Dolly Parton sapeva di essere amata. Del resto, ha lavorato affinché accadesse. Aveva deciso quando era solo una ragazzina che cresciuta nella povertà assoluta tra le montagne del Tennessee che da grande sarebbe diventata una star, una di quelle che tutti conoscono. Portava sulle spalle l’intera storia della musica americana, come un cappotto dai mille colori. È così che è diventata la cantante americana amata da tutti, una superstar ricoperta di paillettes che era anche un’autrice geniale e di un’originalità fuori dal comune. «Raccontavo le mie storie, esprimevo quel che sentivo», diceva nel 1975. «Sono una persona piuttosto audace».
Ecco perché il mondo intero è sotto shock dopo la notizia della sua morte. Aveva affrontato i problemi di salute col suo consueto senso dell’umorismo e persino il giorno prima di morire ha scherzato sulla sua condizione. È difficile immaginare un mondo senza Dolly Parton, ma abbiamo la sua musica e quindi è un mondo che non conosceremo mai.
Il pubblico si è innamorato della sua immagine da Backwoods Barbie, come lei stessa amava definirsi, e della sua personalità larger than life. Ma dietro i lustrini c’era una delle autrici più toste e profonde di sempre, una donna che aveva lottato per trovare il suo posto come cantautrice a Nashville e aveva messo tutta sé stessa nella genialità tormentata di canzoni come Jolene o Down from Dover. Era della stessa risma di Aretha Franklin, Brian Wilson o Stevie Wonder, una visionaria dotata di un’immaginazione inesauribile, in grado di spingere la musica americana un po’ più in là. Piangiamo Dolly perché rappresentava il meglio di noi.
«Sono un cavallo da tiro che sembra un cavallo da circo», diceva quando non aveva ancora compiuto 30 anni. Non era scesa a compromessi nemmeno quando era un’esordiente con tutto da perdere. «Durante l’adolescenza mi sono resa conto di quanto prendessi sul serio il mio lavoro di autrice», raccontava. «Le mie canzoni sono i miei figli e quindi mi aspetto che si prendano cura di me quando sarò vecchia, anzi, qualcuna lo sta già facendo. Quando scrivo una canzone metto al mondo qualcosa che prima non c’era. Ed è un qualcosa che continuerà a esistere».
Nessun autore americano ha raccontato la povertà in modo tanto diretto e dettagliato. Dolly si concentrava sui particolari, come le mani del padre che sanguinavano dopo il lavoro o il rumore che alle orecchie di una bambina fa il vento gelido che entra dagli spifferi di casa. Si rifiutava di addolcire la realtà nelle sue storie fatte di fame, dolore, bambini nati morti e ancora di donne tradite che commettono l’errore fatale di fidarsi di un uomo. Nei suoi brani i tempi duri lo sono ancora di più per le donne. Non permetteva a chi la ascoltava di guardare dall’altra parte.
Era cresciuta in quel mondo lì, ma non ha mai idealizzato il passato di cui cantava, nemmeno quando raccontava storie ancora oggi sconvolgenti come In the Good Old Days (When Times Were Bad). Si è ritagliata il suo spazio come cantautrice in un mondo come quello di Nashville in cui, al tempo, sembrava esserci posto solo per lei e Loretta Lynn. «Non volevo fare la casalinga», ha detto nel 1977 in una cover story di Rolling Stone. «Volevo essere libera. Avevo le mie canzoni da cantare e un’ambizione che bruciava dentro. Sapevo che mi avrebbe portata via dalle montagne. Sapevo che oltre le Smoky Mountains c’erano interi mondi da vedere».
Nell’epoca di internet il mondo si è innamorato della leggenda secondo cui avrebbe scritto Jolene e I Will Always Love You nello stesso giorno. Lei cercava garbatamente di rettificare la storia. Alla fine, però, ha lasciato perdere e ha smesso di correggere la gente: da imprenditrice astutissima qual era, aveva capito che quella storia poteva diventare un punto di forza (nel 2017 ha persino cominciato a raccontarla così anche lei). Ma il fatto che fossimo tutti desiderosi di crederci dice molto di ciò che cercavamo in Dolly. C’era qualcosa di potentissimo nell’immagine di una regina del country sempre sorridente, ma davvero sempre sorridente, che dentro covava rabbia e dolore e dava forma a canzoni profondamente personali come quelle.
