Le fotografie di Matilde Damele su New York | Rolling Stone Italia
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Liberare New York da sé stessa, con le fotografie di Matilde Damele

La fotografa bolognese vive da tempo le strade della Grande Mela, cercando di liberarle dal peso dei molti occhi che si sono posati su di loro. Una mostra la racconta, a Roma, fino al 13 settembre

Matilde Damele

Una foto di Matilde Damele

Foto cortesia

Si osserva sempre in due, sia chi scatta sia chi viene fotografato. Ed è nell’esaurimento di questo spazio, di questa differenza data da un clic che agisce il lavoro fotografico di Matilde Damele, nata a Bologna ma ormai newyorchese di adozione. New York di Matilde Damele (fino al 13 settembre) al Museo di Roma in Trastevere è un viaggio fotografico e interiore lungo le strade della Grande Mela capace di raccontare una città-mondo fatta d’infinite persone, infinti visi, espressioni e sentimenti.

Difficile trovare New York nelle sue strade ormai ridotte a leziosi salottini da casa di vecchie zie come le ha definite una delle sue principali protagoniste, Fran Lebowitz, che figlia di una New York anni Ottanta tutta strada, crimine e arte ora si ritrova a camminare in mezzo a turisti e a quell’orribile arredo urbano che ha ormai forse per sempre demolito la bellezza di ogni città occidentale. E ancora più difficile è riportare New York nel mondo ora che Instagram ha trasformato ogni luogo in iconico e ogni veduta in una performance. Tuttavia la strada, se ben calcata, di solito non tradisce, e rivela a uno sguardo attento un’anima sempre presente e resistente, anche in una città ormai ridotta a una colonia per ricchi e a una meta per food traveller e non solo. Dove scompare ogni desiderio di viaggio, avventura ed esplorazione che non riguardi i motivi di un pubblico digitale o di follower divanati, affamati di stranezze per conciliare il sonno o altro di peggio ancora.

Matilde Damele

Foto cortesia

Ma per calcare le strade serve precisione e consapevolezza, misura ed estrema attenzione, perché le distrazioni sono facili e le ovvietà in agguato. Occorre così molta fatica e persistenza e anche una visione capace di superare i limiti di uno sguardo fortemente bombardato da immagini e dalla loro stessa ossessiva ripetizione. Scarta così dalla retorica comune la fotografia di Matilde Damele, che a ossessione risponde con medesima ossessione, ma virata da uno sguardo colto e preciso, attendo e solidale.

Matilde Damele

Foto cortesia

La New York che Damele presenta nell’esposizione al Museo di Trastevere è una città totalmente trasfigurata da quella considerata oggi come “New York”, mostrandosi a un grado di realtà più efficace e denso capace così di riconnetterla con quelli che sono i suoi riferimenti storici. Damele recupera con i suoi scatti una visione che in verità non si è mai interrotta, sia nei fatti che per l’appunto nelle strade, con un immaginario fatto di arte, libri, cinema, musica. Una visione che, prima ancora che mostrarla, seppe immaginare New York là dove il suo movimento stava prendendo forma e là dove la sua anima stava andando.

Le mille luci della Grande Mela sono diventate mille città possibili, infinite possibilità di guardare, recuperare, rivedere e ritrovare. Ecco così la strada finalmente negli scatti di una fotografa che a New York ha deciso di vivere uscendo dai cliché, dalle banalità e da un gusto in realtà estremamente difficile da evitare. Eppure la magia sembra compiersi nei volti degli sconosciuti, nei ritratti in metropolitana e negli spicchi di asfalto che raccontano storie fatte di notti lunghissime, confuse e complicate, e in alcuni casi probabilmente non poco pericolose. Sono foto figlie di una pellicola, grazie alla fedele compagna di sguardi di Damele, una Leica M6 analogica che appare da subito come un messaggio di dialogo, di confronto a cui è difficile sottrarsi. E in questo sembra vivere e pulsare New York, in quella sensazione che Matilde Damele sa trasformare in immagine. Una sensazione mista tra sicurezza e paura, abitudine e novità, conosciuto e ignoto che caratterizza ogni passo percorso nella metropoli americana. Difficile restarne estranei, pericoloso dare troppa fiducia.

L’equilibrio è quello fragile di chi si incammina su una corda tesa, altro modo non c’è infatti per conoscere e ritrovare una città, tanto meno una capitale infinita come New York. Matilde Damele attraversa gli strati culturali, quelli offerti dai libri di Paul Auster e Saul Bellow, da Edgar L. Doctorow e Philip Roth, da Martin Scorsese a Woody Allen, ed è un passaggio fondamentale. La fotografa deve infatti inizialmente sfuggire da quell’immaginario che evidentemente arriva a imporsi con facilità, però occultando e falsificando, come uno strato opaco, come una rilettura stanca. Damele non si fa così ingannare e supera i maestri per poi tornare a loro, a quel corpo denso e complesso di riferimenti e intuizioni che ora invece di ottundere finalmente rivela, mostrando più di quanto ci si sarebbe potuto immaginare.

Matilde Damele

Foto cortesia

E non è un caso che New York si riveli nelle immagini di Damele più come una città di carta stampata che d’immagini in movimento, come si potrebbe magari immaginare. L’obiettivo della fotografa originaria di Bologna è infatti quello di fermare, fissare e quindi rivelare. La forza del suo immaginario appare ancora più evidente là dove la città si dirada eppure resiste, in quella lingua di terra chiamata Coney Island a cui Damele dedica una serie. Qui dove New York finisce per buttarsi in mare ecco che invece appare nella sua stupefacente inesauribilità. New York non finisce mai, resiste come un ombra e come un riflesso, come rivelano gli scatti che alle pareti del Museo finiscono per dialogare con quell’eternità tutta romana con cui inevitabilmente New York tende a conversare.

La strada diviene infatti la sintesi di un popolo che si pone singolarmente, di volta in volta, di viso in viso come un corpo singolo e al tempo stesso multiplo. Eccola qui così evidente con forza la moltitudine di questo nuovo secolo che supera Lou Reed e Andy Warhol, mentre mutua e fluidifica l’apparenza in un’infinita possibilità di rivelazioni continue e di cambi d’espressione che sono letteralmente sempre facce nuove. Una nuova umanità possibile e al tempo stesso sempre uguale a sé stessa. New York come il viso di una donna e di un uomo soltanto, come il viso di un sentimento intimo e privato obbligato a stare sulla scena del mondo essendo quegli occhi e quel naso, quel mento e quelle sopracciglia il segno più segreto del mondo e del suo possibile futuro.