La porta dell’ascensore si apre davanti a Janet e Brad, ma prima ancora che Tim Curry cominci a cantare, c’è qualcosa nel modo in cui appare che mette fuori equilibrio la scena: il corpo magro, il corsetto, le calze a rete, il trucco, i tacchi, quella voce che sembra arrivare da un’altra stanza e da un altro mondo. Poi arriva Sweet Transvestite e il personaggio di Frank-N-Furter prende possesso della stanza con la naturalezza di uno che non ha mai avuto bisogno del permesso di nessuno per entrarci. È una delle prime volte in cui il cinema ci fa capire che qualcosa può essere contemporaneamente seducente e inquietante.
Tim Curry è morto a 80 anni a Los Angeles dopo una carriera durata quasi sessant’anni e dopo essere stato molte cose diverse: attore teatrale, cantante, doppiatore, interprete comico, protagonista di musical, villain, figura di culto. Ma esiste una linea sotterranea che attraversa quasi tutti i suoi lavori più memorabili e che passa proprio da quella porta aperta nel castello di Frank-N-Furter: Curry era straordinariamente bravo a rendere disturbante ciò che, fino a un istante prima, credevamo di conoscere. Freud nel saggio del 1919 Das Unheimliche (in italiano Il perturbante) usa una parola difficile da tradurre senza perderne almeno una parte del significato. L’Unheimlich è ciò che dovrebbe esserci familiare e che improvvisamente smette di esserlo. È la casa che diventa estranea, il volto conosciuto che per un attimo sembra appartenere a qualcun altro, il giocattolo che appare vivo, il doppio, il ritorno di qualcosa che credevamo di aver lasciato nel passato. La paura nasce proprio da quella frattura: riconosciamo ciò che abbiamo davanti, ma non riusciamo più a sentirlo come familiare.
Tim Curry aveva qualcosa di simile nel corpo, nella voce, nella presenza: non aveva bisogno di deformarsi per diventare inquietante, gli bastava spostare leggermente qualcosa. Tra i tanti personaggi interpretati con lo stesso spirito, quello di Richard O’Brien nato a teatro nel 1973 e portato al cinema nel 1975 è forse il caso più evidente. Frank è un uomo che si presenta come una fantasia: è sessualità senza pudore, teatralità senza freni, identità che non chiede di essere spiegata. Eppure la sua forza non sta soltanto nella trasgressione in sé e per sé (seppur fuori da ogni concezione dell’epoca), ma appunto nel fatto che Curry riesce a renderlo irresistibile e minaccioso nello stesso momento. Lo guardi e non sai se dovresti ridere, desiderarlo, averne paura oppure tutte queste cose insieme. Il perturbante è proprio questo: non il mostro che arriva da fuori, ma che stava già nella tua stanza.
The Rocky Horror Picture Show avrebbe potuto essere soltanto una parodia dei B-movie, un gioco camp, un musical irriverente costruito intorno a sesso, travestimento, fantascienza e horror. Invece Frank-N-Furter è diventato qualcosa di molto più grande, anche perché Curry non lo interpreta mai come una caricatura. La serietà della sua interpretazione possiede persino qualcosa di aristocratico. Forse è proprio quella serietà a renderlo credibile perché ci fa subito capire che Frank non pensa affatto di essere strano, un freak, uno fuori dagli schemi. E per generazioni di spettatori quella libertà ha rappresentato contemporaneamente una provocazione e una forma di liberazione totale e non a caso il film ha vissuto una seconda vita nelle proiezioni di mezzanotte, come rito collettivo e punto di riferimento anche, ma non esclusivamente, per chi cercava sullo schermo un’identità che non aveva ancora trovato altrove.
