C.S.I. a Marzabotto, la fine del mondo può ancora aspettare | Rolling Stone Italia
«Nessuna garanzia»

C.S.I. a Marzabotto, la fine del mondo può ancora aspettare

Meno furia e più potenza evocativa rispetto a 25 anni fa, e 5mila persone in preghiera laica. Durante il concerto omaggi a Guccini e Battiato, Ferretti che rifiuta il protagonismo e un unico neo: la visuale. Ma è un atto di fede

C.S.I. a Marzabotto, la fine del mondo può ancora aspettare

I C.S.I. a Monte Sole

Foto: Guido Harari

«Partiremo con In viaggio, se prima non moriamo noi o il mondo». Il 29 agosto 2026 possiamo confermare che sono ancora vivi sia i C.S.I. sia il pianeta su cui poggiamo i piedi, benché quest’ultimo, come 25 anni fa, sia ancora scosso da guerre e disillusioni. Ma per l’ennesima volta, nonostante nel frattempo sia accaduto di tutto, ha avuto ragione Giovanni Lindo Ferretti, che aveva aggiunto: «L’accadere vale tutti i pensieri del mondo». E infatti è accaduto che ieri sera lui, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio Canali, siano tornati sul palco con la sigla Consorzio Suonatori Indipendenti.

E non un palco qualunque. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nell’area di Monte Sole, sull’Appennino bolognese, furono massacrate almeno 770 persone, in gran parte civili. A compiere gli eccidi le truppe naziste. «Quelle non sono rovine di sassi, ma del mondo. E ti chiedono di non metterti in posa», ci aveva detto Zamboni ricordando la prima volta che arrivò qui.

Monte Sole è anche il posto dove un cerchio si era chiuso e ne era cominciato un altro. Il 29 giugno 2001 Ferretti, Maroccolo, Di Marco, Magnelli e Canali, senza Zamboni, si ritrovarono per una serata in memoria di Giuseppe Dossetti. I C.S.I. erano ormai finiti e quella notte segnò la nascita dei P.G.R. (Per Grazia Ricevuta). La registrazione sarebbe diventata nel 2003 Montesole 29 giugno 2001. Venticinque anni dopo sono di nuovo qui. E stavolta Zamboni c’è.

Lui e Ferretti, peraltro, arrivano da un altro viaggio, tutt’altro che metaforico. Il 4 luglio sono tornati in Mongolia, trent’anni dopo la peregrinazione che contribuì alla nascita di Tabula Rasa Elettrificata, per il C.S.I. Preludio: Ferretti/Zamboni al Playtime Festival di Ulan Bator, accompagnati dai Lostatobrado. E non a caso il progetto dovrebbe chiudere il cerchio nel 2027 portando in Mongolia tutti i C.S.I. al completo. E c’è anche un film in lavorazione, diretto da Davide Ferrario e prodotto da Damocle, la casa di produzione indipendente fondata da Valerio Mastandrea e Francesco Tatò. 

Intanto, il giorno del ritorno dei C.S.I. a Monte Sole è cominciato con un’eclissi di Luna. Per gli antichi fenomeni del genere erano segni, qualcosa che interrompeva per qualche istante l’ordine naturale del cielo. Molti secoli dopo sappiamo scientificamente perché si verifica, ma determinati momenti, certi luoghi e il sottofondo di una musica del genere permettono ancora il lusso di credere alle coincidenze. Al tramonto Monte Sole è circondato dalle colline verdi dell’Appennino, con la luce soffusa filtrata dalle nuvole, il contrasto tra terra e cielo e la notte che arriva quasi a un batter di ciglia. Il concept, direbbero i milanesi, o, per rimanere in tema, la “situazione”, è quella dell’autogestione con riverberi freak anni Novanta: chioschi dietro al palco, birra e vino della zona, campeggio a pochi metri dal “villaggio”, il Rifugio Re_Esistente per tutto il resto. Sul prato in discesa, di fronte al palco, migliaia di persone hanno steso asciugamani e stuoie, formando piccoli accampamenti autosufficienti.

Il pubblico non è solo quello prevedibile dei cinquanta-sessantenni che hanno attraversato l’epopea CCCP-C.S.I.-P.G.R. Ci sono tantissimi trenta-quarantenni, molti con barbe lunghe, sandali e ciabatte e pantaloni larghi, mentre le donne con vestiti di suggestione orientale di lino e capelli raccolti con fermagli di legno. Un campionario di alternatività sopravvissuta all’omologazione. E sono in 5mila (10mila con la data di stasera) al Festival LUPO, in due date sold out in un baleno. Anche perché i biglietti costano circa 40 euro, commissioni e oneri compresi. Prezzi umani rispetto, in particolare, alla deriva dei grandi live.

