

Foto nell’illustrazione: Lynn Goldsmith/Corbis/VCG/Getty Images; Dominique Charriau/WireImage; Goedefroit Music/Getty Images
Mike D ha iniziato a lavorare al primo album solista Thank You, uscito oggi, senza l’idea di portare avanti l’eredità dei Beastie Boys. Alla fine, però, ha dovuto fare i conti con la responsabilità che gravava interamente sulle sue spalle. «Sono venute fuori l’insicurezza e la paura che immagino arrivino inevitabilmente quando condividi un’opera creativa», racconta Michael “Mike D” Diamond collegato via Zoom da Londra.
Coi Beastie Boys ha contribuito a imporre un approccio estremamente eclettico alla fusione fra rock e hip hop. Lui, Adam “Ad-Rock” Horovitz e Adam “MCA” Yauch, la cui morte di cancro nel 2012 ha messo fine di fatto al gruppo, cercavano nuovi suoni come i collage di campionamenti di Paul’s Boutique o il punk a modo loro di Sabotage. È lo stesso spirito di Thank You.
Mike D, oggi sessantenne, lo ha fatto con un gruppo di giovani musicisti che comprende anche i figli Skyler e Davis Diamond, accreditati collettivamente come Mike D 5D. Dentro Thank You c’è la variante due della psichedelia che ricorda certe cose dei Beasties, con in più il rap immediatamente riconoscibile di Mike D in pezzi come What We Got, That’s Right e It’s Time.
«Per poco non ho avuto l’opposto del blocco dello scrittore», racconta Diamond. «Non sentivo la pressione di fare il disco, ma una volta che ci sono entrato dentro, mi ci sono sono immerso completamente e ne ho ricavato una gioia pazzesca: collaborare con gli altri, non alzare la testa per ore e poi, all’improvviso, rendermi conto che è nata una canzone. È la mia parte preferita del fare un disco».
Quando hai capito che era arrivato il momento giusto per tornare a fare musica?
Non l’ho capito.
E allora come sei arrivato fin qui?
Non lo so. Ho capito a un certo punto che c’era qualcosa di diverso nel modo in cui stato facendo quello che stavamo facendo. E allora ho pensato: mi sa che è il momento di farlo. Non lo sapevo finché non l’ho sentito.
I Beastie Boys si sono sciolti quando Adam Yauch è morto nel 2012. Che cosa hai dovuto affrontare per riuscire a fare un album senza di lui o Adam Horovitz?
Avevo bisogno di tempo per affrontare il lutto. Con Yauch c’erano così tante cose in ballo: era una sorta di fratello maggiore e c’era quel che rappresentava per tutti noi essere parte della band. Questo ho dovuto affrontare. E poi ho avuto anche il privilegio di prendermi del tempo per vivere l’esperienza di essere padre.
Com’è che sei entrato nella mentalità giusta per fare un album solista?
All’inizio pensavo che doveva essere tutto nuovo e diverso. Una volta che abbiamo iniziato a lavorarci, mi sono rilassato e ho accettato l’idea che ci sono certe cose che inevitabilmente fanno parte di me, e va bene così. Alla fine mi sono chiesto che cosa volevo dire e questo mi ha portato a coprire di più il ruolo di leader, una cosa nuova per me. È strano, sono restio a dire: «Sono un leader». Forse è una cosa di cui devo parlare al mio terapeuta e in parte credo che dipenda dal fatto che oggi la parola leader ha assunto un significato negativo visto che i mondo in cui viviamo è dominato dai pessimi esempi di leadership.
A chi guardi oggi esempio di leadership?
Ai gruppi giovani. Ci sono gruppi DIY laptop-core come Ear e Bass Spectrum che mi piacciono parecchio. Mi entusiasma vederli espandere le possibilità dei loro laptop per creare rumori meravigliosi, proprio il genere di cosa per cui i software musicali sono nati.
Sei cresciuto a Manhattan. Qual è la cosa più newyorkese che c’è in te?
Oh, Dio, la lista è lunga. Ti parlerò delle cose newyorkesi che sto cercando di cambiare in me stesso. Una è interrompere le persone. In famiglia parlavamo l’uno sopra all’altro e ci interrompevamo continuamente. Passavamo molto tempo a parlare e poco ad ascoltare, un fatto culturale credo. Sembrava non ci fosse abbastanza tempo per stare zitti e ascoltare. Ricordo che portavo a casa delle ragazze che non erano di New York e loro dicevano: «Ma parlate tutti contemporaneamente». E io: «Sì, quindi?».
Quali altre cose newyorkesi stai cercando di cambiare?
Il senso di irrequietezza, di impazienza. Crescendo a New York, qualunque cosa tu faccia, che sia prendere il caffè o prendere la metro, ti viene da farla più rapidamente possibile.
