Se scrollate in maniera seriale non potete non averla notata. Capelli rosa shock, sorriso largo, look a metà tra Black Swan e Anora. All’estero tutti parlano di lei e credo che presto succederà anche qui (date il tempo al matrimonio dei “Me contro Te” di perdere appeal). Lei è Adéla Jergová, artista e conferma vivente che i proverbi esistono per un motivo. Il suo è “si chiude una porta e si apre un portone”. Perché Adéla voleva diventare parte della girlband del momento, e invece è lei, da sola, a essere diventata the moment.
Nata a Bratislava nel 2003, Adéla è stata una delle concorrenti di Dream Academy, il progetto HYBE e Geffen che avrebbe portato alla formazione delle Katseye e che sarebbe poi stato raccontato anche nella docuserie Netflix Pop Star Academy. Ma già vedendo il programma si capiva che she was too cool for that. Carisma, maturità, frasi diventate viralissime (quando viene eliminata dice alle altre «nessuno di voi ha davvero bisogno di questo». Sbam).
E appena le luci del programma si sono spente, Adéla si è fatta trovare pronta. Si è tinta i capelli di rosa acceso («perché nel programma non me lo lasciavano fare») e si è messa a lavorare. Il suo è un pop che omaggia gli anni 2000 ma che soprattutto racconta la sua storia con ironia, lucidità sull’industria e un’idea precisa di chi vuole essere. Ne è un esempio il suo primo disco, Prima, uscito lo scorso venerdì. Un disco che racconta la storia di una bambina che faceva la ballerina classica e che nel tempo libero guardava Disney Channel. La storia di una bambina che si sta preparando da una vita.

Adéla. Foto: press via UMI
Come scrivevano i colleghi americani qualche mese fa, «gli occhi le brillano quando parla delle altre popstar. È evidente che le ha studiate a fondo e che hanno ispirato la sua produzione artistica». Tra le sue muse Charli XCX, Madonna, Ariana Grande. Ma pure Nicole Kidman, a cui ha dedicato il suo ultimo singolo che si chiama proprio come l’attrice. Il video è ricco di riferimenti ad alcuni dei film più amati di Nicole: Eyes Wide Shut, Moulin Rouge, Birth, Babygirl e l’iconico spot pubblicitario per AMC.
Ma la sua storia, dicevamo, è una storia di fatica. Da giovanissima voleva lasciare il suo Paese per andare negli Stati Uniti per provarci davvero. I genitori però avevano altri piani. L’hanno fatta studiare balletto e mandata in giro per l’Europa a perfezionarsi. Tutù e scarpette sempre in valigia. Una grande involontaria università dello spettacolo. I teatri le hanno insegnato la disciplina, Madonna e Charli XCX la voglia di spaccare.
Ma Adéla sta soprattutto facendo la cosa più importante che puoi fare oggi, epoca di immedesimazione. Racconta una storia reale, o che perlomeno lo sembra. Quella di una ragazza che viene da un Paese non esattamente noto per la musica pop, che se ne va, che ce la fa. Una ragazza che entra in un sistema enorme, ne esce perdente ma alla fine si prende la sua rivincita. È già un biopic di Netflix. Titolo: Il glitch del sistema ha i capelli rosa.
Uno dei suoi pezzi migliori si chiama come la polizia segreta dell’Unione Sovietica, KGB, anche se qui è acronimo di K G Bitch. «Fissavo uno schermo televisivo finché non mi sono venuti gli occhi insanguinati/ Solo una ragazzina europea, stava tramando per la mia ascesa/ Diciotto anni, immigrata, una stella nascente/ No, non sto facendo la presuntuosa, ho solo lavorato tutta la vita. Chiamami la KG Bitch». Un pezzo che immaginava avrebbe attirato critiche. «L’obiettivo era quello di raccontare la mia storia e mostrare il mio senso dell’umorismo». Nel video balla col tutù fino a trasformarsi nella KG Bitch:
Adéla funziona perché ha capito la stessa cosa che ha capito Charli con Brat. Là verde, qui rosa, là una storia di party hard e qui di rivincita. Le canzoni che sono solo un pezzetto di una storia che si incastra con immagine, narrazione, sound.
La ballerina dell’Est Europa che sognava l’America ce l’ha fatta. La sua Ain’t in LA sta scalando le classifiche. Nel ritornello canta «It’s all a lie, the baddest bitches ain’t in LA, enjoy the ride, I know that you might wanna escape, It’s all a lie, the baddest bitches ain’t in LA». Un po’ H&M song e un po’ inno per tutte le persone che si sentono nate lontane dal posto giusto. Le baddest bitches, come dice lei, possono aver studiato balletto, possono essere fuggite negli States con una fame incredibile e, soprattutto, possono farcela. Si scrive Adéla ma si legge tigna.











