Ci sono volte in cui Tony Iommi deve ricordare a sé stesso di scrivere canzoni un po’ meno tristi. «Tendo verso le cose cupe», dice ridendo l’ex chitarrista dei Black Sabbath al telefono da casa sua, in Inghilterra. «È sempre stato così. Mi lascio prendere dai riff doom. È quel che provo quando suono roba heavy e potente, ma mi piacciono anche i pezzi più veloci».
Effettivamente World Alone, il primo estratto da From the Dark che uscirà il 23 ottobre, primo album solista del chitarrista da oltre vent’anni, è più veloce, ma comunque heavy, con richiami a Mob Rules dei Black Sabbath, con un tocco contemporaneo grazie al canto e al testo apocalittico di Jørn Lande. La canzone e le altre sette dell’album, che sono più pesanti e minacciose, fanno capire chi è Iommi oggi, a 78 anni: uno che fa le cose a modo suo. Si è messo i Black Sabbath alle spalle, ma è comunque rimasto all’interno del perimetro musicale dark e doom che proprio lui ha contributo a creare una sessantina d’anni fa.
Nell’ultimo anno, da quando i Black Sabbath si sono esibiti per l’ultima volta al concerto d’addio di Ozzy Osbourne, Iommi ha mantenuto un profilo piuttosto basso. Stava perfezionano pezzi a cui lavorava da almeno cinque anni. I semi dell’album sono stati gettati dagli strumentali Scent of Dark (2021) e Deified (2024) registrati per lanciare il suo profumo. Man mano che le canzoni prendevano forma, ha sentito la voglia di essere accompagnato da una vera band.
Se non si considerano Seventh Star del 1986, un solo album che l’etichetta discografica ha voluto accreditare ai Black Sabbath, e la serie di dischi del gruppo nei quali era l’unico membro originale, il suo primo lavoro solista è stato Iommi del 2000 a cui hanno collaborato Billy Corgan e Henry Rollins. In The 1996 DEP Sessions (2004) e Fused (2005) c’era invece l’ex frontman dei Deep Purple Glenn Hughes.
Per From the Dark, che ha prodotto col suo storico collaboratore e ingegnere del suono Mike Exeter, Iommi ha scelto musicisti meno noti. Oltre a Lande, vocalist norvegese dall’espressività teatrale che vanta tra i suoi crediti album con Masterplan e Ark, ci sono la bassista Becky Baldwin e il batterista Karl Brazil, con Exeter alle tastiere. Brian May fa un assolo in Death Wake. Tra gli altri pezzi che spiccano ci sono Legacy e Stormwatcher, che portano impresso il caratteristico sound crepuscolare del musicista.
Perché era importante fare un album solista e non a nome dei Black Sabbath?
I Black Sabbath sono finiti, davvero. Le ultime cose sono state con Ozzy. Non voglio fare altri dischi dei Sabbath in cui ci sono solo io. Ci sono già passato.
Come hai conosciuto Jørn Lande?
Avevo già lavorato con lui. Per il tributo a Dio dopo la morte di Ronnie, abbiamo fatto venire Jørn a cantare un paio di pezzi ce mi era piaciuta molto la sua voce. Avrei potuto andare a cercare qualche nome famoso, ma anche questa è una cosa che ho già fatto.
Com’è nata World Alone?
Tendo verso le cose cupe e quindi ho pensato che avrei potuto fare una canzone con un riff più veloce. Quando ho sentito la melodia che aveva scritto lui, i pezzi sono andati al loro posto.
Qual era l’idea alla base del video?
Non volevo fare un video con la band. Anzi, non lo volevo proprio fare il video. Comunque, è una specie di film. Mi si vede un paio di volte mentre suono. Non volevo fare la solita cosa in cui si vede la band, è già stata fatta cento volte. Comunque non sono uno portato a fare video, sembro noioso, me ne sto lì a suonare e basta. Non posso fare altro, sono troppo vecchio per saltare su e giù. Detto questo, i ragazzi che l’hanno realizzato hanno fatto un buon lavoro.
Hai dato a Jørn qualche indicazione per i testi?
No, nessuna. È sempre bene che i cantanti scrivano le loro cose, così le interpretano meglio. È come con Ronnie: quando scriveva i testi, c’erano parole sulle quali riusciva a imprimere una forza particolare. Penso che valga lo stesso per Jørn.
Alcuni dei suoi testi descrivono apocalissi nucleari.
La mia prima reazione è stata: mio Dio, questa roba è pesante, ma parla di cose che stanno succedendo nel mondo. È come con i vecchi pezzi dei Sabbath, pensa a War Pigs, quello che raccontavamo allora sta succedendo anche oggi.
