La vera, spettrale storia di Key West | Rolling Stone Italia
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La vera, spettrale storia di Key West

Per tanti, il nome della cittadina della Florida è sinonimo di idillio e vacanze. Ma la sua storia, quella che molti hanno dimenticato, parla della tratta degli schiavi e di un cimitero "sepolto" sotto le strade

(DA USA) key west

Artwork: Matthew Cooley

Il 14 giugno 2002, il dottor Corey Malcom e un piccolo gruppo di ricercatori si recarono in un’area di Higgs Beach — un appezzamento di terra di oltre sedici ettari sulla riva più meridionale di Key West, in Florida — con un rilevatore radar a penetrazione del suolo. Malcom, storico e direttore dell’archeologia al Mel Fisher Maritime Museum dell’isola, era alla ricerca di tombe anonime che credeva si trovassero sotto i suoi piedi. Si era recentemente imbattuto in documenti risalenti al 1860, che documentavano la sepoltura di 295 africani salvati da navi negriere dirette a Cuba dalla Marina degli Stati Uniti, morti sulle rive di Key West dopo essersi ammalati in mare. Se le onde radio del rilevatore GPR avessero rimbalzato su un oggetto nel sottosuolo, una caratteristica riflessione iperbolica sarebbe apparsa su uno schermo collegato alla piccola macchina simile a un tosaerba.

«Abbiamo cominciato a ottenere parabole, ancora e ancora, in questa zona», dice Malcom, gesticolando con le mani nello spazio in una calda giornata del marzo scorso. «Abbiamo elaborato i dati e trovato in questa zona qui 15 tombe allineate, più o meno in tre file, tutte una accanto all’altra. Ed era esattamente dove la mappa del 1861 diceva che sarebbero state».

La scoperta fu solo l’inizio degli anni di sforzi di Malcom per portare alla luce e commemorare adeguatamente la verità di quanto accadde su quel tratto di sabbia più di 140 anni fa. «Sappiamo, ok, che mancano ancora delle persone», dice Malcom, riflettendo sulla sua reazione alle prime scoperte. «Abbiamo 15 tombe; sono morte 295 persone. Dove sono?».

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Foto: Mel Fisher Maritime Museum

Gli Stati Uniti vietarono la tratta transatlantica degli schiavi nel 1808. Nonostante ciò, alcuni trafficanti americani continuarono il commercio illegalmente, portando africani rapiti a Cuba e in altri luoghi al di fuori degli Stati Uniti, spesso nascondendo le loro navi sotto bandiera spagnola. Nel 1859, la Marina americana combatteva il commercio illegale degli schiavi già da anni, con scarsi o nulli risultati. Ma l’aggiunta di tre piroscafi alla flotta di pattugliamento, capaci di mantenere una velocità di 10,5 nodi — circa 19 chilometri all’ora — portò i suoi frutti. I piroscafi catturarono sei navi negriere nel solo 1860. Tre di quelle navi — la Wildfire, la William e la Bogota — furono rimorchiate verso la terraferma americana più vicina: Key West. I 1432 africani a bordo, molti dei quali erano già malati all’arrivo, avrebbero dovuto essere ospitati lì temporaneamente in attesa di essere rimpatriati nell’Africa occidentale.

Centinaia di africani si trovavano a bordo della Wildfire quando la USS Mohawk intercettò la nave al largo delle coste di Cuba il 26 aprile 1860. Salendo sulla nave negriera, il tenente Tunis Craven, capitano della Mohawk di 47 anni, trovò 510 africani «stipati sotto in una massa densa quanto è possibile che degli esseri umani possano essere ammassati», stando a una lettera che scrisse al Segretario della Marina Isaac Toucey più tardi quell’anno. A un certo punto del viaggio verso la costa, i 450 uomini e ragazzi a bordo furono portati sul ponte e sedettero stretti gli uni agli altri con la testa appoggiata sulle ginocchia piegate. Le donne e le ragazze rimasero nella stiva fino all’arrivo a terra.

Key West, all’epoca una città di circa 3000 abitanti, non aveva immediatamente lo spazio né le risorse per gestire 500 nuovi residenti. Il giorno in cui la nave arrivò, gli africani più malati — circa quaranta persone — furono portati a terra e curati dai medici. A ciascuno furono forniti degli abiti dallo sceriffo federale Fernando J. Moreno, che in seguito prese in custodia anche gli africani della William e della Bogota.

Gli africani sani rimasero a bordo della Wildfire per altri due giorni, finché Moreno non ebbe «completato un edificio grande e arioso», secondo un giornalista che scriveva per Harper’s Weekly — una rivista politica di New York — e si era recato a Key West per documentare la scena. Gli africani furono poi trasferiti nel baraccone di nove stanze, 69 per 7 metri, appena costruito a Whitehead’s Point.

