Peter Buck: suonare suonare suonare | Rolling Stone Italia
«Mi fa sentire vivo»

Peter Buck: suonare suonare suonare

Intervista al chitarrista che tornerà in Italia coi Drink the Sea. La musica come artigianato fatto solo con «gente che mi piace» e senza nostalgia. La reunion dei R.E.M.? «Abbiamo detto che non l’avremmo fatta e non la faremo»

Peter Buck: suonare suonare suonare

I Drink the Sea. Da sinistra, Barrett Martin, Peter Buck, Lisette Garcia, Duke Garwood, Kelsey Mines, Alain Johannes

Foto: Jakki Pransky

Se c’è una cosa che Peter Buck ha sempre rifiutato è l’idea di sedersi sugli allori. Ex chitarrista e co-fondatore dei R.E.M., una delle band che ha ridefinito il rock alternativo degli ultimi quarant’anni, Buck continua a concepire la musica come un lavoro artigianale, istintivo e inesauribile, tenendosi lontano dalla nostalgia e dalle reunion a tutti i costi.

Dopo la fine dei R.E.M., Buck non ha mai smesso di creare nuove combinazioni. Tra Baseball Project, Minus 5, Tired Pony e Filthy Friends, ha continuato a cercare incontri e possibilità. La sua ultima avventura si chiama Drink the Sea, un supergruppo che riunisce musicisti provenienti da mondi diversi della scena alternativa e psichedelica internazionale. Con lui ci sono Barrett Martin, produttore, batterista e autore già negli Screaming Trees e nei Mad Season, il polistrumentista Alain Johannes (Eleven, Masters of Reality, Chris Cornell, PJ Harvey, Them Crooked Vultures), il cantautore e chitarrista britannico Duke Garwood, già collaboratore di Mark Lanegan, e la percussionista Lisette Garcia.

Il progetto nasce nel 2022 dalle jam session di Martin e Johannes a Olympia, nello Stato di Washington, e si trasforma presto in un’avventura internazionale. Dopo i primi due album, Drink the Sea I e Drink the Sea II, pubblicati nel 2025, la band si prepara a tornare con Drink the Sea III, in uscita il 2 ottobre 2026. È stato registrato tra Washington, il Cile e il Brasile e intreccia rock, psichedelia e musica del mondo attraverso strumenti come oud, sitar, gamelan e percussioni brasiliane. Il 21 ottobre suoneranno al Teatro Verdi di Genova, il 22 al Monk di Roma, il 23 al Bronson di Ravenna.

«Non sono abbastanza vecchio per prendere in considerazione l’idea di fermarmi a questo punto», racconta Peter Buck a Rolling Stone. Una frase che potrebbe bastare a definire il suo presente. Nessuna nostalgia e, allo stesso tempo, nessuna intenzione di attaccare la chitarra al chiodo.

Dopo tutti questi anni, che cosa ti spinge ancora a scrivere nuova musica e a esplorare nuove idee e progetti?
Mi fa sentire vivo, è l’unica cosa che so fare davvero. Ho quasi 70 anni e suono da oltre due terzi della mia vita. Sono un autore di canzoni e cerco sempre nuovo materiale, nuove idee. Lavoro solo con persone che mi piacciono. Non sono abbastanza vecchio per prendere in considerazione l’idea di fermarmi a questo punto.

I Drink the Sea sembrano nascere da un modo molto diretto e istintivo di fare musica. Quanto conta per te mantenere questo approccio?
Penso semplicemente che sia divertente mantenere questo approccio. Sto lavorando con musicisti che rispetto. Cerco sempre di tirare fuori nuove idee da ogni strumento e cerco di imparare qualcosa di nuovo ogni volta che vado in studio o in tour. Questo è il mondo in cui vivo. So che esiste un mondo in cui la musica è un po’ più… non so, a cui non posso appartenere davvero. Ma questo è il mio modo di fare. È quello che faccio.

E ti riesce sempre in modo naturale, senza sovrastrutture?

Certamente. Proprio come fanno i musicisti jazz. Vado in giro e faccio musica. Nulla di più semplice e vitale.

