Amyl and The Sniffers, chitarre acustiche, cocaina e cow punk: fantastici | Rolling Stone Italia
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Amyl and The Sniffers, chitarre acustiche, cocaina e cow punk: fantastici

In ‘Truth or Consequence’, album dal vivo e film, gli australiani rifanno pezzi del loro repertorio in chiave country in un ristorante messicano di Los Angeles. È un country sballato, volgare, sopra le righe e quindi euforizzante

Amyl and The Sniffers, chitarre acustiche, cocaina e cow punk: fantastici

Amyl and The Sniffers

Foto: John Angus Stewart/press

Il trucco è pesante, i capelli ribelli, la canottiera rossa è abbinata a un paio di shorts minuscoli con al centro una mela morsa da un serpente. Sta in piedi di fronte al microfono con le mani sui fianchi a dire che il mondo è pieno di stronzi, a partire dal Presidente del Paese che la ospita, e che lei si è stancata di mordersi la lingua. E allora inizia a cantare “Sei uno stupido coglione, sei uno stronzo”. Una canzone su uno sfigato – anzi, sugli sfigati, compresi quelli che passano la giornata sui social – diventa un pezzo politico, le chitarre elettriche sono sostituite da quelle acustiche, al posto degli applausi del pubblico dei grandi festival ci sono le grida da rodeo degli avventori di un piccolo locale seduti ai tavolini. Sul palchetto del ristorante messicano El Coyote, Amy Taylor è la ragazza un po’ punk e un po’ country che combina casini, è la compagna di bevute che non stramazza mai, è la provincialotta che deve guardarsi le spalle, è la sputasentenze che non ammette appelli, è una stripper per caso, è una appena uscita dalla catena di montaggio, è la bionda che tira una centra a chi cerca di palparle il sedere.

Taylor ci piace perché pare una scriteriata che va in giro a bere, parla e canta a un volume troppo alto, piscia per strada, si veste in modo assurdo e canta al coglionazzo di turno “vai avanti a masturbarti, non mi avrai mai”. È diventata un fenomeno perché in questo mondo di cantanti ossessionati dal sembrare giusti e smodati sono nel culto di sé, lei è spudorata, volgare, sopra le righe, impresentabile. Con Amyl and The Sniffers ha portato un po’ di sano caos da pub rock band che sale sul palco e dopo qualche birra di troppo diventa punk. In un momento in cui la musica popolare è un intreccio di stupidaggini da scuola superiore (la definizione è sua), Amy Taylor è la compagna di classe che se ne sbatte.

Se negli ultimi due anni, da quando cioè hanno pubblicato il terzo album Cartoon Darkness, hanno portato in giro per il mondo il loro pub rock cafone suonato e cantato con lo spirito di chi sa che deve fare assolutamente quella cosa anche a costo di creparci, con testi che vanno dall’umoristico all’incazzoso, in Truth or Consequence si ripresentano in tutt’altro modo. E funziona bene e mostra un lato del quartetto che non conoscevamo. Il disco registrato dal vivo ad aprile 2025 all’El Coyote di Los Angeles, ristorante molto noto coi ritratti di John Wayne e Loretta Young alle pareti, contiene 10 versioni tendenti al country delle loro canzoni, due inediti e la cover di Lights on the Hill di Slim Dusty. È un cantautore scomparso nel 2003 e insignito cinque anni prima del titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Australia in ragione del «servizio reso alla musica country australiana e all’industria dello spettacolo». Sì, perché esiste una variante Aussie del country e quindi l’operazione della banda di Amy Taylor ha una ragion d’essere in più, è anche una rivendicazione di certe radici che sono pure loro.

TRAILER: Amyl and The Sniffers present 'Truth or Consequence' (Live at El Coyote)

Diventando quel che non sono o che teoricamente non dovrebbero essere, Amyl and The Sniffers sembrano paradossalmente più originali del solito perché se lo spirito e l’impatto non mancano, dal punto di vista musicale e sonoro i loro dischi registrati in studio non sono mai stati particolarmente originali. Vogliamo parlare di quei timbri chitarra dozzinali o della costruzione di certe canzoni? E invece i quattro trovano una forza diversa in questa versione sgangheratamente acustica (e anche un po’ elettrica). Senza snaturarsi diventano cow punk, etichetta che ha avuto breve vita e che indicava negli anni ’80 il country-rock interpretato con l’irruenza e le sgrammaticature tipiche del punk-rock.