Oggi quella terra si chiama Whitehead Spit. A soli otto minuti a piedi, nel punto ufficialmente più meridionale degli Stati Uniti continentali, ogni anno centinaia di migliaia di persone si mettono in fila per farsi fotografare accanto a una boa a strisce rosse, nere e gialle — molte senza avere la minima idea della vera storia di quel luogo.

Il giornalista di Harper’s tornò a trovare gli africani dopo che si erano trasferiti nella struttura abitativa. Descrisse le persone rapite che si posizionavano più o meno come erano sedute a bordo della Wildfire, accovacciate lungo i lati dell’edificio. Dopo qualche tempo, e «non pochi sforzi», scrisse il giornalista, Moreno e i suoi assistenti riuscirono a convincere gli africani che erano liberi di muoversi nell’edificio e sull’isola. Ben presto, gli africani sarebbero usciti tutti insieme ogni giorno per fare il bagno in mare, secondo quanto scritto dallo storico Jefferson B. Brown nel suo libro del 1912 Key West: The Old and the New.

L’11 maggio 1860 arrivò la William, portando altri 550 africani a Key West, seguita dalla Bogota due settimane dopo. A quel punto, la popolazione di Key West era cresciuta del 50% in meno di un mese — una situazione giudicata insostenibile.

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Foto: Harper’s Weekly/Library of Congress

Il Segretario dell’Interno Jacob Thompson scrisse al presidente James Buchanan il 21 maggio 1860 che «è della massima importanza che vengano adottate misure tempestive per il [trasferimento degli africani] da Key West». Buchanan trasmise questa lettera, insieme alla propria, alla Camera dei Rappresentanti, scrivendo che Key West, «sia per la carenza d’acqua e di provviste, sia per la sua esposizione alla febbre gialla, è uno dei posti peggiori» dove ospitare gli africani salvati.

Buchanan aveva ragione. La Wildfire non era ormeggiata da molto quando la sua popolazione registrò la prima morte. Era il 1° maggio 1860; un bambino, di appena sei settimane. La madre del bambino, che «aveva a malapena l’età della pubertà», secondo il giornale Key of the Gulf, aveva probabilmente partorito a bordo della Wildfire. Il neonato, di cui non si conosce il sesso, fu ben lontano dall’essere l’ultimo del gruppo a morire, ma il suo funerale fu tra i pochi a essere documentati.

Il servizio funebre ebbe una breve descrizione sul giornale. Erano presenti circa 100 africani, tra cui la madre del bambino, e la sepoltura ebbe luogo «a una certa distanza» da dove gli africani alloggiavano. Gli abitanti di Key West fornirono una bara per il bambino.

Una fossa poco profonda fu scavata a Higgs Beach, su un tratto di sabbia situato appena dall’altra parte della strada da quello che oggi è uno dei pochi parchi per cani di Key West. Secondo il resoconto del Key of the Gulf, gli africani cantarono ritmicamente, eseguendo la loro cerimonia tradizionale su una spiaggia a quasi 11mila chilometri da casa. Lamenti e gemiti di dolore si intrecciavano al canto, finché la piccola bara fu calata nella fossa. Quando il canto si fermò, i presenti tornarono in silenzio al loro edificio.

Nei successivi 85 giorni ci fu almeno una morte quasi ogni giorno; solo quattro giorni non registrarono decessi. La popolazione della William contò 171 morti, la Wildfire 96 e la Bogota 28. Ogni sepoltura fu eseguita dal falegname locale Daniel Davis, e ogni africano fu inumato in una fossa poco profonda a Higgs Beach. Lo sceriffo Moreno tenne registri dettagliati, annotando da quale nave provenisse ciascun defunto. Furono proprio quei registri che Corey Malcom scoprì nel 2002, ispirando la sua ricerca del luogo di sepoltura.

Nel 2007, il sito portato alla luce da Malcom e dal suo team fu dotato di una fondazione di cemento successivamente dipinta con un murale che raffigurava il viaggio degli africani attraverso l’Atlantico, dal Congo a Key West, e circondata da sculture con simboli africani. «Sulle colonne ci sono diversi simboli dell’Africa occidentale», dice Malcom. «Con alcune ipotesi, queste sono filosofie che avrebbero informato la vita di coloro che [sono sepolti] qui».