Come ti rilassi oggi?
Quando stavo facendo il disco ogni pausa che mi prendevo la trascorrevo in silenzio in un centro buddista ed è lì che sono riuscito a creare lo spazio necessario per lasciare entrare le idee. E poi c’è stata un’altra cosa nuova per me: stare nella natura e passare del tempo con la mia ragazza facendo escursioni e campeggiando. L’unico rimpianto è non aver iniziato prima. Nel mondo in cui viviamo, dove abbiamo accesso digitale a tutto, in qualsiasi momento, riuscire a staccare completamente e fare esperienze reali, in profondità, del mondo naturale è più importante che mai.
Sei riuscito a svuotare la testa mentre facevi l’album?
All’inizio non m’importa di cosa avrebbe pensato la gente. Poi quando ho deciso di pubblicarlo ho capito che sì, cazzo, mi importa eccome e questa cosa m’ha distrutto. All’improvviso ti rendi conto che non sei immune alle opinioni che il mondo avrà su di te: che sei troppo vecchio, che sei troppo lento, che qualsiasi cosa tu abbia da dire non significa più niente.
Come convivi con quest’ansia?
Devi semplicemente accettare che fa parte delle cose. È un privilegio doversene preoccupare e dentro questa cosa c’è tutta l’insicurezza che ne deriva.
Il Beastie Boys Book è pieno di storie sulla vostra adolescenza, sulle serate nei club e sul bere. Ora che sei padre, come guardi alla libertà che ti davano i tuoi genitori?
Horovitz e io ne parliamo continuamente. New York, quando siamo cresciuti noi, era molto più pericolosa di oggi. Ma avevamo una libertà incredibile che i ragazzi di oggi non potrebbero mai capire. Letteralmente, un genitore oggi verrebbe messo in prigione per aver dato ai tuoi figli la libertà che avevamo noi. I genitori che allora sceglievano di crescere i figli a New York sceglievano la cultura invece della sicurezza e di una vita tranquilla. Era come dire: «Scegliamo l’eccitazione e l’apertura verso idee diverse invece della realtà ordinaria. Accettiamo il fatto che “mio figlio verrà rapinato dei soldi che ha raccolto per l’UNICEF” oppure “Domattina la radio della macchina non ci sarà più”. Va bene così». È molto ironico che oggi New York sia più sicura.
Volevi dare ai tuoi figli la stessa libertà?
Sì, ma sono cresciuti nel loro tempo, in un mondo diverso. Volevo avere con loro un dialogo a livello emotivo che nessuno dei genitori della nostra generazione aveva con noi, sai, era gente tipo: «Ci siamo se succede un casino, ma di certe cose non parliamo». Con i miei figli è diverso.
Qual è un consiglio che vorresti poter dare al te stesso più giovane?
Dai la priorità al sonno. E impegnati di più a cercare di essere più gentile e buono con gli altri. Puoi dire quello che devi dire e va tutto bene, ma cerca di dirlo nel modo più gentile possibile.
Adam Yauch era un innovatore in sala di incisione. Come gli hai reso omaggio mentre realizzavi Thank You?
Lo rimpiango perché non posso vivere la mia vita potendo chiamarlo e dirgli: «Yauch, non crederesti mai a quello che è successo, ma devo raccontartelo». Non posso farlo. Ma posso pensare a cosa penserebbe, a quale sarebbe il suo rapporto con quello che sto vivendo, o semplicemente con il fatto che io stia facendo questo disco e a cosa mi direbbe. È tremendo perdere una persona che ami, ma puoi continuare ad avere quel rapporto in qualche modo.
Ci sono stati momenti in cui hai pensato a cosa avrebbe detto del disco?
Sì, quando provavo cose fuori della mia zona di comfort, le cose davanti alle quali avrebbe detto: «È questo che dobbiamo fare».
Avevi 20 anni quando nel 1986 è uscito Licensed to Ill. Che cosa ti colpisce quando lo ascolti oggi?
Non lo ascolto (ride). Non lo dico per criticare al disco, ma l’ho fatto io, sarebbe strano se lo ascoltassi. Però penso alla gioia che io, Adam Horovitz e Yauch provavamo mentre realizzavamo i demo che poi hanno dato vita alle canzoni.
C’è una clip dei Beasties con Joan Rivers in cui lei definisce Licensed to Ill il titolo più stupido che abbia mai visto. Aveva ragione?
Era Joan Rivers, è normale che ti faccia sentire un po’ sminuito. All’epoca mi dicevo: «Secondo me è un titolo intelligente, non ci meritiamo qualche punto per essere stati un pochetto intelligenti?». Ma non sarebbe stato da Joan Rivers, quindi va bene così.