“I’m a little bit country, I’m a little bit rock’n’roll”, cantavano una cinquantina d’anni fa Donnie e Marie Osmond. “Little bit punk, little bit country”, fa loro eco Amy in una nuova versione di Don’t Need a Cunt (Like You to Love Me). Sono giuste le canzoni scelte, non solo perché s’adattano alla nuova veste, ma anche per i testi in cui si ritrovano temi tipici del o prossimi al country: i grandi sogni e i pochi soldi della ragazza di Big Dreams, il viaggio e l’evasione di Hertz (“Take me to the beach, take me to the country”), il cuore spezzato (con un testo cantato al megafono) della protagonista Bailing on Me, per non dire di Caltex Cowgirl o della “famous cunt” protagonista della saltellante Snakes, qui filastrocca di finto folclore e vita vera. Forse il country è sempre stato nascosto nel repertorio di Amyl and The Sniffers, siamo noi che non ce ne siamo accorti.

Disco e concertino decollano con Jerkin, dedicata a certi leader di certi Paesi (tipo gli Stati Uniti) che sono degli stronzi, con quel “Don’t wanna be stuck in that negativity” cantato da tutto il locale, un piccolo locale si badi e non uno stadio, e la chitarra acustica maneggiata come fosse una zappa, che meraviglia. Quindi Cheming Gum, quella di “la vita è breve, la vita è divertente e io sono giovane e stupida” in cui sembra di stare talmente vicini al microfono che viene da ripararsi da sputi e stonature, e poi una Me and the Girls zuppa d’alcol e Little Bit Punk, Little Bit Country ovvero Don’t Need a Cunt col leitmotiv di tante canzoni femministe di Taylor: “Non ho bisogno di essere amata da uno stronzo come te”.

Sono perfetti per questo ritrovo chiassoso da roadhouse anche i due inediti. Fella è una anti-canzone d’amore giocosa che inizia con una scena in un bar (dove sennò) pieno di decervellati e va avanti con la ragazza che conquista il suo uomo puntandogli una pistola alla tempia. Lui dice di sì e ci mancherebbe altro. Taylor la canta in modo meravigliosamente volgare e il pezzo ha un ritornello facile che invita subito ad unirsi a lei, col regista che sceglie di mostrare metà esibizione dal vivo e metà demo con la band in studio. L’altra canzone nuova è Bag of Cocaine, una caotica ed esaltante storia di fattanza durante le riprese di un video a Los Angeles che Amy assicura inventata. Va cantata alzando al cielo un pugno, un bicchiere, qualcosa. E poi la cover, una versione amara di Light on the Hill, la storia di quando la strada che percorri chiede il conto, col protagonista che racconta com’è morto una sera sull’asfalto reso scivoloso dalla pioggia, le mani incollate la volante, la stanchezza nelle ossa.

I 50 minuti diretti da John Angus Stewart, che per la cronaca sta con la cantante, sono stati girati su pellicola e hanno la grana di certi film anni ’70 dove c’era sempre un baraccio e sempre una pistolettata, trame corte e cosce lunghe. Ottima scelta. C’è Amy che si fa i bigodini, che si trucca (pesantemente, ovvio), che butta giù a inizio concerto un doppio shot, che canta in modo sporco e sguaiato, che canta sempre troppo, roba che fa prendere fuoco decine di account Instagram di vocal coach. Ci sono frammenti di chiacchiere casuali da backstage, immagini di una Los Angeles più derelitta di quella che solitamente viene mostrata, una barzelletta sporca su due suore in bici e una battuta sulla differenza tra un batterista e una drum machine («la drum machine non cerca di scoparsi tua madre»). E insomma torna tutto: lo spirito, la musica, i testi, le immagini del film che tra fine agosto e inizio settembre è stato mostrato in varie città del mondo, Italia esclusa.

A questo punto non stupisce che Amy Taylor abbia scritto un messaggio sentito e non di circostanza dopo la morte di Dolly Parton, definita «il mio idolo, la mia eroina, la mia ispirazione». Due tipe diversissime, una era una Backwoods Barbie, l’altra è una sciamannata di Mullumbimby, ma mi piace immaginare che pure Dolly “Santa subito” Parton si sarebbe fatta prendere dalla festa sballata degli Sniffers e si sarebbe unita al coro furioso e gioioso degno dei Pogues: “It was a bag of cocaine, a bag of cocaine, a bag of cocaine!”.