Curry, o chi lo sceglieva, aveva capito una cosa ancora più importante: che il perturbante non dipendeva necessariamente dalla sessualità. Dieci anni dopo il Rocky Horror, Ridley Scott lo trasforma in Darkness, il signore delle tenebre di Legend. A livello visivo si tratta quasi dell’opposto di Frank-N-Furter ma, allo stesso tempo, potremmo definirlo un suo parente. Se Frank rappresentava il desiderio che irrompe nel mondo reale, Darkness è l’incubo che entra nella fiaba. È enorme, rosso, cornuto, sproporzionato, quasi una caricatura del demonio classico. Eppure anche lì Curry evita la semplice mostruosità: Darkness in qualche modo è elegante, ha una voce seducente e un corpo che sembra arrivare da un’illustrazione medievale. Nel suo caso, l’elemento disturbante, il senso di minaccia, nasce proprio dalla distanza tra la sua apparenza mostruosa e il modo in cui si muove, parla e seduce. È forse il segno più evidente del fatto che Curry ha ormai trovato una formula esoterico-cinematografica in cui il male per essere rappresentato non deve per forza essere una cosa sola, non deve necessariamente urlare. A volte sorride, a volte canta e altre volte può entrare nella stanza come se fosse il padrone di casa.
È il momento in cui Curry diventa archetipo. Non a caso poi arriva Pennywise. Se Frank-N-Furter aveva preso il desiderio e lo aveva reso perturbante e Darkness aveva cambiato il male all’interno della fiaba, Pennywise prende l’infanzia, i suoi simboli e li fa a pezzi. La forza del personaggio è tale da sconvolgere, ancora una volta viene da dire, e lasciare il segno più profondo nell’immaginario di una generazione. Il clown dovrebbe essere rassicurante: appartiene al circo, alle feste, ai bambini. È il personaggio che entra nella stanza per far ridere. Stephen King sa però che, visto da un’angolatura differente, il pagliaccio può anche mettere i brividi. Dopo tutto è una maschera, non può essere rassicurante. Tantomeno quella di un’entità mutaforma come It. Più che il trucco, all’It di Curry bastavano la voce, una pausa, il sorriso, quel modo di pronunciare le parole come se dietro ogni sillaba ci fosse qualcosa che lo spettatore non riusciva ancora a vedere. Ancora una volta lavora sulla familiarità che si rompe. Pennywise è così inquietante perché invece di divertire i bambini, si diverte a torturarli sadicamente.
Al di là della genialità degli script che stavano dietro ai personaggi da lui interpretati, sarebbe ingiusto non rendere a Curry il merito di aver preso queste figure e averle spostate appena oltre il loro posto naturale. Qualcosa di sufficiente per farle diventare altro. In pratica è stato un interprete della soglia. Della zona in cui una cosa smette di essere esattamente quella che credevamo fosse. Il suo corpo teatrale, la voce profonda, l’eleganza quasi d’altri tempi, la capacità di passare dalla seduzione alla minaccia nel giro di una battuta gli permettevano di abitare quella zona meglio di molti altri. Poteva essere ridicolo senza diventare innocuo, sensuale senza essere rassicurante, mostruoso senza perdere fascino. Desiderio, fantasia e paura erano tutti temi cari a Freud e in tutti e tre i casi Curry è entrato in uno spazio che conosciamo e ne ha alterato le regole. È questo che rende il disturbante così potente: non ci porta necessariamente in un mondo sconosciuto, ma ci fa dubitare di quello che pensavamo di conoscere. Curry appartiene alle notti passate davanti alla televisione, alle proiezioni del Rocky Horror al cinema Mexico di Milano, ai primi film dell’orrore, ai dischi, alle voci ascoltate senza sapere chi fosse l’attore che le pronunciava. Appartiene soprattutto a quel momento della vita in cui scopriamo che ciò che ci fa paura può anche affascinarci. E che ciò che ci affascina, qualche volta, può farci paura. È una lezione profondamente cinematografica e profondamente umana.
“Don’t dream it, be it” (o, col senno di poi, “be It”) cantava Frank in piscina in una delle parti più toccanti del Rocky Horror. Non limitarsi a immaginare un’altra possibilità, ma avere il coraggio di attraversare quella soglia e diventare ciò che il mondo non si aspetta. In fondo, è proprio quello che Curry ha fatto.









