‘La ragazza con la Leica’ dà finalmente a Gerda Taro quel che è di Gerda Taro | Rolling Stone Italia
Fotografo, ergo esisto

‘La ragazza con la Leica’ dà finalmente a Gerda Taro quel che è di Gerda Taro

In un film libero e pieno di grazia che ha aperto Orizzonti a Venezia 83, Alina Marazzi restituisce alla prima fotoreporter donna a morire sul campo di battaglia l'identità che il mito di Robert Capa le aveva rubato

‘La ragazza con la Leica’ dà finalmente a Gerda Taro quel che è di Gerda Taro

Emilia Schüle (Gerda Taro) in 'La ragazza con la Leica. Foto: Vivo Film

“Fotografare significa stare dentro la Storia e non ai margini, significa dire: ‘io esisto'”. E subito dopo, l’amarissima postilla: “Ma loro vedono solo le foto di Robert Capa”. Sì, lo stesso Robert Capa che sostanzialmente aveva inventato lei, Gerda Taro, la prima fotoreporter donna della storia a morire sul campo di battaglia. Sbam.

Sono passati ottantanove anni da quando un carro armato la travolse durante la ritirata da Brunete, il 25 luglio 1937, sette giorni prima del suo ventisettesimo compleanno. E diciotto da quando tre scatole di negativi riemerse in Messico (la leggendaria valigia messicana) hanno permesso di ricostruire, rullino per rullino, quali di quelle foto fossero davvero sue. Il cinema, adesso, sembra finalmente intenzionato a dare a Taro quel che finora è stato soltanto di Capa: “Gerda, sei la parte migliore di Robert”, le confessa l’amico e fotografo Fred Stein. Ditto.

“Per far riaffiorare qualcosa bisogna cercare nella memoria, che è sempre una forma della nostra immaginazione”, dice ancora Gerda in La ragazza con la Leica, il film di Alina Marazzi che ha aperto Orizzonti. «Ho scoperto la complessità di Gerda Taro leggendo il romanzo premio Strega di Helena Janeczek, uscito nel 2018. Conoscevo gli scatti, quelli più iconici diciamo, però è stata la lettura del libro che mi ha restituito anche la contemporaneità di questa figura femminile». A differenza del romanzo però qui a parlare è la protagonista in prima persona, un flusso di coscienza per immagini, ancorato alla giornata del 14 luglio 1937 (e cioè il quatorze juillet, il giorno in cui la Francia scende in piazza a ballare, ci torniamo), l’ultima prima della partenza di Gerda per il fronte spagnolo, e da lì proiettato avanti e indietro nel tempo, tra la Stoccarda ebraica dell’infanzia, la Lipsia dell’attivismo antinazista, la Parigi degli esuli e la Spagna della guerra civile.

Foto: Vivo Film

Pare naturalissimo che sia proprio Marazzi ad aver scelto Taro (e forse, in qualche modo, viceversa): chi ha visto Un’ora sola ti vorrei o Vogliamo anche le rose sa che la memoria femminile ricostruita per immagini d’archivio è da sempre il suo territorio. «A sua volta Janeczek fa riferimento a Irme Schaber, che ha scritto la prima biografia di Gerda negli anni ’90. È un lavoro importantissimo di una storica di Stoccarda, la città natale di Taro, fonte di moltissime reference. Il romanzo poi era già costruito su diversi piani temporali, intrecciando narrazione con documentazione storica, e questo ha risuonato particolarmente in me e mi ha fatto immaginare subito questo tipo di film».

Il repertorio si mescola con grazia a ricostruzioni girate in Super8 e 16mm poi riversate in digitale, con una grana che trasforma ogni scena in un reperto invece che in una messinscena. L’archivio, insomma, è entrato nella scrittura fin dall’inizio: «Anche i materiali che alla fine non abbiamo utilizzato hanno contribuito a costruire il nostro immaginario e il rapporto con la quotidianità di quei momenti» spiega la co-sceneggiatrice Valia Santella, «perché molti sono ufficiali, ma altri sono filmati privati». Marazzi aggiunge un dettaglio di metodo: «Abbiamo ingaggiato una ricercatrice d’archivio già in fase di sviluppo. Devo ringraziare la produzione per aver permesso una modalità inconsueta: preselezionare gli archivi prima ancora di aver girato le scene».

