La lezione immortale di Gloria Steinem| Rolling Stone Italia
il commento

La morte di Gloria Steinem non porterà via la rabbia

Un racconto personale su che cosa abbia significato, per davvero, scoprire il femminismo di Steinem quando tutto remava contro. E una riflessione su quello che possiamo fare oggi, quando il mondo che conosciamo sembra svanire

(DA USA) Gloria Steinem

Gloria Steinem nel 1978

Foto: BETTYE LANE/PHOTO RESEARCHERS HISTORY/GETTY IMAGES

Gloria Steinem è morta la scorsa settimana. E io, una femminista che vive in Iowa — uno stato in cui i miei diritti si stanno erodendo rapidamente — sento di aver perso qualcosa di vitale. Lo abbiamo perso tutte.

Sono cresciuta in una famiglia in cui il femminismo era una parola oscena. Negli anni Ottanta e Novanta, in Texas, i miei genitori istruivano a casa otto figli, leggendoci la Bibbia ogni mattina a colazione e la sera prima di andare a letto. A tutte e cinque noi ragazze fu insegnato a cucinare, pulire, prenderci cura dei bambini e cucire, nel tentativo di tenerci al riparo da quelli che consideravano i mali di un mondo liberale. Le femministe, ci diceva mia madre, guardavano dall’alto in basso donne come lei — madri che rimanevano a casa e dedicavano la vita ai figli.

Non sapevo chi fosse Gloria Steinem finché non arrivai al college. E il college era qualcosa per cui dovetti lottare con le unghie e con i denti. Settimane di litigi su come stessi abbandonando famiglia e fede. I miei genitori mi dissero che avrei potuto all’università solo se avessi partecipato a un campo chiamato Worldview Academy, pensato per insegnare una «visione del mondo biblica». Ci andai, dove mi dissero che le Brontë odiavano gli uomini e che tutti i miei professori sarebbero stati atei. Due cose che si rivelarono completamente false, con mia grande delusione.

Al college, trascorrevo ore in biblioteca a leggere libri come Il mito della bellezza di Naomi Wolf, The Bitch in the House di Cathi Hanauer e copie di Ms. Magazine. Su quelle riviste lessi il saggio di Steinem In Praise of Women’s Bodies — un trattato che unisce il personale e il politico e ci ricorda che i nostri corpi non sono mai il problema: è la cultura a farne un problema. Ma anche il suo classico If Men Could Menstruate, che con ironia capovolge il mondo e mostra quanto sia assolutamente assurda la realtà quotidiana di ogni donna — ieri come oggi. È divertente. È intimo. Basta a radicalizzare anche la più remissiva delle ragazze cresciute in casa. Ma ancora di più, in Patricia Nixon Flying trovai il ritratto di una donna di cui si parlava e che veniva ammirata nella famiglia in cui sono cresciuta. E non veniva derisa e liquidata, come mi era stato assicurato che avrebbero fatto le femministe, ma veniva sondata e compresa, illuminata da una luce gentile e vista, con un’empatia che Nixon stessa non aveva mai accordato a tutti gli americani.

In quei saggi trovai una conoscenza proibita. E lì, come Eva in quel giardino maledetto, trovai ciò di cui avevo bisogno: un linguaggio per una rabbia che mi avrebbe consumata quando avrei saputo dell’aggressione sessuale subita da mia sorella, e una consapevolezza che mi avrebbe aiutata a sopravvivere alla mia, a ventun anni. Trovai una struttura per la sopravvivenza attraverso l’articolazione di ciò che mi era stato fatto e di ciò che mi sarebbe stato fatto. E con essa avrei scritto la mia storia.

Con quella conoscenza illecita, il mondo cominciò ad aprirsi, e io con lui. So perché me la tenevano nascosta: perché quando la ottenni, mi arrabbiai. Molto. Ero arrabbiata per le opportunità che mi erano state sottratte. Per i sogni che mi era stato detto di non avere. E con quella rabbia, diventai femminista. Oggi sono una donna di 43 anni, single, che possiede una casa di proprietà. Ho beneficiato del divorzio consensuale e del diritto ad accendere un mutuo senza un co-firmatario maschile e ad avere una mia linea di credito. Ho una spirale. Tengo in casa la pillola del giorno dopo e la distribuisco ai festival, ne tengo sempre qualcuna per mia figlia e le sue amiche nel caso dovesse servire. E per tre anni, dopo la caduta di Roe, ho gestito il fondo locale per l’aborto in Iowa, contribuendo a pagare le interruzioni di gravidanza in uno Stato dove l’accesso è severamente limitato. Ho già detto che mi guadagno da vivere da sola?

Ognuna di queste cose è qualcosa per cui Steinem e tante altre hanno combattuto, e ognuna è un diritto che questa amministrazione cerca con accanimento di cancellare. Spesso sulla prima linea di queste battaglie ci sono le donne stesse — donne che hanno beneficiato del femminismo e ora non solo tolgono la scala a chi viene dopo, ma la fanno a pezzi, la trasformano in armi e cercano di colpire chiunque provi a seguirle.

