‘Timeless’ non è male, ma ora vorremmo vedere ‘The Book of Prince’ | Rolling Stone Italia
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‘Timeless’ non è male, ma ora vorremmo vedere ‘The Book of Prince’

La nuova, disorganica raccolta di inediti sembra il sampler di un box set che però non esiste. È tempo di un’opera importante. Forse c’è, è il documentario di nove ore del premio Oscar Ezra Edelman, ma è stato bloccato

‘Timeless’ non è male, ma ora vorremmo vedere ‘The Book of Prince’

Prince nel 1992

Foto: Jeff Katz via Parole & Dintorni

Lo scrivo subito, così ci togliamo il pensiero: quello degli archivi dei grandi musicisti pieni di registrazioni preziosissime è un mito duro a morire, ma è pur sempre un mito. Lo so, per fare qualche esempio, che Bob Dylan ha tenuto quel pezzone di Blind Willie McTell per il primo box set della serie Bootleg Series, che Springsteen ha messo cose favolose nel primo Tracks (meno nel secondo, vero?), che scavare nei volumi dell’Anthology dei Beatles è stato un piacere e che anche nelle edizioni deluxe di questo e quell’album si ascoltano gran cose, ma sono eccezioni alla regola. Nella maggior parte dei casi se un musicista assennato non pubblica una cosa, è perché ne ha di migliori da farci ascoltare e al mondo i musicisti geniali e dissennati sono pochi. Ci siamo ridotti a scavare sempre più a fondo nel passato con l’illusione di trovarci chissà cosa forse perché detestiamo il presente e non riusciamo a immaginare un futuro per la musica che amiamo.

Timeless non fa eccezione, è una raccolta disorganica contenente esecuzioni brillanti e pezzi minori, non dice granché di nuovo sul musicista e i suoi talenti, ma se non altro ha due pregi. Il primo, quasi scontato: trattandosi di Prince ed essendo canzoni finite, non solo abbozzate, questi scarti sono comunque meglio di quasi tutta l’attuale Top 100 italiana. Il secondo: la raccolta è stata compilata col buon gusto di non pensarla come il nuovo, inaudito album del genio, una dichiarazione artistica farlocca dall’aldilà, ma una semplice collezione di nove inediti registrati in studio più uno dal vivo organizzati in ordine cronologico, dal 1977 al 2016, senza pretese. Non si finge che sia qualcosa d’altro e forse è solo l’inizio di una nuova fase di sfruttamento del Vault di Prince dopo il cambio di gestione avvenuto nel 2022. Ora alla guida ci sono L. Londell McMillan e Charles Spicer, Jr. che compaiono anche come co-produttori del disco assieme a Chris James, fonico di Prince che ha curato anche mix e masterizzazione.

Essendo organizzato in ordine cronologico, Timeless offre tra le altre cose un’idea dell’evoluzione del suono di Prince, che a parte poche canzoni e pochi strumenti suona quasi tutto. Non ci sono almeno per ora notizie su un eventuale lavoro di post produzione, ma c’è una bella differenza tra il funk super smooth e giovanile di I Am You, un pezzo del 1977 che Prince ha suonato solo due volte dal vivo in vita sua, e Bestest Friend del 2012, che è forse la traccia più misteriosa della raccolta, nel senso che si sapeva poco di questo soul vigoroso in cui Prince suona tutto tranne i fiati. In mezzo ci sono due pezzi già pubblicati in altre versioni, ovvero With This Tear che era stata data a Céline Dion, e Tick Tick Bang, che dimostra tra le altre cose la vita lunga e spesso segreta che hanno certe canzoni. Qui si ascolta la versione incisa nel 1981, ovvero nove anni prima che Prince la attualizzasse inserendola su Graffiti Bridge col testo cambiato e una veste piuttosto caotica, come piaceva a lui. Nell’81 era un rock frenetico ed eccitante, con Prince che picchia sulla batteria in modo sovreccitato. Piace. Interessanti per chi ama il lato rock del musicista anche il riff moderno e l’assolo di chitarra di The Guilty Ones, anno 2007.