I riff sono nuovi o erano idee messe da parte?
Sono tutti nuovi. Il fatto è che ho una quantità enorme di riff su CD, cassette e supporti d’ogni tipo. Però poi quando mi metto a cercare un riff vecchio mi viene in mente qualcosa di nuovo.
Come fai a entrare nell’atmosfera giusta per scrivere? Accendi delle candele?
Ogni tanto accendo delle candele, sì (ride). In genere vado in studio e suono per un po’. Se non succede niente, me ne vado. Non mi sforzo, ma generalmente qualcosa viene. Quando fai un album lavori tutti i giorni e devi finirlo entro una certa scadenza perché sei sotto pressione, anche perché magari devi andare in tour. Io invece sono nella condizione di prendermi il tempo che ci vuole.
Devi in qualche modo forzarti per scrivere pezzi più veloci come World Alone?
Non esattamente, però ogni tanto mi ricordo di scriverli. Ascoltato il resto ho pensato che ci servivano alcuni brani veloci e uno di media velocità, giusto per riequilibrare l’album. Avevo anche un paio di cose acustiche, ma non le ho usate. Ho pensato di mantenere l’album così com’è, è già piuttosto lungo, non ci sarebbe stato spazio.
Sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’assolo acustico in Legacy.
Mi piace fare qualcosa che non ti aspetti. A dirla tutta, odio suonare l’acustica, non sono molto bravo, ma lì ci voleva qualcosa di diverso.
Il mio riff preferito è quello all’inizio di Death Wake. Tieni una nota a lungo, sembra quasi che tremi, come del legno che cigola.
Sì, è un riff strano. Piace anche a me quel pezzo, mi piace tutto ciò che è doom. E naturalmente c’è Brian May che fa l’assolo.
Siete amici da decenni, come e quando vi siete conosciuti?
All’inizio degli anni ’70 lui era in uno studio, io in un altro. Ci siamo trovati subito bene. Siamo amici da… Dio… quasi 60 anni. Ci sentiamo spesso. Ha suonato un paio di volte sul palco con me e abbiamo fatto un paio di pezzi assieme. È un amico molto, molto caro.
Suona anche in altri pezzi dell’album?
No. Gli avevo chiesto se voleva farlo, mi ha risposto che i miei assoli erano belli e quindi non c’era bisogno di lui. Però è stato fantastico che abbia partecipato. Gli ho fatto ascoltare un paio di cose e lui le ha registrate qui, nello studio di casa mia. Suonava una cosa e diceva: «Mmm, non so se va bene». E io: «A me piace».
Ci sono altri ospiti?
No, volevo che fosse sostanzialmente il disco di una band.
Come hai trovato il batterista Karl Brazil?
È una storia strana. Ho una casa vicino alla spiaggia, dove ogni tanto andiamo. Stavo camminando lungo la spiaggia quando questo tizio mi viene incontro e mi dice: «Ehi, Tony, ciao». Pensavo fosse un fan. Mi dice: «Abbiamo un amico in comune, Mike Exeter è il mio tecnico del suono, sono il batterista di Robbie Williams». Poi Mike mi ha detto che è bravo musicista. L’ho usato per uno dei miei strumentali legati al profumo, è di Birmingham, il che è ottimo, perché volevo cercare di mantenere un legame col posto.
Com’è nata la collaborazione con Robbie Williams per Rocket? È stata una sorpresa.
Ha sorpreso anche me. È stato strano che mi abbiano chiesto di suonare in un suo pezzo. Non avevo capito che volesse pubblicarlo come singolo. Nel video ci sono anch’io. Una cosa diversa dal solito, mi sono divertito.
Cosa ti piace di Becky Baldwin, che suona nei Mercyful Fate e nei Fury?
Vive a Birmingham ed è una brava musicista. È sicuramente una fan di Geezer e difatti suona nel suo stile. È quello che volevo. È molto brava.
Avevi preso in considerazione l’idea di lavorare con Geezer?
Volevo che suonasse lui, ma non poteva, credo che stesse facendo il suo album o forse in quel periodo era successo qualcosa che gli impediva di venire in Inghilterra. Io volevo finire il disco e farlo uscire. E visto che Becky, come dicevo, è fan di Geezer e suona in quello stile, ho pensato: proviamo. È stata brava.
A proposito di Geezer, nell’ultimo anno si è parlato molto di una battaglia legale che ha bloccato la pubblicazione delle prime registrazioni dei Black Sabbath, quando vi chiamavate ancora Earth. Ora che ne possiedi i diritti, verranno pubblicate?
Prima o poi usciranno. È strano quando ascolti materiale di così tanto tempo prima e saltano fuori cose che avevi dimenticato.