Non ha mai avuto bisogno di un grande ritorno sulle scene. Nuove generazioni continuano a scoprirla perché Dolly è sempre stata lì, sotto gli occhi di tutti, con canzoni che il mondo intero canta, e anche con innumerevoli tesori nascosti nei suoi album, brani che ancora oggi conoscono solo i fan accaniti. Per quanto si voglia scavare nel repertorio di Dolly, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Il suo catalogo è pieno di gemme imprescindibili come Nickels and Dimes da All I Can Do oppure Evening Shade da My Blue Ridge Mountain Boy o Don’t Let It Trouble Your Mind da In the Good Old Days (When Times Were Bad) o ancora Early Morning Breeze da Coat of Many Colors.
Jolene è giustamente la sua canzone più famosa, quella in cui implora un’altra donna di non portarle via l’uomo. È arrivata in cima alla classifica country nel 1973 e già allora sembrava un antico standard folk, una canzone sempre esistita (io l’ho ascoltata per la prima volta in quel capolavoro di tv a basso costo che era il Gong Show e sono rimasto ipnotizzato dalla storia e da quelle note così alte). Nella canzone c’è una concezione stoica del dolore derivante dall’amore che affonda le radici nell’infanzia difficile sulle Smoky Mountains. Col passare del tempo Jolene è diventata sempre più iconica, ispirando reinterpretazioni di artiste e artisti come Beyoncé, Miley Cyrus e Zac Brown. Ricordo lo shock provato sentendo Jack White che la cantava nel 2000, agli esordi dei White Stripes, cercando di essere all’altezza.
Dolly era il tipo di star che appartiene a tutti. È stata sempre sotto gli occhi del pubblico, fin dai tempi della scuola. «Su di me sono state raccontate un sacco di storie, un sacco di bugie, solo per il mio aspetto», ricordava nel 1977. «Ho sempre avuto un seno prosperoso, la vita stretta e un sedere grande. Sono cresciuta così, ho sempre avuto quella personalità un po’ foxy».
I media mainstream e i late night show non riuscivano ad andare oltre quell’immagine lì e la consideravano una simpatica intrattenitrice e non una cantautrice ferocemente determinata o, per dirla con le sue parole, una songteller. Del resto Dolly non ha mai fatto finta di non amare il glamour ed era anche quello una sua creazione. «I vestiti appariscenti, i gioielli e l’aspetto così vistoso, credo di aver inventato io quella parte di me. Sono sempre stata affascinata dalle immagini delle fiabe. Metà di uno spettacolo lo fanno le luci e lo scintillio. Le stelle devono brillare e forse io volevo semplicemente essere una stella».
Era orgogliosa di quella personalità, ma nel profondo ha sempre avuto un animo solitario, e lo si sente nella voce. «Ero molto estroversa e socievole, e immagino che questa cosa facesse paura alla gente. Ma non ho mai sentito di appartenere a un posto. Mai, in tutta la mia vita, nemmeno da bambina. Ero semplicemente diversa e non ho mai trovato davvero il mio posto finché non mi sono trasferita a Nashville e sono entrata nel mondo della musica. Quello era il mio posto, lì sì che mi sentivo a casa. Sono nata irrequieta».
Ha voluto fin dal principio che tutti cantassero le sue canzoni e tutti lo hanno fatto, praticamente alla stessa velocità con cui lei riusciva a scriverle. Patti Smith ha cantato Jolene durante il tour di Horses, inserendola tra una cover dei Velvet Underground e una di Pete Townshend. Tina Turner ha inciso una versione infuocata di There’ll Always Be Music nel 1974. Stevie Nicks ha interpretato le sue canzoni agli esordi, quando faceva parte del duo Buckingham Nicks. Merle Haggard ha sempre cantato i suoi brani con tutta la ferocia che meritavano, soprattutto nella sua amara rilettura di In the Good Old Days (When Times Were Bad).
Jerry Garcia l’ha sempre idolatrata e i suoi Grateful Dead erano soliti suonare la sua hit minore del 1969 Tomorrow Is Forever, che per anni è rimasto nella scaletta della prima parte dei concerti. In un’intervista a Playboy del 1970, il giornalista si mostra sorpreso quando Garcia la definisce in modo entusiasta «la mia cantante preferita». Jerry insiste e mette sul giradischi un disco di Dolly per l’intervistatore che appare scettico. È The Fairest of Them All del 1970, un album cupo persino per i suoi standard, con Daddy Come and Get Me. Quando arriva il lato B, Garcia, Robert Hunter e il giornalista sono seduti nel salotto di Jerry con le lacrime agli occhi (il trittico finale Mammie, Down from Dover e Robert farebbe commuovere pure le pietre).
