L’hip hop è una questione di fede. Non solo fede in senso di cultura e appartenenza, ma anche di speranza e apertura ad attendere il miracolo. E, in fondo, l’hip hop è storia di un miracolo. Chi avrebbe mai pensato che la musica nata da afro-americani in un quartiere di New York avrebbe conquistato il mondo intero diventando uno standard comune? Chi avrebbe mai pensato che quelle piccole feste organizzate da DJ Kool Herc avrebbero iniziato un movimento senza fine all’interno della musica? Eppure un miracolo dal Bronx ha reso possibile tutto questo.
L’hip hop è stato un miracolo anche per Reginald Noble, in arte Redman, che grazie al rap è uscito indenne da Newmark, New Jersey, e da un passato disastroso (sì, spaccio compreso) per crearsi una carriera lunga più di 35 anni tra musica, cinema e televisione.
E cosa dire di Dj Shocca, alias di Matteo Bernacchi, che da Treviso si è costruito un percorso da OG del rap italiano (il suo 60Hz, pluricelebrato ultimamente, è pietra miliare del genere) arrivando a chiudere un enorme cerchio a Los Angeles, dove ha appena concluso la sua produzione con Redman per l’ultimo episodio di Red Bull 64 Bars. «Mi ha indicato la via a distanza, senza saperlo», mi racconta Shocca mentre a Venice Beach si alza un vento che gonfia le onde dell’oceano. «Sentire Redman sopra un mio beat è un match made in heaven».
Dal Bronx a Newmark, da Treviso agli studi di Red Bull a Los Angeles, i percorsi di fede dell’hip hop sono infiniti. «Se me lo avessero detto a 14, 15 anni, quando iniziavo lontanamente a capire cosa fosse questa cosa, che avrei lavorato con Redman… non ci avrei mai creduto», ribadisce il producer con gli occhi che si allargano come quelli di un bimbo. E in fondo come dargli torto? Anche solo 20 anni fa il rap italiano sembrava esaurito, scomparso dal radar, prima che una serie di rivoluzioni lo portassero finalmente al centro del villaggio: «Il rap italiano ha qualcosa da dire e ce l’ha fortemente. Ha radici forti, un suono, un’estetica, tutto un mondo da comunicare e un americano, questa cosa, la capisce senza darla per scontata. C’è una legittima curiosità».
«Shocca? Shocca is an asshole!», dice Redman scoppiandomi a ridere in faccia. «Ovviamente scherzo, ha una grande vibe, è un tipo pieno di talento», rettifica subito. Siamo negli studi di Red Bull a Los Angeles dove il rapper ha appena registrato il suo 64 bars. E l’ha fatto dal vivo, in una sola take, un’anomalia che ha lasciato tutti con la bocca aperta. A 56 anni sul microfono ha una grazia che solo l’old school possiede: «So che di solito si registra il playback, ma ho preferito fare tutto dal vivo per essere libero di trasmettere le barre con i gesti delle mani, il movimento del corpo». Il testo è stato scritto in tour, prendendo note qua e là, arrivando a perfezionare le barre solo qualche settimana prima della registrazione, quando il beat definitivo di Shocca è arrivato. «Quando è arrivato il beat ho pensato: mi ha capito. Ma scrivere 64 barre è una sfida perché devi anche dire qualcosa di sensato, e coinvolgere. A me piace scrivere dal balcone di una camera d’albergo mentre guardo un panorama pazzesco e posso fumare un po’. O mettendo uno dei miei film preferiti di sottofondo. Lì trovo ispirazione».
Durante una pausa tra le registrazioni Redman suona qualche accordo su di un organetto a lato di una stanza. Sta prendendo lezioni, dice. Shocca lo raggiunge e i due iniziano a chiacchierare animatamente. La crew è fuori in pausa pranzo, finalmente c’è spazio per dell’intimità. I due parlano di suono, dei propri artisti preferiti e si fomentano ricordando oscuri remix di brani hip hop dimenticati dai più. Io osservo da un angolo, spettatore silenzioso, mentre i due fanno quello che più amano da sempre: rispettare l’hip hop. «Non ci avrei mai creduto, ma è accaduto», gongola Shocca.