Che Steinem sia morta in questo momento — mentre i diritti delle donne vengono smantellati e i potenti parlano di revocare il Diciannovesimo Emendamento (in vigore dal 1920, garantisce ad ambo i sessi diritto di voto in qualsiasi Stato degli Stati Uniti, ndt) — sembra particolarmente grave.

Tutto ciò che mi ha salvato la vita — l’accesso all’aborto, alla contraccezione e a un lavoro che mi permette di mantenere me stessa e i miei figli — è sotto attacco. Queste cose hanno salvato anche la vita di Steinem, e di tante altre. Le voci delle donne che abbiamo oggi esistono perché Steinem e le femministe della Seconda Ondata hanno combattuto per quei diritti.

Tutto ciò che so del femminismo, l’ho dovuto imparare da sola, lottando. Leggendo libri di Betty Friedan, Susan Faludi, Ellen Willis, bell hooks e di tante altre. Qualche anno fa mi sono persino iscritta a un corso di laurea magistrale online sulla scrittura e la letteratura femminista, solo per sapere quello che non sapevo. E più imparo, più mi arrabbio. Perché vedo come ogni ciclo di notizie in cui ci troviamo, ogni battaglia per la liberazione, ogni argomento per l’autonomia, non sia nuovo — è un gioco riciclato che ci tiene sempre a rincorrere la nostra coda, senza mai arrivare da nessuna parte.

Ancora oggi, il movimento delle donne è a malapena insegnato nelle scuole. Negli istituti dell’Iowa, i miei figli hanno studiato la Guerra Rivoluzionaria, la Guerra del 1812, i diritti civili e la Baia dei Porci, ma non hanno ancora affrontato il femminismo della Seconda Ondata. Quando il femminismo viene insegnato, il programma si concentra spesso sulle sue lotte intestine, come se fosse più conflittuale di qualsiasi altro movimento. Persino il necrologio di Gloria Steinem sul New York Times dedicava più spazio alle controversie della sua vita di quanto non ne avesse quello di Dick Cheney — e lei non è mai stata accusata di crimini di guerra.

Steinem, molti dei tributi a lei la precisano, non era perfetta. Un’affermazione vera, ma che mi fa incazzare, perché nessuno è perfetto. Allora perché è una precisazione che riserviamo alle leader femministe?

Il femminismo non è più controverso o difettoso di qualsiasi altro movimento o partito politico. È solo che le donne sono più scrutinate, criticate, derise e sbeffeggiate, e succede per ridimensionare il potere delle loro voci e del loro movimento. Come ha osservato la scrittrice femminista Moira Donegan su X: «Il femminismo, in quanto movimento per la liberazione delle donne, è soggetto agli stessi standard morali a cui sono soggette le donne stesse — il che vuol dire, spesso, standard irragionevoli e irraggiungibili».

Le donne, soprattutto le femministe, vengono derise e sbeffeggiate per la stessa ragione per cui la conoscenza del femminismo viene tenuta nascosta. Perché tiene la nostra libertà fuori dalla nostra portata.

Sono passati decenni da quando le femministe della Seconda Ondata diedero vita ai gruppi di presa di coscienza, pensati per aiutare le donne a parlare insieme delle proprie vite, così da capire di non essere sole. Che quello che affrontavano non era colpa loro, ma il prodotto di un sistema progettato per opprimerle. Tanto è cambiato, eppure tanto è rimasto uguale.

Steinem diceva spesso che non avrebbe dovuto essere il volto del movimento. Il movimento aveva bisogno di molti volti, e il lavoro della sua vita lo dimostrò. Si adoperò per amplificare le voci di ogni generazione successiva, facendo da mentore alle donne più giovani, incoraggiandole nel loro lavoro. Sapeva che ci sarebbero volute moltissime voci a urlare in successione, e a continuare a urlare in modi diversi, per difendere questi diritti conquistati a così caro prezzo e ancora a rischio.

La morte di Steinem è avvenuta mentre le donne vengono espulse dal mondo del lavoro, gli Stati cancellano il diritto all’aborto e la Heritage Foundation propone modi per costringere le donne ad avere figli. Si ha davvero la sensazione che un vecchio mondo stia tramontando. Come lamenta la citazione falsa ma molto attribuita ad Antonio Gramsci: «Il vecchio mondo sta morendo, e il nuovo tarda a nascere: in questo chiaroscuro sorgono i mostri».

Di solito, con queste parole si indica l’arrivo di qualcosa di temibile. Ma le femministe sono spesso dipinte proprio come quella cosa da temere. Steinem è sempre stata l’eccezione, perché era magra e bella — un fatto che persino il suo necrologio sul Times sottolineava. Ma se in questa era di reazione dobbiamo essere di nuovo raffigurate come mostri, forse in questo nuovo mondo è venuto il momento di diventare mostruose nella conquista dei nostri diritti e della nostra libertà.

Dopotutto, sono stata nel posto in cui ci dicono di tornare. Sono nata in quel luogo che chiamano un Eden, e vi dico: qui fuori è tutta un’altra cosa. Non possiamo tornare indietro.

E abbiamo bisogno di tutte le nostre voci — discordanti, imperfette e mostruose come sono — per assicurarci che non possa accadere.

Da Rolling Stone US