La sua canzone preferita era Coat of Many Colors. Raccontava della madre che le cuce un cappotto mettendo insieme degli stracci. L’ha scritta sul tour bus di Porter Wagoner, scarabocchiandola sull’unico pezzo di carta che aveva a disposizione, la ricevuta della lavanderia per il lavaggio a secco (che Wagoner ha fatto poi incorniciar). Dolly ha ritratto molte madri che sopportavano ogni genere di sofferenza, ma non tutte erano delle sante. In Travelin’ Man, che era nello stesso album, la protagonista progetta di scappare con un venditore ambulante e invece lui scappa con la madre di lei. La battuta finale: “Quell’uomo sempre in viaggio era un amante fedifrago, si è preso il mio amore e poi si è preso mia madre”.
Nel 1968 ha scritto I Lived So Fast and Hard per degli uomini, ovvero Porter Wagoner e poi Mel Tillis, ma non è difficile intravedere Dolly nella protagonista femminile, soprattutto quando canta che “avevo vissuto tanto quanto qualsiasi uomo prima di compiere 21 anni”. Poteva essere la sua risposta a Mama Tried di Haggard, uscita appena qualche mese prima. A lui ha regalato Kentucky Gambler, arrivata al primo posto della classifica country. «Mi piace scrivere canzoni per gli uomini», ha scritto in Songteller. «E meno male che mi piace, perché allora non c’erano poi così tante donne nel mondo della musica country per cui scrivere canzoni».
I Will Always Love You era già uno standard reinterpretato da molti artisti prima che Whitney Houston la scoprisse attraverso un disco di Linda Ronstadt (ascoltate la versione di Alex Chilton). Ma quando se ne è impossessata, è diventata sua, anima e corpo. In The Bodyguard la sente passare in un jukebox di un bar country mentre è con Kevin Costner, nella versione cantata da John Doe degli X. È un paradosso perfettamente dollyano: riusciva a mettere insieme le varie anime della musica americana.
È sempre stata al passo con i tempi, in ogni epoca. Negli anni ’80 amava scambiarsi consigli sul trucco con Boy George. «Mi piacciono tantissimo i suoi occhi» diceva a Rolling Stone «e a lui piace come trucco i miei». Ha cantato duetti sensuali col suo amico Kenny Rogers, accarezzando Islands in the Stream come una coppia di arzilli anziani che hanno appena fatto sesso. Hanno continuato a cantare insieme fino alla fine, come nel duetto del 2013 You Can’t Make Old Friends. Nella vita non sono mai stati una coppia, ma, diceva lui, «flirtavamo e ci siamo goduti ogni singolo momento».
Nel 1980 ha centrato uno dei suoi successi più famosi con 9 to 5. Dalla canzone ha ricavato un disco profondamente bizzarro (e sottovalutato) intitolato 9 to 5 and Odd Jobs, un concept sulla lotta di classe e contro il capitalismo. Ha cantato il Woody Guthrie di Deportee (sui lavoratori immigrati), il Merle Travis di Dark as a Dungeon (sui minatori), il Mel Tillis di Detroit City (sulla catena di montaggio) e ha chiuso il disco con una versione femminista di House of the Rising Sun per ricordarci che quella canzone ha sempre parlato di ragazze povere e della malvagità degli uomini. È praticamente il Sandinista! di Dolly, solo che lei diceva quelle cose con un sorriso.
Negli anni ’90 è tornata alle sue radici rurali, raggiungendo l’apice con l’eccellente album bluegrass del 2001 Little Sparrow, ma il suo successo più riuscito di quegli anni è anche il più sfacciato e divertente: Romeo, un brano da line dance del 1993 con Billy Ray Cyrus (nel ruolo di Romeo) e le star di Nashville Pam Tillis, Mary Chapin Carpenter, Kathy Mattea e Tanya Tucker. Nella vita era la madrina della neonata figlia di Billy Ray, Miley. Per tutta la canzone, le ragazze fanno apprezzamenti a Billy Ray: Dolly ringhia “Sono abbastanza grande da poter essere l’amante di quel ragazzo!”. Alla fine del video, se ne va a braccetto con Billy Ray. “Sono lusingata che tu abbia scelto me al posto di tutte queste ragazzine bellissime”, per poi aggiungere che “dopotutto, è giusto così: sono io che pago questo video”.
