o più fa, Franchino era solo Alessandro, e a 23, 24 anni era socio di un’enoteca con cucina a Laurentina, un posto di quartiere. «Insospettabile, erano i miei primi passi imprenditoriali. Ma avevamo già circa 1000 referenze, che è un’enormità, pensa al tempo chi c’era, credo Trimani a via Giotto, Bernabei…». Poi, il trasferimento in Svezia e la vendita delle quote ai soci. Il posto funziona molto bene, per una decina d’anni. Ora è chiuso, perché gli amici si sono spostati a produrre vino naturale in campagna. Bologna, in un senso, si è interpretato uscito da quel mondo, ma ancora ben addentro con il cuore. Perciò, quando arrivò il momento di YouTube, capì che avrebbe dovuto affrontare il mangiare non dall’addentro, ma dal di fuori. Con l’esperienza e le parole di un consumatore qualunque, non specializzato. «Molti si mettono su un piedistallo di competenze superiore a quello dell’utente e spiegano che cosa sì e che cosa no. Franchino invece cerca di scoprire insieme all’utente se il cibo sia buono o meno, naturalmente anche a seconda dei suoi gusti personali. Secondo me, in generale, il racconto del cibo si sta prendendo troppo sull’altisonante. Che non vuol dire non prendere le cose sul serio, si può essere seri a ogni livello. Ma mi sembra che ci sia una certa stanchezza verso la difficoltà di un racconto, la laboriosità. Non parlo delle ricette ovviamente, ma del loro racconto».

Il messaggio è forte e chiaro, in queste pause pranzo chiamate tali. Che, con la spontaneità di un pasto tanto rituale da non definirsi neppure più un programma (ma anche il contrario; fate voi), paiono davvero riportarci con i piedi su una terra meno accidentata. A parlare di panini, di pizza a tranci, di tagliate di manzo per quello che sono (anche se il kebab all’amatriciana del Marchese del Grill, invece, non abbiamo ancora capito che cosa vorrebbe bene essere). Lasciandoci il ricordo di quello che vale davvero, dietro tutto ‘sta storia del cibo: le facce delle persone.

«È stata quasi sempre buona la prima», chiosa Bologna a conferma di tutto. E con questo, ci prepariamo anche noi per la nuova puntata del game show gastronomico che, forse, ha rotto tutti i game show gastronomici.