‘Wild Horse Nine’, la recensione del nuovo film di Martin McDonagh a Venezia 83 | Rolling Stone Italia
Democrazie e formaggi

‘Wild Horse Nine’ è un nuovo instant classic di Martin McDonagh

Tutto è cominciato dai Clash: la comedy nerissima del regista di 'In Bruges' è un film clamoroso, il migliore visto a Venezia 83 finora. Con una sceneggiatura pazzesca, tra golpe cileno, moai e sottilette, e un Malkovich da Oscar

‘Wild Horse Nine’ è un nuovo instant classic di Martin McDonagh

John Malkovich (Chris) e Sam Rockwell in 'Wild Horse Nine'

Foto: Diego Araya Corvalán/Searchlight Pictures

Nel 1980 i Clash pubblicano Sandinista!, dentro c’è un pezzo che si chiama Washington Bullets: una cronistoria in rima del modo in cui gli Stati Uniti hanno amministrato il mondo a forza di armi e colpi di Stato. Joe Strummer canta dei drammi del Cile, di Salvador Allende e del cantautore Víctor Jara, torturato e ucciso nell’Estadio Chile subito dopo il golpe militare del 1973. A Londra, un ragazzino lo ascolta. Sì, quel ragazzino era Martin McDonagh. «Mi ha spinto a pormi delle domande e a documentarmi sull’argomento, e quelle domande mi sono rimaste dentro», ha raccontato il regista al Lido. Ci ha messo quasi mezzo secolo a rispondere. E fuck (scusate, mi è entrato un McDonagh nella tastiera) se ne è valsa la pena: Wild Horse Nine, presentato in concorso a Venezia 83 e accolto da quattordici minuti di ovazione (per quel che valgono, ma vedere Malkovich commosso è di una tenerezza che non si può spiegare), è il miglior film visto finora alla Mostra, quasi certamente uno dei più belli dell’anno, e senza il quasi un nuovo classico di McDonagh.

E qui sta il trucco, la grazia, l’irritante bravura di Martin dalla penna d’oro, perché McDonagh è un meraviglioso paraculo. Aveva tra le mani il materiale per il pamphlet definitivo sull’ingerenza americana in America Latina, e invece usa l’indignazione dei Clash come sfondo per raccontare la bromance tra due vecchi arnesi americani, che costruiscono strepitosi parallelismi tra le democrazie europee, i gay e i formaggi, quelli buoni: “Basta assaggiare una volta sola una sottiletta per capire perché abbiamo perso il Vietnam”. Genio.

Wild Horse Nine | Trailer Ufficiale

«Mi interessa molto la verità su quello che la CIA ha fatto negli ultimi sessant’anni, e le cose orrende che ha combinato in giro per il mondo», ha spiegato il regista. «Forse è un tema di cui non si parla abbastanza. Sappiamo com’è fatto il KGB, ma probabilmente non ci interroghiamo sulle attività della CIA quanto dovremmo». Poi, con la stessa faccia da schiaffi dei suoi personaggi, ha aggiunto che la sceneggiatura era nata come la storia di un padre e un figlio entrambi attori, e che solo attaccandola al golpe cileno «è diventata la storia di un uomo che prova senso di colpa e rimorso per quello che ha fatto. L’ha portata via da un territorio un po’ banale verso qualcosa di molto più triste e oscuro».

Perché è una commedia, certo, ma insieme nerissima e malinconica, Wild Horse Nine, e come tutte le commedie nerissime e malinconiche di McDonagh (che sono insieme tante altre cose), funziona al contrario: sembra non avere nessun rispetto per le cose serie, e ne ha uno sconfinato per le cazzate. Ovviamente adoriamo.

Siamo nei mesi che precedono l’11 settembre cileno. Chris (Malkovich) è un veterano di stanza a Santiago con una diagnosi di cancro appena arrivata e un comportamento sempre più imprevedibile. Lee (Sam Rockwell, una spalla generosissima e pazzesca, otto anni dopo il suo Oscar per Tre manifesti) è il pupillo, il figlio mai avuto, un uomo adorabilmente cornuto e mazziato da una moglie di nome Marge che ha i tempi comici di Parker Posey. Il loro capodivisione in Sud America MJ (Steve Buscemi) se li leva di torno spedendoli sull’Isola di Pasqua nelle settimane meno indicate del secolo. Oltre a qualche centinaio di moai fermi lì da mille anni, a Rapa Nui trovano due studentesse cilene, Monica (Mariana Di Girolamo, la Ema di Larraín) e Alicia (Ailín Salas) – che si sono conosciute a una marcia per i diritti delle donne e alle quali Chris dice più o meno: le marce non servono a niente, solo uccidere può cambiare le cose. Sbam – e decine e decine di cavalli allo stato brado. Il titolo suona come il nome in codice di un’operazione riservata, di quelli che si leggono nei fascicoli desecretati vent’anni dopo. E invece è un cavallo. E i cavalli sono gli unici, su quell’isola, a non dover rendere conto a nessuno.

