La chiave la offre lo stesso Giovanni Tortorici quando dice che il suo è sì un cinema che parte dalla realtà (la sua realtà di adolescente, in due casi su due), ma che vuole sempre ribaltare gli stereotipi di un certo cinema che parte dalla realtà, «quello tutto macchina a mano, per capirci». Quello dei Dardenne, dico io. Ridiamo perché i Dardenne li amiamo e rispettiamo sia io che lui. Sono stati due geni innovatori, poi però, come succede a tutti i geni innovatori, hanno creato loro malgrado dei mostri, gente che senza la loro sensibilità ma con molta velleità ha scambiato il cinema del reale come luogo di vezzo, esercizio, maniera. Di macchina a mano, soprattutto.
La sua realtà, dicevo. I due casi su due in cui Tortorici l’ha messa in scena quasi distorcendola, facendone materia tra l’autoanalisi, lo sberleffo, la tenerezza e la mise en abyme da pamphlettista ottocentesco, sono Diciannove, splendente opera prima libera intellettuale punk che andò a Venezia, sezione Orizzonti, due anni fa; e Ketticè, che invece era in concorso a Locarno quest’anno e che arriva il 3 settembre nelle sale con PiperFilm.
L’opera seconda è sempre più difficile, dicono, ma per Tortorici questo, più che un altro film, sembra un passaggio naturale nella stessa indagine sui ragazzi di appena ieri (ma ancora di oggi), sulla “fuoriseditudine” (che, ci dice il secondo film, può avvenire anche restando nella città in cui si è nati), sul linguaggio del cinema e le sue possibilità (tema che gli è caro, ma che appunto non diventa mai vezzo, esercizio, maniera). In definitiva, su sé stesso.

Giovanni Tortorici sul set. Foto: Yannos Drakoulidis
Ma Ketticè è anche un altro film. Dai diciannove anni del Leonardo protagonista dell’esordio ai sedici del Giulio di quest’altra storia. Se Leonardo era un medioborghese che per studiare all’università lasciava Palermo, Giulio è un altoborghese che a Palermo ci vive e, almeno per ora, ci rimane. Se Diciannove era un film «solitario, se non addirittura solipsistico» (parole dell’autore), Ketticè cerca la coralità nella città, nella famiglia, negli spogliatoi dei campetti da calcio, nelle gang arrangiate che fanno rissa in strada perché non sanno come passare altrimenti la serata.
«Se penso all’arte che mi piace, e soprattutto all’arte che voglio fare io, l’autobiografismo è un elemento centrale», dice Tortorici. Che però, per l’opera seconda, fa uno scarto ulteriore: “racconta quello che conosci”, dicono; lui lo fa di nuovo, ma con l’occhio del narratore che guarda i personaggi muoversi liberamente, senza giudizio. Giulio il borghese e Ketty la ragazza di periferia (bravissimi i debuttanti Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa) son due personaggi da comedie humaine ma anche di oggi (o di appena ieri: siamo nel 2012). Si incontrano per caso, si piacciono perché sono l’uno il contrario dell’altra, passano il tempo a sfuggire ai genitori, a fumare erba, a non fare niente. Neanche a capire cosa possono essere, amici, innamorati, cosa. È un girare a vuoto che racconta l’adolescenza in maniera, a suo modo, politica, ma senza rivendicare niente. È uno sguardo che va sempre sul particolare, e a cui il discorso universale importa in fondo molto poco, ed è il bello di Tortorici: raccontare storie (e personaggi) che assomigliano solo a sé stesse, e che per questo sono ancora più “di tutti”.

Rachele Testagrossa è Ketty. Foto: PiperFilm
Ketticè è il racconto, volutamente parziale, dell’adolescenza di quindici anni fa, all’inizio dell’era social, prima dei reel su TikTok, quando si perdeva tempo fumando una canna e non scrollando Instagram. Ma quando da adulti si guarda ai ragazzi anche solo sullo schermo, gli si vuole attribuire temi e tempi del momento in cui il tal film esce. «Ma è un problema di quelli che sono davvero più vecchi», dice Tortorici. «Penso che i trent’anni siano un’ottima età per raccontare l’adolescenza: non è passato troppo tempo, quindi non ti sei completamente distaccato da quelle dinamiche e da quella mentalità, ma è passato abbastanza tempo per poterci riflettere sopra seriamente. Ma più di tutto penso che l’adolescenza sia un’età talmente critica e importante che è assurdo sottovalutarla».
Non solo perché siamo nel 2012 non vedrete nulla che sia vagamente woke (uno dei temi dell’estate insieme al caldo e a Ranucci: meno male che non ho aperto i giornali per più di un mese), ma anche perché i tempi della vita sono, tristemente o solo realisticamente, più lenti di quanto quegli stessi adulti (specie i giornalisti che devono inventarsi titoloni) osano credere. «Sul set sono stato vicino a tanti ragazzi palermitani di quell’età, e la mentalità non è cambiata per niente rispetto a quando avevo sedici anni io», dice Tortorici. «C’è qualche differenza esteriore ma la sostanza è rimasta la stessa, anzi in alcuni casi si sono persino radicalizzati. Sono ragazzi di un’élite sociale e culturale, ma anche loro dicono che i maschi possono andare da soli in discoteca ma le loro fidanzate no, e i loro eroi sono Elon Musk, Joe Rogan e Andrew Tate».
L’adolescenza, bella o brutta che sia, la sottovalutano gli adulti in generale e soprattutto quelli dentro il film, su tutti una debordante Monica Bellucci (Pardo a Locarno come migliore attrice: un premio importante in un festival importante, finalmente), umbra lei sì fuorisede a Palermo che vaga per casa in tuta o sta depressamente stesa a letto, sbraita contro il marito e il figlio, si ammansisce solo quando entra in scena la suocera, vecchia palermitana gattopardesca che ha dalla sua il potere della classe e dei soldi. «È sempre una questione di classe, di controllo, di potere, fra ragazzi e adulti, ma anche all’interno delle singole generazioni», secondo Tortorici, che da dotto regista e sceneggiatore qual è si rifà a psicanalisti e filosofi, ma senza esibire le fonti e le tracce, anzi nascondendole come sanno fare quelli bravi.
Perché il suo cinema resta, anche alla prova seconda, ancora libero e punk prima che intellettuale, pulsa energia tonificante che spesso manca al nostro cinema imbalsamato (vedi la scelta di collaboratori come la direttrice della fotografia Camilla Cattabriga, al suo primo lungometraggio: anche questo è cambiare lo sguardo), è un oggetto che sembra solo sé stesso, dentro un tempo solo suo, ma che sa essere dentro il tempo di oggi, il tempo che il nostro cinema non sa guardare, o forse non c’ha voglia di farlo.