Il set è stato montato sotto una struttura di legno accanto al rifugio che sembra lo scheletro di una balena spiaggiata. Dentro la sua “pancia” ci sono poche luci, amplificatori e tubolari. Niente megaschermi, passerelle, effetti speciali, ma l’unico neo è proprio la disposizione del palco, praticamente senza rialzo: con il prato in pendenza, per una buona parte del pubblico vedere i musicisti è stato impossibile. Ma il miracolo si compie comunque. D’altronde, chi ha fede non ha bisogno di prove.

Alle 21 cinquecento persone sono ancora in fila per entrare. Dal palco fanno sapere che «finché non ci sono tutti noi non iniziamo». Alle 21.30 qualcuno comincia a fischiare. Cinque minuti dopo dalle casse parte Ma noi non ci saremo, il brano scritto da Francesco Guccini per i Nomadi, un ricordo del Maestrone nel suo Appennino. Poi luci bianche, attesa, fumo, e In viaggio.

Avevano promesso di cominciare da lì e mantengono la parola. Il suono è granitico, la voce è il solito, efficacissimo salmodiare più che cantare. Sul fondo sono tutti disposti sulla stessa linea: Ferretti seduto al centro, la batteria di Simone Filippi spostata lateralmente. In pratica non c’è un frontman davanti e una band dietro, c’è di nuovo un Consorzio.

Occidente stringe il ritmo finché gli acuti di Ginevra Di Marco non lo squarciano. Del mondo è la prima immersione introspettiva, cantata da tutto il pratone, mentre Zamboni infila poche note acide capaci di fare quello che molti chitarristi non riescono a ottenere con cento. In tanti cantano a occhi chiusi. Succederà ancora durante la serata: facce rivolte verso un palco che spesso neppure riescono a vedere, parole mandate a memoria e pronunciate come una vera preghiera laica. 

Con A tratti tornano la batteria martellante, le chitarre elettrizzate e soprattutto il basso di Gianni Maroccolo, che per tutta la sera è insieme fondamenta e forza motrice. Ha un suono enorme, fisico, ma non si limita a dare profondità: spinge, devia, crea tensione, a volte sembra quasi una seconda chitarra (e infatti la imbraccia materialmente in alcuni brani). Se Magnelli costruisce gli spazi, Maroccolo li riempie di materia. Più che una rievocazione storica, quella sul palco sembra una lezione applicata di rock nelle sue diverse forme. Anche perché i C.S.I. del 2026 suonano con meno furia, ma con più potenza evocativa: più dell’abilità tecnica conta l’esperienza, più dei virtuosismi la vita vissuta, più della spettacolarità la ricerca dell’essenza.

Inquieto si apre sulle tastiere di Francesco Magnelli come una filastrocca oscura e finisce apocalittica, con Di Marco che sembra dialogare direttamente con le chitarre. Magnelli per tutta la sera fa un lavoro meno appariscente ma fondamentale: costruisce atmosfere e profondità, tiene insieme la parte più elettrica dei C.S.I. con quella più morbida. Poi Cupe vampe: le luci diventano rosse e bianche, l’atmosfera quasi luciferina. Si canta di roghi e di guerra con il tono di una preghiera proprio nel luogo in cui la guerra ha lasciato centinaia di morti. Ma Ferretti non aggiunge spiegazioni. E non lo farà per tutta la sera. Niente comizi sull’attualità, nessun tentativo di indicare al pubblico come interpretare quelle parole, nonostante il mondo del 2026 gli fornisca materiale in abbondanza. A Monte Sole bastano le canzoni. Linea Gotica arriva con la voce di Ferretti particolarmente roca, quasi abrasiva, contrapposta a quella limpida di Di Marco. Si guardano, si sorridono, sembrano compiacersi di come quelle canzoni siano diventate oggi. Lei gli tiene il tempo, gli suggerisce gli attacchi, lo accompagna con la voce anche lontano dal microfono.

È forse questa la caratteristica più evidente dei C.S.I., si muovono nelle contraddizioni, non per superarle ma per accettarle e contrappongono continuamente rumore e silenzio, materia e spirito, Oriente e Occidente, disperazione e desiderio, individuo e comunità. Irata mette in primo piano la profondità della chitarra di Canali, capace di passare dall’accompagnamento di una ballata cupa a variazioni allucinate. Esco torna a viaggiare dentro e fuori di sé. Bolormaa ci ricorda che le strade diritte appartengono a chi ha fretta, mentre l’esistenza procede per deviazioni.