Foto: Diego Araya Corvalán/Searchlight Pictures




A Santiago, intanto, sta per succedere la Storia, e noi non la vediamo. La conosciamo certo, e sorridiamo amaramente nei momenti in cui Chris racconta ai quattro venti i piani top secret della CIA, che sono oro cinematografico. Ma McDonagh piazza i suoi due uomini a settemila chilometri dal fatto e li lascia parlare, il mestiere che gli riesce meglio da quando scriveva per il teatro e faceva litigare due fratelli in una cucina di Connemara per novanta minuti filati. Siamo in una sorta di sala d’aspetto dell’anima: due tizi in attesa di un ordine che non arriva, in un posto dove non c’è niente da fare, che riempiono il vuoto come meglio possono. Chris, che per la CIA ne ha fatte di cotte e di crude (“Guatemala: un successo! il Congo: un successo! la Baia dei Porci: un po’ meno successo!”) ora vuole scrivere un memoir, partendo da una domanda: in Paradiso ci andranno anche i dinosauri? In fondo alcuni erano vegetariani.

Fa ridere fino a farti male Wild Horse Nine, e poi ti devasta dolcemente. La battuta, in McDonagh, è una sorta di anestesia locale, che serve a due che non hanno il vocabolario per dirsi che si vogliono bene, e tanto meno per dirsi addio. Se Gli spiriti dell’isola era un apologo sull’amicizia che finisce, questo è il suo rovescio disperato: l’amicizia che non finisce mai, nemmeno quando uno dei due ha smesso di avere tempo. C’è l’arrendersi alla mortalità, affrontata con l’unico atteggiamento pensabile, e cioè allegro e sboccato.

John Malkovich paga da anni il prezzo di tutti gli attori con una personalità inconfondibile: rischiare di diventare l’imitazione di sé stesso, e nel 1999 Spike Jonze ha messo il paradosso a verbale, titolo compreso. Da allora nessuno si azzardava a chiedergli qualcosa che non sapesse già fare. McDonagh ha osato farlo, e ne è uscita probabilmente la migliore interpretazione della sua carriera. Il veleno nel fraseggio non è una novità, i tempi lunghissimi nemmeno. La novità è la voce, che sembra sempre sul punto di addormentarsi e invece sta prendendo la mira. E poi c’è la cheekiness gustosissima di chi ha visto e sa tutto. Sotto sotto, però, c’è pure un uomo terrorizzato che non lo ammetterà mai, e Malkovich lo lascia affiorare qua e là, quando ascolta I’m So Lonesome I Could Cry di Hank Williams, quando confessa a Lee che vuole morire a Venezia (!) e durante la telefonata-capolavoro al fratello Tom Waits sullo sfondo della Monument Valley. Genio, parte millesima. Due nomination, Le stagioni del cuore nell’84 e Nel centro del mirino nel ’93, ma zero statuette: da Venezia è appena partita la sua corsa. Academy, io non dico niente.

Martin McDonagh e Tom Waits sul set di ‘Wild Horse Nine’. Foto: Justin Lubin/Searchlight Pictures



Alla conferenza stampa, quando è arrivata la domanda sull’oggi, gli americani hanno un po’ glissato. «Non riesco più a pensare», ha tagliato corto Malkovich. Il microfono l’ha preso McDonagh: «Una delle cose spaventose è che non sembrano più preoccuparsi di farlo di nascosto. Negli anni Settanta almeno queste persone orribili avevano l’intelligenza di tenere segrete le proprie azioni. Adesso sembra solo che le cose stiano diventando sempre più stupide». Mezzo secolo dopo, Martin è andato a vedere che faccia avessero quelli che sparavano i proiettili di Washington. E sì, discutevano di formaggio.