Emilia Schüle presta a Taro un’energia e un modo di lavorare dritta in camera che abbaglia: quello che colpisce, guardandola non è certo una somiglianza spiccata, ma piuttosto l’attitude, la stessa che secondo chi l’ha conosciuta aveva la vera Gerda. «Emilia è una fotografa, di suo ha proprio una postura per la fotografia, possiede tre macchine Leica e ha esposto diverse sue foto. L’ho scoperto quando l’ho conosciuta al provino», ricorda Marazzi. Il resto è arrivato dai ritratti che Fred Stein scattò alla vera Gerda: «Abbiamo guardato molto come giocava con l’obiettivo, faceva facce un po’ da pagliaccio: una donna seducente ma anche ironica».

Accanto a lei, Aaron Altaras è un André Friedmann spettinato e strafottente destinato a diventare Robert Capa, il volto dell’invenzione commerciale: un affermato fotoreporter americano costruito di sana pianta nella Parigi di metà anni Trenta da due rifugiati ebrei (lei tedesca, lui ungherese: più da lei che da lui) che con i loro nomi veri non riuscivano a farsi pagare. La ragazza con la Leica è un vero e proprio coming of age della meglio gioventù europea che vede intorno a sé il mondo sgretolarsi al passo dei totalitarismi, e funziona benissimo accanto a Schüle anche il coro degli amici in esilio. Sulla spiaggia della Barceloneta, Taro fotografa la miliziana con tacchi alti e pistola puntata in addestramento, l’immagine più riprodotta della sua carriera. “In Spagna stanno facendo quello che avremmo dovuto fare noi in Germania, invece siamo scappati”, dice Gerda. La ragazza con la Leica è la formazione artistica e sentimentale di una ragazza che ha trovato nella fotografia la sua raison d’être e nella sua Leica l’unico strumento possibile di resistenza e di libertà: “Non è coraggio il mio, è paura che tutto questo possa diventare normale, che la guerra possa diventare normale”. Il presente è cucito nel film fin dalla scrittura: «Ho iniziato a lavorare con Valia alla sceneggiatura nel 2022. Guardavamo le immagini del passato, della Spagna, ed era inevitabile pensare a quello che stava accadendo nel presente, anche proprio in relazione a queste figure di fotogiornalisti che molto coraggiosamente oggi vanno nelle zone di conflitto per produrre una comunicazione che altrimenti rimarrebbe nascosta». Per dirla con Gerda: “Se smettiamo di fare il nostro lavoro, rimarrà solo la morte”. Continua Marazzi: «Questa tensione verso il presente un po’ c’era già, come poi nello stesso personaggio di Gerda. E quello che è accaduto in questi anni purtroppo ci ricorda molte cose che succedevano in un’altra maniera, in altri luoghi, su altri territori, però ottantanove anni fa». Non a caso, in una scena ambientata nel presente, tra i ragazzi che Taro incrocia per strada spuntano bandiere arcobaleno, dell’Ucraina, della Palestina: «Un piccolo cortocircuito, una piccola irruzione dell’oggi».

A proposito dell’oggi, non è un paradosso che La ragazza con la Leica, aka il ritratto di un’artista donna a lungo cancellata dalla Storia, sia finito a Orizzonti, mentre nel Concorso principale di quest’edizione di registe ce n’è una sola, due se contiamo la co-regista di Naza? «La domanda non dovrebbe essere posta a me, ma potrei dire che forse, paradossalmente, è coerente che questo film sia in un concorso altro», sorride in conferenza stampa. E poi al telefono sottolineerà: «Era una battuta, non so se si è capito».



È quella di trovare il proprio posto nel mondo la vocazione più inesorabile di Taro, che rifiuta la proposta di matrimonio di Capa e sceglie invece di tornare sul fronte spagnolo (“i repubblicani spagnoli vedono nelle nostre immagini la loro vittoria, hanno bisogno di aiuto”, perché una fotografia non è mai neutrale), definendosi “un’opportunista e un’infedele” eternamente divisa tra l’amico affidabile, il medico belloccio, Capa e il giornalista canadese. «La traiettoria di una ragazza che inizia anche un po’ sprovveduta, e poi però quello che accade intorno a lei la forma, la determina. E lei decide comunque di esserci, di prendere posizione. Non una militante fatta e finita, tutta ideologia e basta». L’unica relazione che resta stabile è quella con Ruth Cerf (Luna Wedler, Premio Mastroianni lo scorso anno al Lido per il bellissimo Silent Friend), migliore amica e coinquilina a Parigi: sorellanza più che amicizia, l’unica donna della sua vita, la sua custode. Che balla con lei alla ricerca del futuro: «Gerda e i suoi amici sono ragazzi di vent’anni che hanno una spinta, una voglia di vivere e quindi si buttano nelle cose, sono capaci di impegnarsi, al tempo stesso hanno bisogno di leggerezza, che è un po’ mi sembra la caratteristica dell’essere umano». Io fotografo, quindi esisto: grazie Gerda, grazie Alina.