Hai visto cambiare i supporti: vinili, CD, streaming. Quale di questi cambiamenti ha avuto l’impatto maggiore su di te e sul tuo modo di suonare?
Non so se ci sia qualcosa che abbia davvero fatto la differenza per me. CD, vinili, streaming… davvero, non lo so. Una canzone ti viene in testa, prendi il tuo strumento, la registri e poi la suoni perché la gente vuole sentirla.

Tutto qui?
Tutto qui. La tecnologia cambia, e va bene così. Ho usato tutta la tecnologia che esiste, ma non mi preoccupo molto degli elementi di superficie.

Da anni si dice che il rock è morto e che la musica non ha più la stessa importanza culturale che aveva in passato. Pensi che si sia perso qualcosa?
La musica rock non è più al centro della cultura come una volta, ma quasi tutto ciò che ascolto oggi affonda le radici nel rock. Persino gran parte di quel pop un po’ plastificato e commerciale che passa alla radio ha a che fare con ciò che il rock’n’roll ha messo in moto. Magari se cerchi nelle classifiche commerciali non trovi nulla che ti rispecchi, ma siamo ancora in tanti a fare musica nello stesso identico modo in cui l’abbiamo sempre fatta. C’è ancora molta gente che fa rock.

Che musica stai ascoltando in questo periodo?

Tengo sempre le orecchie aperte e leggo le recensioni musicali. Guardo video su YouTube e ascolto Spotify, ma per lo più quello che ascolto a casa è musica brasiliana, jazz e musica africana. Ho appena passato un anno a vivere in Brasile suonando con musicisti brasiliani, quindi è qualcosa a cui mi sento più vicino rispetto ai ragazzi giovani che in questo momento imbracciano le chitarre.

Guardando a tutti questi anni di musica, cosi pensa di aver lasciato dietro di sé?
Spero solo che la musica che ho fatto nella mia vita abbia dato il suo contributo. Quando eravamo giovani, con i R.E.M., abbiamo influenzato tante persone, tanti musicisti, e continuiamo a ispirare le nuove generazioni. Mi sento semplicemente parte del flusso di quest’enorme mole di musica prodotta negli ultimi 150 anni, e sono orgoglioso di farne parte. Mi auguro di aver lasciato un segno, ma in fondo sono anche un po’ egoista e dico semplicemente che cerco solo di continuare a fare la mia musica.

Perché i R.E.M. non hanno mai preso seriamente in considerazione l’idea di una reunion?
Abbiamo detto che non l’avremmo fatto e non lo faremo. Abbiamo fatto tour in ogni singola parte del mondo e musicalmente abbiamo sperimentato di tutto. Sono orgoglioso del nostro lavoro. Ma è finito e resta racchiuso nel passato. Apprezzo che la gente senta la nostra mancanza, penso sia fantastico. Però noi stiamo tutti guardando avanti verso nuovi progetti.

A distanza di anni, c’è un aspetto dell’epopea dei R.E.M. che ti sorprende ancora?
Devo dire che mi sorprende soprattutto quanto sia durata questa avventura e l’impatto enorme che ha avuto. È stato un viaggio incredibile di oltre 30 anni. Ma quello di cui vado più fiero è come ne siamo usciti.

Cioè?
Quando abbiamo capito che era giunto il momento di chiudere la storia dei R.E.M., l’abbiamo fatto e basta, in modo definitivo. Senza strascichi o ripensamenti. È finita esattamente quando e come doveva finire.

Negli ultimi anni ci sono state molte reunion, non ultima quella degli Oasis. Secondo te, perché oggi il pubblico sente questo forte bisogno di tornare al passato?
Alla gente piace la musica che conosce già, la rassicura. Riguardo agli Oasis, sono sicuro che per i fan sia stato fantastico rivederli dal vivo. A livello personale, però, preferisco suonare quello che ho scritto nell’ultimo anno o due. Se devo dirla tutta, sto ancora cercando di capire verso quali direzioni muovermi. L’idea di una reunion non fa per me, anche se capisco perfettamente perché il pubblico la desideri. E poi, detto sinceramente, se potessi andare a un concerto di Bob Dylan adesso, figurati se non vorrei sentirgli suonare i suoi vecchi classici…