Nick Cave e la felicità come atto di insubordinazione | Rolling Stone Italia
Quelli che restano

Nick Cave e la felicità come atto di insubordinazione

Perdere un figlio e continuare a vivere, cambiare senza perdere la memoria. Un estratto dal libro di Claudia Durastanti ‘Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere’

Nick Cave La Prima Estate

Nick Cave

Foto: Giuseppe Craca per Rolling Stone Italia

Nella Resurrezione di Piero della Francesca dipinta tra il 1453 e il 1460 e visitabile nel Museo Civico di Sansepolcro, Gesù ha una faccia stravolta, stanchissima, da veterano di guerra. Circondato da soldati che paiono vestiti da Elsa Schiaparelli, con le ginocchiere a forma di carapace e le calze rosse che fanno contrasto con il verderame delle vesti – Roberto Longhi lo definisce “un cromatismo che non sai se più culto o popolare: un mantello di verde erba che cangia in rosso mattone, e poi rossi e bai come nelle stampe dei tarocchi” –, Gesù cerca di tenersi in piedi malgrado voglia svenire e il rosa della toga che lo riveste non sia regale, ma quasi sbiadito.

La prima volta che l’ho visto ero in compagnia della poeta Marie Howe che si è commossa davanti al quadro. Sono rimasta in silenzio accanto a lei mentre faceva gesti lunghi ed eleganti per indicarmi gli occhi di Cristo in burnout. Durante la nostra residenza di scrittura in un castello in Umbria, la poeta mi aveva detto che leggere Emily Dickinson apriva delle cattedrali dentro di sé in cui passeggiare all’infinito. Mi era piaciuta l’immagine, mi era piaciuta lei, e di ritorno nella mia stanza monacale avevo cercato le sue poesie, facendomi luce con il telefono e il lenzuolo calato sopra la testa; per pigrizia o suggestione a volte leggo ancora come facevo da bambina, come se fosse una cosa proibita. Di poesia ce n’era una bellissima intitolata Magdalene – The Seven Devils. Il finale faceva così: “Per mesi ho sognato nocche e radici, / le lastre del marciapiede spinte verso l’alto come denti storti spinti da quello che cresceva sotto. / Il sotto. Quello era il primo diavolo. Era sempre con me. / E non pensavo che tu – se te lo avessi detto – avresti capito qualcosa di tutto questo”.

Contemplando il quadro, Marie Howe aveva detto che Gesù aveva la stessa faccia di suo fratello durante una lunga degenza in ospedale: prima che la malattia lo portasse via per sempre, era trapassato e ritornato tante volte nel suo letto, in una serie di morti apparenti accumulate fino a diventare una reale. Ogni volta che se ne andava, suo fratello tornava con un mistero in più, e glielo raccontava. A volte, quando penso a lei e a questa storia, mi rendo conto che se Gesù fosse rimasto in circolazione abbastanza a lungo, le persone non gli avrebbero chiesto tanto di parlare del miracolo della resurrezione o di descrivere i dettagli più morbosi dell’aldilà, quanto una cosa più umana. E cioè come si fa, dopo la morte, ad avere voglia di restare. Come si fa, quando perdiamo un pezzo di noi o qualcuno che amiamo, a continuare a partecipare al gioco dell’esistenza. Ma Gesù, come sappiamo, non è rimasto.

Dopo la morte accidentale di suo figlio Arthur nel 2015, Nick Cave ha iniziato ad attraversare luoghi oscuri, come se le profezie di amore e morte evocate nelle canzoni con i Birthday Party e i Bad Seeds si fossero sostanziate nella realtà. Invece di assecondare il canovaccio del lutto, la sua vita artistica ha subito una trasformazione colossale: ha scritto i suoi dischi più belli, è diventato un ceramista e ha creato la sua posta del cuore, i Red Hand Files, che somiglia un po’ a quella che immagino potrebbe essere la posta del cuore di Gesù. Per dirlo con parole sue, ha scelto di consegnarsi alla felicità come atto di insubordinazione.

Non conosco nessun artista, uomo o donna che sia, che mi abbia costretta a pensare così profondamente al significato del cambiamento come Nick Cave. Se questo è accaduto, è perché il cantante australiano ha saputo cambiare senza perdere la memoria; anche se è salito e sceso dalla sedia elettrica, lo ha fatto con i suoi ricordi straordinariamente intatti, periodicamente condivisi in documentari, cronache e libri sulla sua vita.

Le persone che spariscono di punto in bianco, gli amanti che abbiamo avuto, le amiche che abbiamo perso: ogni volta che cambiano vita sembrano le vittime di una conversione, per la quale è stato necessario recidere tutti i legami con la persona che sono state. Nick Cave invece si è trasformato restando nello stesso corpo, rinnovando la stessa magia a cui assisteva da ragazzino quando suo padre gli leggeva Lolita ad alta voce seduto in poltrona. In uno dei documentari su di lui, Cave dice che, mentre leggeva il romanzo di Nabokov, suo padre diventava “un’altra cosa”. Parte del fascino di alcuni artisti sta proprio nella loro capacità di diventare altro sul palco. Sembra però che a lui non sia mai successo, neanche agli inizi. Nick Cave sul palco non fa che elevarsi per diventare ancora sé stesso, una versione compressa e magnificata dello stesso individuo. Ma questa è una cosa tutto sommato facile da dirsi o pensare rispetto a lui.

Quel che è stato difficile è stato chiedergli, durante la prima intervista che gli ho fatto un paio di anni dopo la morte di suo figlio Arthur, a ridosso dell’uscita di Skeleton Tree, cosa dovessi farmene delle sue canzoni ascoltate a ripetizione, quelle secondo le quali se l’amore finisce e non ci si uccide, allora non è amore.

Ricordo di avergli parlato di Anish Kapoor, che aveva brevettato il nero più nero di tutti, e anche se sappiamo che è una sciocchezza vogliamo crederci, perché davanti a una perdita indicibile e assoluta come quella di un figlio c’è una specie di consolazione nell’idea dell’annichilimento totale. Ma quella non è la vera malinconia. La vera malinconia e rendersi conto che tu sopravvivi. Che perdi una cosa che ami, e tu resti.

E io non posso dimenticare, non potrò mai scordare davvero, la sua voce quando mi ha detto che era arrivato al punto che ricordava suo figlio Arthur ma riusciva a lavorare. Quando ha espresso un concetto che per me vale mille pagine di un memoir sul lutto, e cioè che, per quanto stessero soffrendo lui e la moglie, il dolore era anche di suo figlio, anche lui aveva perso qualcosa: “Noi abbiamo perso un figlio, ma questa cosa è successa a lui”.

È raro riconoscere un’identità a chi se ne è andato. Un suo sentire, che prescinde da chi resta e gli sopravvive. Figuriamoci se a farlo è un padre, e se oltretutto è un uomo che ha sempre confuso tutto nelle canzoni, dove c’era sempre una simbiosi con Dio o con l’amante, e che immaginava di andare a processo perché la storia con la sua donna era finita in un funerale. Uscita per strada dopo quell’incontro, disorientata e cambiata io stessa, so di aver pensato che le nostre aspettative spesso sono bugie, e le cose vere non vengono dalla biologia o da un sistema di credenze, ma dalla capacità di scrivere contro sé stessi e quello che si è sempre detto. La cosa vera è che il nero più nero non esiste. La cosa vera è che, se qualcuno muore e tu sopravvivi, era amore lo stesso.

Tratto da Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere, copyright La nave di Teseo 2026.