Quando arriva Blu c’è un altro piccolo cortocircuito. Proprio ieri è uscito Ho visto un’alba blu (Baldini+Castoldi), un racconto letterario dei C.S.I. di Michele Rossi. Lui da anni è uno dei biografi più attenti del mondo costruito da Ferretti e Zamboni. Un rapporto che ha finito per travalicare i libri: si è innamorato di Cerreto Alpi, il paese di Ferretti, al punto da comprarci casa. Una specie di effetto C.S.I. applicato alla vita. Nello stesso giorno Universal pubblica anche la raccolta In viaggio 1994/1998. 

Forma e sostanza è lo spartiacque musicale della serata. Le chitarre smettono di essere soltanto metalliche e industriali, il suono si ammorbidisce e si apre, salvo poi ritrovare più avanti improvvise esplosioni punk. Ferretti, invece, continua a stare seduto. Quando qualcuno dal pubblico gli urla di alzarsi, risponde: «Cari ragazzi, non è facile stare sul palco dei C.S.I., quindi, se ce la faccio, sto seduto. È un buon modo per riavvicinarsi a questo palco». Sembra una postura voluta, più che una difficoltà reale. Durante Ongii, nelle pause, persino il canto dei grilli sugli alberi circostanti pare abbia deciso di non interrompere la tensione.

Così arriva Unità di produzione, che quasi trent’anni dopo continua a funzionare come un mantra su efficienza, tecnologia e alienazione. E un altro degli aspetti caratterizzanti del repertorio dei C.S.I. è che non hanno bisogno di aggiornare le canzoni per farle sembrare contemporanee. E nemmeno di spiegare al pubblico perché dovrebbero esserlo. Con E ti vengo a cercare l’omaggio a Franco Battiato viene assorbito nel loro mondo: Ferretti e Di Marco la cantano insieme dall’inizio alla fine, trasformandola in una ballata dalle sonorità distopiche. Alla fine rimane soltanto Ginevra: «Perché ho bisogno della tua presenza». Tripudio. 

Dopo Depressione Caspica, prima dei bis con Danza, soltanto a quel punto Ferretti si alza. Non per conquistare il centro del palco, ma perché il set principale è finito. Durante la pausa torna con una sigaretta accesa e mette di nuovo le cose in chiaro: «Avete delle pretese altissime, ma dovete prendere quello che c’è». Qui succede un piccolo incidente. «Gli si sono scaricate le pile a Gianni (Maroccolo, ndr)», urla Canali. E verso il pubblico: «Tanto non ci capite un cazzo, cosa ve lo dico a fare». Canali in purezza.

Si riparte. Montesole riporta inevitabilmente a quella notte del 2001. Matrilineare scatena Di Marco. M’importa ‘na sega è una danza sulle macerie, la fiammata più punk e quella in cui riaffiora maggiormente il fantasma dei CCCP. Infine chiudono con Buon anno ragazzi. Sono le 23.55. Sono passate due ore e venti minuti. Ed è stupefacente che nell’epoca digitale della velocità, della semplificazione e dell’attenzione misurata in secondi migliaia di persone continuino a radunarsi intorno a musicisti che parlano di depressioni caspiche, linee gotiche, unità di produzione e viaggi dentro e fuori dal mondo, senza ammiccare alle mode, ai trend o a quelli che piacciono alla gente che piace. Si sono inerpicate a oltre 800 metri sul livello del mare per stare su un prato scosceso, tra buche, stuoie, scomodità e un palco che molti non riescono nemmeno a vedere. Eppure cantano, ballano, ridono e piangono. 

L’ultima frase è «nessuna garanzia per nessuno». Le battute finali vengono registrate e lasciate girare in loop. I musicisti abbandonano il palco uno dopo l’altro. Prima scompaiono i corpi, poi gli strumenti. Rimangono soltanto le voci. Se i C.S.I. continuano a cantare della fine del mondo, forse il loro urlo di disperazione non annuncia necessariamente qualcosa di irreversibile. A giudicare dalla risposta della gente, potrebbe ancora servire a risvegliare le coscienze e, chissà, a evitare l’inevitabile. La Luna, nel frattempo, è tornata piena nel cielo. Chissà quale cambiamento avrà annunciato l’eclissi. Ma di una cosa possiamo essere certi: comunque vada, non ci sarà nessuna garanzia per nessuno. E quel che deve accadere, accadrà.

Le prossime date del tour In viaggio:

29 agosto Marzabotto (BO)
31 agosto Villafranca (VR)
2 settembre Fasano (BR)
4 settembre Spello (PG)
8 settembre Alba (CN)
12 settembre Catania