Che cosa ti ha colpitoquando hai risentito quelle registrazioni per la prima volta dopo decenni?
Il sound e tutto il resto. Cazzo, le avevamo registrate in un piccolo studio. Però è stato divertente riascoltarle, ci sono cose jazzy e blues che facevamo quando improvvisavamo. In molte delle jam c’era solo la chitarra, mi ero dimenticato della metà di quelle cose. Adesso non riuscirei a suonarle.

Con Ozzy e i Black Sabbath nel 2016. Foto: Kevin Mazur/WireImage
Sei soddisfatto di come si è chiusa la storia dei Black Sabbath?
Sì, l’eredità che abbiamo lasciato è notevole. Penso che sia stato giusto chiedere con Back to the Beginning, con tutte le band fan dei Sabbath sul palco, è stato fantastico, bello che abbiano fatto tutti uno sforzo per venire a suonare allo stesso concerto, senza ego o cose del genere. Un bel modo per finire l’esperienza dei Sabbath, ritrovarci insieme nella line-up originale e chiudere come doveva essere chiusa.
Che effetto ti ha fatto quell’ultima esibizione?
Strano, perché non eravamo mai stati sul palco con Ozzy seduto su un trono. Un tempo saltava in giro per il palco, faceva smorfie, faceva ridere me e Geezer. Quella volta invece non riuscivo a vederlo, perché era seduto sul trono in fondo al palco. E ovviamente non suonavamo con Bill da 20 anni, quindi voleva che stessi vicino a lui, non era sicuro di ricordare bene alcune parti. E così ho fatto.
È stato molto emozionante.
Sì. Naturalmente nessuno sapeva che Ozzy se ne sarebbe andato poco tempo dopo. Sapevo che non stava bene, ma non mi aspettavo che sarebbe successo così presto.
Hai avuto modo di dirgli addio?
Mi ha mandato un messaggio la sera prima, per ironia della sorte, dicendo che non si sentiva molto bene o una cosa del genere. La maggior parte delle nostre conversazioni erano del tipo «Come ti senti? Come va questo, come va quello?». E quindi è stato semplicemente uno scambio come un altro. Non mi aspettavo che sarebbe morto nella notte. Cazzo. È stato uno shock tremendo.
Quando l’ho intervistato mi ha raccontato quanto fosse stato importante per lui il tuo sostegno quando negli ultimi anni cercava di riprendersi.
Siamo rimasti in contatto. Stava affrontando un sacco di cose diverse, entrava e uscita di continuo dall’ospedale, facendosi fare questo o quello. E anche lui mi è stato vicino quando mi è stato diagnosticato il cancro. Mi chiamava tutti i giorni. Ci siamo sostenuti a vicenda. Mi mancano le nostre chiacchierate.
Come hai affrontato quest’ultimo anno senza di lui?
È stato piuttosto strano, non ho ancora realizzato che se ne sia andato, quando vado su YouTube c’è sempre qualcosa che riguarda Ozzy, continuo a rivederlo, è quasi come se fosse ancora qua. Strano. Ci sentivamo spesso, questo mi manca.
E tu come stai di salute?
Bene, spero. Continuo a fare controlli a scadenze regolari. Fare quest’album mi ha permesso di lavorare. Il lunedì e il martedì fissavamo sempre delle session qui, nello studio di casa mia, e capitava sempre che il lunedì o il martedì dovessi andare in ospedale per una visita, capitava sempre di lunedì o di martedì, ma siamo riusciti a finire il disco.
Hai altro materiale? Dobbiamo aspettarci un altro album solista come questo in futuro?
Lo spero. Mi piacerebbe, è quel che ho sempre fatto. Non vogliono andarmene in pensione, starmene seduto a non fare niente. Devo fare qualcosa e la musica è l’unica cosa che so fare. Mi piace crearla. Fa bene alla testa riuscire a inventare cose e tirare fuori nuove idee.
Suonerai dal vivo con questa band?
Non è in programma. Ormai prendo le cose come vengono. È questa la cosa bella. Puoi scegliere: voglio farlo oppure c’è un’offerta per fare altro?
E quindi che cosa ti aspetta?
Beh, ci sono un paio di strumentali che avrei voluto mettere nel disco, ma non c’era spazio, quindi magari li pubblicherò da qualche parte prima o poi, magari in un album, ma continuerò a scrivere e vedrò che cosa succede. Ci sono sempre cose che saltano fuori all’improvviso da fare, musiche per un film o altri, cose che arrivano dal nulla, buone idee, e allora ci provo. Non sono pronto ad andarmene.