Il punto è che Prince era un gran musicista. Sembra una cosa scontata, ma nel 2026 non lo è più. Se sei un gran musicista, anche quando non tiri fuori il pezzone memorabile e ci metti più mestiere che genio, il risultato sarà comunque apprezzabile e questo vale anche per canzoni non straordinarie ma godibilissime come I Wonder (siamo nel 1989 e già a Paisley Park) o Calabama del 2003, potenziale title track di un album mai uscito (ma Adrian Crutchfield e Lynn Grissett accreditati ai fiati non sono entrati molti anni dopo nella band?). Spiace che gli anni ’80 siano liquidati con tre pezzi, di cui nessuno del periodo d’oro di 1999 e Purple Rain. C’è Heaven del 1985, pensata per il film The Dawn e mai pubblicata, con i cori di Susannah Melvoin: il sound è quello, l’ispirazione è quella che è. L’ultimo pezzo in scaletta è una versione dal vivo di How Come U Don’t Call Me Anymore? registrata il 4 marzo 2016 alla Oracle Arena di Oakland verso la fine del tour Piano & A Microphone. Prince è morto sette settimane dopo.

Foto: Jeff Katz via Parole & Dintorni

Un tempo era Frank Zappa il simbolo del musicista rock instancabile e dal repertorio talmente vasto da non essere contenuto nella discografia ufficiale. Ora che Zappa è uscito dalla conversazione sul pop, c’è Prince, ma chissà se e quanta gente s’appassiona ancora alla sua musica multiforme e alla sua discografia postuma. A occhio e croce direi solo i fan più appassionati. Parlando nel 1997 col mensile The Face, Prince diceva che gli amici lo consideravano un workaholic, un maniaco del lavoro. «Lo prendo come un complimento. Coltrane suonava il sax 12 ore al giorno. Riesci a immaginare uno spirito in grado di spingere il corpo a farlo? Io vorrei suonare 15 ore di fila». La cosa curiosa è che di quell’immenso lavoro abbiamo sentito dischi postumi ricostruiti, tracce rare, pezzi dal vivo, tantissima musica. Manca però un’opera per così dire definitiva, utile magari solo ai super appassionati, ma in grado di dare un’idea meno vaga del Vault rispetto a Originals uscito sei anni fa e a Timeless, che sembra il sampler di un box set, come 12 Tracks di Springsteen, solo che nel caso di Prince quel box set non esiste.

Forse arriverà, forse riprenderemo a sentire qualcosa di più dei suoi archivi diventati col tempo oggetto del desiderio e miniera musicale da cui estrarre potenzialmente migliaia (pare 8000) registrazioni rare e inedite, ma anche tesoretto conteso. Se negli ultimi due anni non ci sono state pubblicazioni rilevanti tratte dal leggendario Vault è per l’accordo stretto con Netflix da chi gestisce il patrimonio del musicista. Il contratto dava alla piattaforma l’accesso esclusivo all’archivio per produrre il documentario di Ezra Edelman intitolato The Book of Prince, potenzialmente un’opera chiave per il rilancio del repertorio e della memoria di Prince.

Chi ha visto le nove ore del documentario di Edelman, premio Oscar per O.J.: Made in America, dice che sono notevoli. Alla Estate non sono piaciuti alcuni passaggi controversi forse perché avrebbero danneggiato l’immagine di Prince, come se non sapessimo che era un po’ matto e che poteva essere peggio di un bastardo. Loro dicono che era pieno di sensazionalismi e di cose non accurate, il regista ha replicato dicendo che le 17 pagine di tagli proposti erano di tipo editoriale. Alla fine il documentario è rimasto inedito, la caccia alle rarità nel Vault è ripresa e la Estate ha festeggiato col messaggio “The Vault Has Been Freed. #FREE”, manco fossimo tornati ai tempi della scritta “Slave” sulla faccia. Del resto L. Londell McMillan, uno dei gestori del Vault, è l’avvocato che all’epoca è riuscito a liberare il musicista dal contratto con Warner. E qui sta l’ironia secondo Edelman, intervistato l’anno scorso per il podcast Pablo Torre Finds Out. Prince si è battuto per difendere la propria libertà artistica contro la Warner, che secondo lui ne limitava la produttività. «Ora, io non sono Prince», dice il regista, «ma ho lavorato duramente per realizzare questa cosa, che ora viene limitata e buttata via».

Timeless non è male e ci ricorda che razza di musicista è stato Prince, ma ora vorremmo vedere quelle nove ore.