«Non avevo idea di dove stesse andando l’hip hop quando ho iniziato. Sapevo solo che amavo farlo. Non mi importava dei soldi o del futuro nell’hip hop: sapevo che sarebbe stata la mia vita», mi racconta Redman quando rientriamo in studio. «Man mano che gli anni passavano ho iniziato a vederne il potenziale. Gli anni Ottanta hanno portato il rap a un altro livello. Gli anni Novanta l’hanno elevato al punto in cui l’hip hop è diventato un linguaggio universale. La prima volta che uno spot ha usato un beat hip hop mi sono detto: wow. Quando nei ’90 siamo andati in Italia, in Giappone, in Germania, la gente non capiva l’inglese, ma venivano per la frequenza che trasmette l’hip hop. È lì che ho capito che stava diventando più grande di quanto ci saremmo mai aspettati».
Continua il rapper: «L’hip hop non è un colore. Non è una religione. L’hip hop è per il mondo. È partito da New York e si è ramificato su tutto il pianeta. Lavorare con Shocca significa continuare a costruire quel ponte tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. Non ho paura di accettare sfide, di lavorare con persone nuove, di altri Paesi o culture diverse. È così che si impara. È così che rendiamo più stretta la finestra per il razzismo». E noi in Italia? Risponde Shocca: «Con la distanza e l’idealizzazione di certi aspetti della cultura, e parlo dell’epoca pre-social, abbiamo eliminato alcune parti velenose dell’hip hop americano. Abbiamo preso ciò che era corretto per noi e lo abbiamo sviluppato, fatto nostro».
«Gli Stati Uniti hanno fissato il livello, ma poi fuori dall’America si è andati anche più avanti», replica Redman. «Non parlo della musica rap, quella oramai si è diffusa ovunque e in ogni modo nel mainstream, ma proprio dell’hip hop, delle 5 discipline (breakdance, writing, djing, rap e knowledge, la conoscenza). Se vai a fare uno show fuori dall’America e poi ne fai uno qui, capisci la differenza. All’estero rispettano ancora l’essenza dell’hip hop. Quello vero intendo». Shocca è pronto a cogliere l’assist: «Non c’è più hip hop underground, East Coast o West Coast. C’è solo quello che è real e quello che è fake».
I due scattano foto, si concedono alle telecamere. Scherzano come se si conoscessero da tempo. In fondo, parlano la stessa lingua da sempre. Prima di congedarmi allora non posso che chiedere loro qual è il futuro dell’hip hop, visto che oggi, per chi lo vive da sempre, sembra in un periodo di stagnazione. «L’hip hop starà bene finché continuerà a creare lavoro, a dare opportunità specialmente per la nostra gente, per chi viene dalla strada e chi esce di prigione», risponde Redman dopo essersi preso un po’ di tempo per pensare. «Ogni volta che sembrava spacciato si è rinnovato, con un colpo di coda, rinascendo e trovando qualcosa di nuovo da dire. È un loop. L’hip hop è l’ultimo genere musicale originale, tutto ciò che è venuto dopo è una rimasticazione di altre cose», l’opinione di Shocca.
Prima dell’ultima foto di gruppo tra la crew, i presenti e gli artisti, e prima che Redman ci saluti saltando a bordo del suo skateboard, il rapper ci precisa ancora un’ultima e fondamentale faccenda: «Oggi molta gente fa musica, fa rap, ma pochi fanno hip hop. Ma per fortuna ci sono anche nuove generazioni che lo fanno a modo loro, che lo portano avanti e che personalmente devo rispettare anche se lo fanno in modo diverso da me. Perché la cosa importante è solo una: che si prendano cura dell’hip hop».