Ha anche costruito Dollywood, un santuario tutto americano dedicato a sé stessa e ai sogni che era riuscita a realizzare. Una volta ci ho passato una settimana durante una vacanza con la famiglia e resta, per quanto possa sembrare assurdo, uno dei posti più felici che abbia mai visitato. Dolly aveva acquistato un pezzo delle Smoky Mountains, la terra dove era cresciuta in una povertà disperata, e l’aveva trasformata in un parco divertimenti che celebrava la sua vita. Ogni centimetro del posto era a tema Dolly. La grande attrazione adrenalinica si chiamava Thunder Road, come il thriller del 1950 con Robert Mitchum, semplicemente perché era il primo film che Dolly aveva visto da bambina. La musica diffusa dagli altoparlanti era tutta Dolly, sempre Dolly: è lì che ho ascoltato la sua allora nuova versione di In the Pines, una canzone che avevo appena imparato dalla versione di Kurt Cobain. I Parton Family Singers si alternavano sui palchi, vicino alla ricostruzione della baracca dove Dolly aveva passato l’infanzia. In un museo era esposto il vero cappotto fatto di mille colori (o una replica particolarmente ben fatta).
L’intera cittadina era un monumento alla ragazza del posto che ce l’aveva fatta. Nel parco c’era una targa che spiegava che Dolly lo aveva costruito affinché i bambini potessero giocare. La stazione radiofonica si chiamava WDLY: indovinate cosa trasmetteva? Se fosse stata un’altra star, sarebbe stato un esercizio di ego smisurato, essendo lei Parton il tutto era pervaso dal suo calore e dalla sua generosità che non conosceva limiti.
Dollywood era l’esatto opposto di Graceland. È come se Dolly avesse guardato la residenza di Elvis, con la sua aura di tragedia e morte, e avesse deciso di crearne una propria versione, ma la versione di una vincente, costruita per celebrare la sua esistenza, con i suoi soldi, mentre era ancora in vita. È stata costruita da una donna che non aveva niente e che ha ottenuto tutto ciò che desiderava, invitando i visitatori a celebrare insieme a lei tutto ciò da cui era riuscita a fuggire, tutto quello che aveva conquistato, tutto ciò che era diventata crescendo. Non esiste un posto simile al mondo. All’uscita di Dollywood si passa sotto un arco sul quale campeggia una scritta di commiato: “I Will Always Love You – Dolly”. Sospetto che nessuno sia mai passato sotto quell’arco senza crederle.
Non è mai stata lontana dalle scene, che fosse alle prese con un album di classici rock (bella la sua Stairway to Heaven) o sul palco dei Grammy a duettare con Miley, mentre tra il pubblico i BTS ballavano sulle note di Jolene. Un momento dollyano per eccellenza risale alla cerimonia degli Oscar del 2006. Era candidata come miglior canzone per Travelin’ Through, tratta dal film Transamerica, un documentario sulla realtà trans. Mon dimenticherò mai il modo in cui ha esultato e sorriso quando a vincere, al posto suo, sono stati i Three 6 Mafia con It’s Hard Out Here for a Pimp. Dolly ha mandato loro un biglietto per congratularsi per aver vintoin rappresentanza del Tennessee.
Dice tutto di Dolly Parton il fatto che la sua ultima apparizione pubblica sia avvenuta vicino a Nashville, ma non su un palco o in tv: a giugno, in un’area di servizio sulla I-65. Si è presentata al Tennessean Travel Stop, che stava per essere ribattezzato in suo onore. Naturalmente aveva anche un interesse economico nell’attività, che vende il suo marchio di caffè (non vi stupirà sapere che si chiama Cup of Ambition). «Non potrei essere più orgogliosa di così», ha detto in quell’occasione. «Ho passato una vita viaggiando per la strada».
Dolly ha percorso quella strada per una vita, anche quando il viaggio era duro e solitario. Ma l’ha trasformata in un luogo accogliente per tutti, anche quando si rifiutava di mentire sui momenti difficili che aveva incontrato lungo il cammino. Con la sua musica ha costruito un’America in cui tante persone si sono sentite a casa.














