Parigi, settimana della moda. Le storie di tre donne si intrecciano. Una famosa regista chiamata per organizzare una sfilata, una giovane modella appena arrivata dall’Africa, una truccatrice che vuole diventare una scrittrice. Questa, molto in sintesi, è la trama di Couture, sorta di Prêt-à-Porter dei nostri giorni, ma senza il graffio di Robert Altman. E non potrebbe essere altrimenti, dato che di Altman ce n’è stato solo uno e quello non è neanche uno dei suoi film migliori. Qui dietro la macchina da presa troviamo Alice Winocour, regista e sceneggiatrice francese con alcuni film all’attivo, un paio dei quali certamente interessanti (Mustang, in particolare, da recuperare senz’altro), che qui riesce ad avere a disposizione niente meno che Angelina Jolie (la cui aura da diva, diciamolo, sta un po’ sbiadendo) per raccontare una storia che va ben oltre la mera riuscita del film.
Maxine Walker, la regista che interpreta nel film, scopre di avere un cancro al seno proprio nei giorni in cui sta preparando questa colossale sfilata destinata a diventare un fashion movie, ovvero uno di quegli oggetti con cui i cineasti in crisi d’ispirazione monetizzano alle spalle delle multinazionali del lusso. E qui la trama si infittisce, quella della vita, non quella del film, perché tutti sanno della mastectomia bilaterale affrontata da Angelina per prevenire il tumore di cui è morta sua madre. Pochi sanno che la Winocour ha scritto il film perché è passata attraverso la stessa esperienza. E qui sta il corto circuito di Couture, opera personalissima in cui la regista mette un po’ di sé stessa, ma anche di molte donne, nelle tre protagoniste, divise tra doveri, dolori e aspirazioni, e anche alla ricerca di un po’ di piacere, che sembra essere un lusso molto maggiore di un vestito di sartoria. Couture ha proprio il sapore di una collezione autunno-inverno non riuscita: uno sforzo creativo pieno di buonissime intenzioni, ma con troppi elementi che si accumulano confusamente, sfociando in un barocchismo anche un po’ kitsch.
Eppure, alla fine, chi se ne frega. Perché la forza del film è in quello che trasmette, anche ingenuamente, ma il messaggio dovrebbe essere sempre più importante della confezione. Winocour ci mette una sincerità che solo chi sa cosa vuol dire perdere un pezzo di sé, con il rischio di perdere tutto, può avere. E usare come messaggera una donna che ha scelto deliberatamente di non arrivare a quel punto, per il proprio bene, è una mossa da applausi.

Foto: courtesy of Plaion Pictures Italia
Com’è nato Couture me l’ha spiegato lei stessa al San Sebastian Film Festival 2025, dove il film era stato presentato in anteprima europea. «Tutti i miei film nascono da esperienze molto personali o molto intime che proietto in mondi lontani o che non conosco. E cerco di esplorare quei mondi e di farli miei. In questo caso, si trattava del mondo della moda. Ma ho un rapporto speciale con il cancro, perché lo conosco molto bene. L’idea era fondere questi due elementi. Una sera ero appena uscita dall’ospedale e mi sono ritrovata nel bel mezzo della frenesia e dello sfarzo della Fashion Week. Ho visto una giovane ragazza sudanese che si era persa e stava cercando di orientarsi, venendo da un altro mondo, come me in fondo, che dalla chemio mi ero ritrovata in quella frenesia fatta di lusso. E con quella ragazza mi sono sentita in sintonia. Couture parla di questo, di connessioni e di donne che condividono delle ferite. Non è un film sul cancro, ma un film su una donna che scopre di avere un cancro, su una donna che viene da un Paese in guerra e su una terza che vuole dare una svolta alla sua vita seguendo il suo sogno. Ed è un film pieno d’amore e di speranza».
L’amore per Maxine/Angelina ha le fattezze del suo direttore della fotografia, interpretato da Louis Garrel, unico personaggio maschile (oltre all’oncologo interpretato da un, come sempre, magnifico Vincent Lindon) a non essere ignobile, anzi. «Per noi era importante trasmettere che anche nel tumulto di una malattia così dura si possono vivere storie d’amore molto intense, perché una cosa non esclude l’altra», mi ha detto il buon Luigi, come gli piace farsi chiamare quando parla con un italiano. Il suo Anton, nel film, ha un momento di grande passione con Maxine, altro elemento molto importante di Couture. «Quando alla moglie di un mio caro amico fu diagnosticato il tumore al seno, lui si è preso cura di lei in ogni modo possibile, ma aveva perso di vista una cosa che per lei era molto importante, la sua sessualità. Lei aveva paura di non essere più attraente, per lui e per sé stessa. Affrontare il cancro non è solo affrontare la paura di morire, c’è molto altro. Ne abbiamo parlato, Alice e io, la prima volta che ci siamo incontrati per parlare del film. Non è stato facile inizialmente per lei affrontare questi argomenti con me, ma questo suo pudore è stato quello che mi ha fatto capire immediatamente cosa può succedere nella vita di una donna in una situazione del genere. Ne ho poi parlato anche con Angelina, e tutti e tre ci siamo trovati d’accordo sul fatto che il rapporto tra Maxine e Anton doveva essere molto sensuale, al punto di trasformare la paura della morte in desiderio sessuale per celebrare la vita».

Foto: courtesy of Plaion Pictures Italia
E Angelina Jolie si è concessa con grande libertà, nel film e ai microfoni, nel raccontare la sua esperienza con Alice Winocour e, soprattutto, quella personale. «Non è un problema, lo sanno tutti, sono passati dieci anni da quando ho deciso di sottopormi a una doppia mastectomia, e mi sono anche fatta rimuovere le ovaie, perché il cancro colpì mia madre anche in quella parte del corpo. Porto con me gli stessi geni e ho fatto questa scelta, assolutamente personale, non penso sia qualcosa che ogni donna dovrebbe fare. Ma è importante avere una scelta, non solo per una donna, ma per chiunque, in una situazione di questo tipo. Naturalmente, parlando di cancro al seno, si tratta di qualcosa che ci colpisce in maniera diversa, intima. Per questo, quando ho letto la sceneggiatura di Alice, sono rimasta sorpresa, perché pensavo sarebbe andata in una direzione fatta di dolore e sofferenza, e invece si trasforma in qualcosa di diverso che penso sia molto importante da vedere per tutti quegli uomini le cui compagne stanno vivendo questo dramma».
Couture, come detto, non parla solo di questo, ma le altre storie naturalmente non hanno lo stesso impatto sul racconto e, banalmente, un’Angelina a raccontarla. Ma nel suo essere un film squilibrato, a tratti ingenuo nel rappresentare il mondo della moda, ha un’importanza altra che resta nel tempo. Forse perché, alla fine, parla proprio di questo. Di tempo. Quello che rimane. E quello che ci dobbiamo prendere.