Proprio accanto al sito si trova una struttura di mattoni rossi di proprietà del Key West Garden Club. Un tempo era parte di un forte dell’era della Guerra Civile, il West Martello Tower. Nell’agosto del 1861, Key West temeva di essere attaccata dal resto dello stato, essendo uno dei pochi posti in Florida a rimanere fedele all’Unione durante la guerra. Sull’isola furono pianificati diversi forti difensivi, compreso uno da erigere proprio dove gli africani erano stati sepolti. Prima che i lavori iniziassero, il governo fu ripetutamente informato dell’esistenza del cimitero.

«Ci sono due obiezioni minori al vostro sito n. 2, che indicherò», scrisse il capitano dell’esercito americano E. B. Hunt ai suoi superiori a Washington nel settembre del 1861. «1a è il cimitero dove circa 300 africani sono stati sepolti l’anno scorso».

Nonostante le obiezioni di Hunt, la costruzione del forte iniziò nel 1862. Con l’avvio degli scavi per le fondamenta, vennero alla luce ossa e corpi in decomposizione, che sprigionarono un odore orrendo e diffusero la febbre gialla sull’isola. Con questo, e ben presto la fine della Guerra Civile, la costruzione del forte di mattoni rossi fu interrotta; l’edificio incompiuto è ciò che rimane oggi.

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Quando Malcom iniziò il suo lavoro nel 2002, non era immediatamente chiaro cosa fosse accaduto ai corpi in decomposizione dissotterrati durante la costruzione del Martello Tower. Ma nel 2010, la contea di Monroe, dove si trova Key West, finanziò ulteriori ricerche sul territorio da parte del team di Malcom.

I ricercatori trovarono altre cento tombe. Alcune erano sulla spiaggia a ovest del forte; altre a soli tre metri a nord. Queste tombe, come quelle ufficialmente commemorata a Higgs Beach, probabilmente non erano state disturbate durante la costruzione del forte. Le rimanenti, però, furono scoperte dall’altra parte della strada sotto un appezzamento di erba di circa 36 per 18 metri, parte del quale fungeva da parco per cani. Malcom dice che questi corpi sono quasi certamente quelli rinvenuti nel 1862, quando il forte era inizialmente in costruzione, e rilocati nelle vicinanze.

Sembra che sia stata posta ben poca cura nel riesumare i corpi interi: sotto quello stesso appezzamento di erba fu identificata anche una fossa ossaria con un numero imprecisato di resti. Non si sa ancora se siano stati individuati tutti i 295 individui; altri resti potrebbero trovarsi sotto la strada tra la spiaggia e il parco per cani, mentre alcuni potrebbero essere stati persi nel tempo e per via degli agenti atmosferici.

«Era un parco per cani», dice Malcom, con un tono ancora sbalordito. «Stavamo facendo rilevamenti, [e] c’erano cani che ci giravano intorno. Ed è diventato abbastanza chiaro: non si può avere un parco per cani su un cimitero».

Dal 2010, la recinzione del parco per cani è stata arretrata, lasciando quell’insospettabile appezzamento di erba da 36 per 18 metri come uno dei pochi spazi verdi rimasti a Key West. Un piano del 2011 rilasciato dalla contea di Monroe proponeva di spostare la strada più a nord, ridisegnando così significativamente i confini del cimitero, ma il piano non fu mai realizzato.

Il futuro del cimitero senza nome è incerto. Il 1° maggio è stato finalizzato il trasferimento di proprietà del Clarence S. Higgs Memorial Beach Park dalla contea di Monroe alla città di Key West. Come parte dell’accordo, più di 3 milioni di dollari saranno trasferiti alla città per la pulizia e la manutenzione a lungo termine della spiaggia, la riparazione del muro di protezione dal mare e il restauro della West Martello Tower. Cosa significhi questo per le tombe è ancora incerto.

Ma molti credono che il lavoro di commemorazione del sito di sepoltura non sia finito. Kamau Sadiki, ingegnere civile in pensione e istruttore di immersioni subacquee certificato che studia i relitti di navi negriere, sottolinea la necessità di documentare la tratta degli schiavi nonostante — e proprio in virtù di — qualsiasi trauma o vergogna possa esservi associato.

«Queste 15-20 milioni di persone che hanno vissuto quest’esperienza — un trauma profondo, profondissimo… Possiamo vederne le manifestazioni nella nostra società oggi, tra i discendenti di quegli individui», dice Sadiki. «Dobbiamo affrontarlo. Dobbiamo ricordare. Dobbiamo comprenderlo a fondo se vogliamo trovare soluzioni con cui possiamo tutti convivere andando avanti».

«Senza memoria», dice Sadiki, «non c’è futuro».

*Nota della redazione: Questo articolo fa parte di una serie speciale realizzata da studenti di giornalismo della Princeton University sulla scoperta di un cimitero africano a Key West, in Florida, e su come l’eredità della schiavitù continui a riverberare nella comunità isolana e oltre.*

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